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Massimo Pittau – I gerarchi fascisti complessati

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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12948_lom60_12948_1Secondo il mio ricordo e il mio giudizio, i gerarchi del fascismo nuorese erano soggetti a due forti complessi di inferiorità, per due differenti motivi. In primo luogo essi constatavano che le migliori intelligenze della città erano antifasciste o almeno non fasciste: gli avvocati Pietro Mastino, Luigi Oggiano, Gonario Pinna, Salvatore Mannironi, Battista Congiu, Filippo Satta Galfrè e Tittino Melis, il medico Franceschino Pintore, il veterinario Ennio Delogu, il professore Efisio Caria, lo studente universitario Antonio Dore, i maestri elementari laureati Sebastiano Dessanai, Pasquale Giordano, Gaetano Virdis, il notaio Giacomo Satta e il fratello avvocato Filippo. Erano antifascisti anche il canonico Salvatore Marchi e i sacerdoti Francesco Corda e Gavino Lai. Ma era antifascista soprattutto il Vescovo di Nùoro, nativo di Pirri, monsignor Giuseppe Cogoni; le sue prediche fatte in occasione delle grandi feste religiose erano molto seguite dai Nuoresi, in quanto ci scappava sempre qualche nota di critica al fascismo e ai fascisti.

Di contro, il gruppo dei gerarchi del fascismo nuorese era costituito da una decina di semplici laureati in legge, da qualche geometra o ragioniere, da alcuni nullatenenti scolastici e culturali e da un folto gruppo di maestri elementari non laureati. Siccome anche allora la benemerita categoria dei maestri elementari era trattata molto male in fatto di stipendio, per molti di loro il fascismo costituiva una buona occasione per tentare la scalata della elevazione sociale.

Quasi tutti i gerarchi fascisti non erano originari di Nùoro, ma provenivano dai paesi dei dintorni, accorsi in città per fare carriera negli uffici della nuova provincia e nella gerarchia del fascismo; e pure per questo motivo erano malvisti dai Nuoresi. Per il fatto stesso di non essere nativi di Nùoro i gerarchi si permettevano di fare i “duri” coi Nuoresi, cosa che di certo si sarebbero guardati dal fare nei loro rispettivi paesi di origine nei confronti dei loro compaesani.

Io ricordo ancora una lezione di “dottrina fascista” che a noi Giovani Fascisti fece un dottore in legge, Vicesegretario Federale, della cui intelligenza e cultura si faceva un gran parlare tra i fascisti e che dopo scomparve nelle steppe ghiacciate della Russia in un reparto della sconfitta armata italiana. La sostanza della sua lezione era questa: il fascismo si era imposto in Italia riuscendo a mettere “ordine” nella situazione di grande “disordine o caos” che c’era nel precedente regime di democrazia. Ed egli fece l’elenco dei precedenti partiti politici e dei loro programmi: «I comunisti volevano l’abolizione della proprietà privata e fomentavano gli scioperi, i liberali concedevano troppa libertà, che provocava il caos, gli anarchici predicavano la violenza sociale, i popolari di don Sturzo …». «Che cosa volevano i popolari?» si chiese il conferenziere e non trovando una risposta da sé si rivolse a un ufficiale della Milizia che gli stava a fianco e ripeté la domanda «Che cosa volevano i popolari?». L’altro sollevò le spalle con quel gesto che corrisponde alla interiezione “Boh!” e i due finirono con lo scambiarsi divertiti un sorrisetto. Ma il Vicesegretario Federale, nonostante che non avesse chiarito a sé e a noi giovani «Che cosa volevano i popolari», continuò la sua lezione di cultura fascista…

Con la caduta del fascismo, che a Nùoro non lasciò nessuno strascico di vendette e si limitò al semplice allontanamento dal posto di qualche gerarca, alcuni dei laureati ex-fascisti si dedicarono alla professione di avvocato, ma con scarsissimi risultati professionali.

Quasi tutti gli alti graduati delle organizzazioni giovanili fasciste erano studenti di lungo corso, i quali riuscirono a finire i loro studi medi solamente grazie ai loro “meriti fascisti”, talvolta conseguiti come volontari nelle campagne militari di Abissinia o di Spagna.

In secondo luogo i gerarchi del fascismo nuorese erano soggetti a un altro complesso di inferiorità per il fatto che il fascismo nuorese non aveva avuto i suoi gloriosi precedenti di “azioni squadristiche”, né a Nùoro né nella provincia.

Però, almeno quest’ultimo motivo del proprio complesso di inferiorità i fascisti nuoresi fecero di tutto per superarlo, procedendo a organizzare alcune “azioni squadristiche”, le quali però avevano il difetto di essere del tutto fasulle e soprattutto ormai troppo tardive.

Potevo avere sei o sette anni e quindi sarà stato attorno al 1927-1928 e ricordo la notizia che si era diffusa in città del fatto che un gruppo di fascisti avesse sorpreso, del tutto isolato, un modesto imbianchino che passava per antifascista, un certo don Peppe Ruju, e lo avevano costretto a bere il fatidico “olio di ricino” per purgarlo delle sue idee malsane. Io ricordo ancora la forte impressione che questa notizia fece in me ragazzino, sia perché risultava chiara la vigliaccheria commessa da un gruppo di facinorosi fascisti a danno di un individuo isolato, sia perché, sapendo che anche mio fratello Francesco era antifascista, temevo che la medesima sorte fosse capitata o potesse capitare anche a lui.

Suppergiù nello stesso periodo esponenti del Partito Sardo d’Azione erano venuti a sapere che i fascisti intendevano somministrare l’olio di ricino anche a loro ed allora evitavano di girare per la città da soli, ragione per la quale gli eroici fascisti si guardarono dal ritentare la prova che invece era riuscita alla perfezione col povero don Peppe.

Questo triste episodio mi ha in seguito fatto consapevole del fatto che tra i fascisti era in auge la “gloria della vigliaccheria”, cioè il menare vanto di averla effettuata: il vanto di aver dato l’olio di ricino agli avversari, di averli manganellati, di averli tosati a zero, di averli esposti alla berlina. Ricordo di avere constatato questa usanza tipica dei fascisti anche in occasione delle guerre di Abissinia e di Spagna, nei racconti di chi vi aveva partecipato, a danno dei poveri Abissini e dei poveri repubblicani spagnoli. Ricordo che un gerarca fascista, reduce dalla Spagna, una volta ci disse, senza alcuna ombra di commiserazione, che Franco non faceva altro che fucilare Repubblicani…

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