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Giornalismo italiano – Sulla carica esageratamente denotativa degli articoli degli editorialisti del Corsera. E sul pezzo “Italy’s fragile beauty” di Severgnini apparso sul The New York Times.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

corseradi Rina Brundu. Parto dall’articolo di Severgnini “Italy’s Fragile Beauty” pubblicato il 24 agosto, giorno del terremoto in centro-Italia, sul The New York Times. Confesso tranquillamente di non capirne il punto. Ecco per sommi capi le “informazioni” presenti in quello scritto: si parte con un excursus geografico (che, tra le altre cose, prende tutto un paragrafo), teso, immagino, a fare individuare Amatrice sulla cartina agli americani (magari anche agli italiani). Quindi il passo si chiude con un tocco lirico, in virtù del quale, adesso “Amatrice is all gone” (Amatrice è finita, scomparsa, andata). Ancora – dopo l’indispensabile richiamo al Dante’s Inferno di scuola danbrowniana – si procede a dare informazioni ridondanti, in quanto già note: ora del terremoto, numero di vittime, un breve escursus sulla storia dei terremoti in Italia e qualche altra informazione di contorno, prima dell’immancabile finale italico lirico-sublimato che tende a piangere, o a far piangere - non si-sa-se a babbo morto oppure no - sulla decadente bellezza italica; che si dispera a suo modo sull’apparente impossibilità per la nazione di confrontarsi facilmente con il problema (ma davvero? fare qualcosa per cambiare lo status-quo, o fare qualche nome e cognome di persone "informate sui fatti", no?), etc, etc, etc... poi procedendo fino alla fine lungo le linee della scrittura denotativa classico-distopica quando questa scrive soprattutto per amor-dello-scrivere e mai per dar da pensare.

Cui prodest, tutto questo, specie in un’età digitale dove questa tipologia di informazione fornita da Severgnini è disponibile per chiunque in qualunque momento senza la necessità di sfogliare il primo giornale del pianeta? Me lo chiedo perché il contributo di Severgnini è catalogato come quello di un opinionista e quindi dallo stesso mi aspetto non solo che contenga “opinioni” ma anche una difesa accorata, passionale dei punti che l’autore farà allo scopo di affermarne la validità. Non a caso, se dopo avere letto Severgnini, io mi sposto anche al solo articolo successivo, titolato “A Stark Reminder o Guantamano’s Sins” autorato dal “board” editoriale, il mood cambia completamente. Ovvero, riconosco subito il passo, sovente corrosivo del giornalismo americano, laddove quando si lavano i panni sporchi in pubblico (e sicuramente non c’é panno più sporco nell’ultima America, del caso Guantanamo), non si esita a puntare il dito contro questo o quel governo e a fare i nomi e i cognomi, anche quando quelli fanno equazione con i Barack Obama e compagnia; e, riconoscendo “quel passo”, io so subito che sono in presenza di una scrittura che oltre a denotare, connota, che produce insomma altra significazione, la quale sovente è pura denuncia politica e sociale.

Invece, con tutto il rispetto per questo giornalista italiano, il suo articolo suona la carica, rispetto alla delicatissima questione sismica in Italia, come una tisana della nonna pensata per farti cadere in una trance lunga-abbastanza. Ne deriva che il sospetto che si tratti – come si dice da noi – di “vanity publishing” è molto forte e non ti abbandona. Detto ciò, bisogna aggiungere che è da un pezzo che ho notato come la carica denotativa negli articoli degli editorialisti del Corriere-fontaniano superi di gran lunga quella connotativa (ed è pure questo il motivo fondante la mia critica), ovvero come si tenda a scrivere perché si deve scrivere (o nella migliore delle ipotesi per amore della scrittura… e del nostro ego), non per una proposizione in primo piano di una “mediazione” culturale importante condita con opinioni forti che nel giornalismo professionistico dovrebbero significare soprattutto capacità di denuncia.

Chi pensa che io stia esagerando si prenda la buona abitudine di leggere sempre i titoli dei pezzi degli editorialisti che compaiono ormai da mesi nell’occhiello a destra della Home del Corriere.it (vedi anche la featured image), lo faccia per un dato periodo di tempo e poi me ne dia conto. Per certi versi mi ricordano quei proverbi goliardizzati dal trio Lopez-Marchesini-Solenghi: “Non c’é più la mezza stagione”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Aiutati che Dio ti aiuta”, e soprattutto “Attacca l’asino dove dice il padrone”, dove qualsiasi riferimento ai perniciosi tempi mediatici renzistici non solo è voluto ma ricercato.

E poi si leggano i contenuti: sfido chiunque a dirmi che quei pezzi abbiano cambiato le loro vite o indicato nuove prospettive di visione. Di nuovo, cui prodest tutto questo (anche solo giornalisticamente parlando?)? Il dubbio mi assilla!


Ecco invece un esempio di giornalismo, sullo stesso tema.

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3 Comments on Giornalismo italiano – Sulla carica esageratamente denotativa degli articoli degli editorialisti del Corsera. E sul pezzo “Italy’s fragile beauty” di Severgnini apparso sul The New York Times.

  1. Ma perché il tema alla maturità scusa, non si fa così?

    • Non sono sicura di avere capito il punto. Se ti riferisci al fatto che bisognerebbe insegnare la capacità di critica, che è un vero skill, concordo. Tra l’altro insegnarla a scuola significherebbe anche non doversi sorbire su giornali teoricamente “quotati” quattro paragrafi messi in fila per dire cosa? Alla meglio per addormentarci. A presto,

      • Anche, ma principalmente stigmatizzavo l’idea che il temino da bravo alunno si fa così: introduzione, spiegazione dell’accaduto, conclusione e chiusura ad effetto.

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