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Usanze funerarie a Nùoro e in Sardegna

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

sattadi Massimo Pittau. Il romanzo dello scrittore nuorese Salvatore Satta Il giorno del giudizio, coi suoi numerosi richiami al tema della morte, di recente mi ha fatto ricordare le usanze funerarie dei Nuoresi, le quali erano e sono veramente particolari. D'altra parte c'è da precisare che quasi del tutto uguali permangono tuttora in molte località della Sardegna agropastorale.

Ai funerali partecipavano tutti i Nuoresi, perfino i bambini e i ragazzi dell’Asilo “Regina Margherita” e le “Orfanelle” di San Giuseppe (sia pure perché regolarmente “ingaggiati”) e ovviamente con una particolare presenza a seconda dei tre principali rioni della città, Santu Predu, su Cursu (= Corso Garibaldi) e Séuna.

I funerali pertanto erano altrettante processioni, che assumevano pure il carattere di una “cerimonia comunitaria”. Questa si svolgeva nelle tre principali strade della città, via Alberto La Marmora, Corso Garibaldi e via Gian Pietro Chironi, le quali pertanto costituivano quasi un “percorso cerimoniale”, una solenne “via funeraria”. Questo percorso era particolarmente lungo per gli abitanti di Séuna che vivevano al lato opposto a quello del cimitero, anche perché il feretro era trasportato a spalla. Però bisogna dare atto che i Nuoresi erano molto volenterosi e pronti a darsi il cambio in questa pesante incombenza. Una certa pausa di riposo si determinava in piazza del Rosario, quando il feretro veniva fatto entrare nella chiesa per una prima benedizione da parte del prete o dei canonici del capitolo della cattedrale, anch’essi appositamente “ingaggiati”.

Ma dopo che la città andò espandendosi verso occidente, cioè verso rione Italia e verso Biscollai, cominciò la frequente diatriba fra il prete o i canonici da una parte, che volevano andare al cimitero tagliando corto per Palas de Serra (via Ballero) e dall’altra i parenti ed amici del defunto, che invece pretendevano di passare appunto per il Corso Garibaldi e via Chironi. E qualche volta è avvenuto che il prete e i due chierichetti, uno con la croce e l’altro col secchiello dell’acqua santa, passassero in Palas de Serra, mentre il funerale seguiva la via “cerimoniale e sacra” del Corso Garibaldi e di via Chironi.

Prima o dopo il funerale si determinava una fiumana di partecipanti che entravano nella casa del defunto per fare le condoglianze ai parenti. E questi, terminata la fiumana e alla fine del funerale, facevano tra loro la esatta conta dei partecipanti, citandoli uno per uno e perfino notando qualche significativa oppure strana assenza.

Nel giorno della morte del caro estinto e per una quindicina di giorni dopo, in segno di lutto nella sua famiglia non si accendeva il fuoco nel focolare o nei fornelli. Ed allora, appunto per una quindicina di giorni, parenti e amici della famiglia in lutto le mandavano il cibo con delle ceste (córbulas) piene di ogni ben di Dio. E i familiari del caro estinto in effetti “banchettavano” con le abbondanti e varie cibarie, mai mancante abbondante vino, che avevano ricevuto in dono dai parenti e dagli amici. Ritengo di averlo indicato e sottolineato io per la prima volta: in effetti i “banchetti” post-funerari che si effettuavano e si effettuano tuttora a Nùoro e in tutta la Sardegna agro-pastorale, sono il resto e il ricordo dei “banchetti funebri” conosciuti ed effettuati dagli antichi Greci, Etruschi e Romani. In effetti per gli antichi il “banchettare” dopo un funerale era un modo di reagire della “vita” contro lo choc della “morte”, la quale allora era sentita molto più di adesso, dato che quasi sempre colpiva individui che in media avevano una quarantina d’anni, lasciando orfani anche numerosi figli piccoli.

E pure un’altra usanza dei Nuoresi si ricollega alla antichissima tradizione dei “banchetti funebri”: subito dopo il funerale tuttora i Nuoresi maschi entrano in una bettola per bere almeno un bicchiere di vino o di liquore, giustificando l’usanza come fatta per una scaramanzia personale, perché altrimenti “porta male”. Ritengo che questa usanza persista anche in altre località della Sardegna, dato che persiste ancora a Sassari.

A Nùoro e in tutta la Sardegna il ricordo dei morti, genitori, figli, nonni, zii, è molto forte ed essi vengono nominati con l’espressione affettiva e insieme riguardosa su Biadu, sa Biada «il Beato, la Beata». Oltre a ciò i Nuoresi ritengono particolarmente veritieri i “sogni” che ricevono dai loro genitori morti.

L’affetto dei Nuoresi per i loro defunti trova un’altra manifestazione e un’altra “cerimonia comunitaria” il 2 novembre, il “Giorno dei Morti” (sos Mortos). In camposanto va tutta la popolazione della città; tutte le tombe hanno i fiori, molte vengono fatte benedire di nuovo dai sacerdoti presenti.

Però a Nùoro corre anche questa storiella: un Nuorese il giorno dei Morti andò a visitare il cimitero e girando fra le tombe alla ricerca di quelle dei parenti oppure di amici e conoscenti, a un certo punto vide spuntare dal terreno prima un braccio e dopo una testa che diceva: Ohi! chi soe galu bibu! «Ohi!, che sono ancora vivo!». Ma subito il visitatore accumulò coi piedi parecchia terra sul capo e sul braccio sporgenti e la pigiò con le scarpe, dicendo: No! non ses galu bibu, ma est chi ses interrau male! «No! non sei ancora vivo, ma è che sei sotterrato male»!

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