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Quello che il renzismo non dice (256) e Critica al critico (1): una apologia di Dario Fo dopo l’attacco de “L’Espresso” renzista. E sulle analisi della “contemporaneità” di Marco Belpoliti tra Pasolini e Sartre.

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

Ogni interesse della mia ragione (tanto quello speculativo quanto quello pratico) si concentra nelle tre domande seguenti:
Che cosa posso sapere?
Che cosa posso fare?
Che cosa ho diritto di sperare?
(Immanuel Kant)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Quelli che la dialettica in politica è l’arte di far interagire due tesi o principi contrapposti allo scopo di indagare la verità ed eventualmente arrestarla. (Rina Brundu)

Rina Brundu

515jktuvLrL._SX330_BO1,204,203,200_“How much easier it is to be critical than to be correct.” ― Benjamin Disraeli
 
di Rina Brundu.
Premessa: io non ho letto l’articolo “Dario Fo, il conformista” a firma di Marco Belpoliti e pubblicato su “L’Espresso” il 21 agosto 2016, articolo poi oggetto della critica del Professor Angelo Cannatà su Il Fatto Quotidiano con un nuovo scritto titolato “L’Espresso e il ritratto di Dario Fo, come ti distruggo fingendo di elogiarti”. Confesso che per un nanosecondo ho avuto pure la tentazione di abbonarmi a questa vecchia rivista italica pur di leggere l’intero componimento anti-Fo, poi il mio neurone rincoglionito è rinsavito il tanto che bastava. Mi restava da capire: cazzo è Belpoliti? Da queste parti non è proprio che te lo nominino appena ti metti per strada e non rientrava nella mia lista delle “beautiful minds” che più ammiro, insomma il posto di Susskind accanto a Witten era salvo! Grazie a Wikipedia – per citare la stessa fonte che Belpoliti usa per inquadrare Fo – Marco Belpoliti sarebbe “uno scrittore e un critico letterario italiano”. É professore universitario e, tra le altre cose, si sarebbe laureato alla “Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna nel 1978, discutendo una tesi di Semiotica con Umberto Eco”. L’ecchisenefrega ci stava pure tutto – oddio, adoravo il Prof Eco ma il discutere una tesi con lui non mi risulta titolo di merito, almeno non nel mondo da dove vengo io – epperò ho proseguito nella lettura e ho dato uno sguardo all’opera-omnia di Belpoliti colà illustrata. Quindi ho preso uno dei suoi testi a caso, un libro titolato “L’età dell’estremismo” (Editore Guanda, 2015), nella cui sinossi si leggeva: “Viviamo sotto la minaccia continua di due prospettive egualmente spaventose, anche se apparentemente opposte: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile." Susan Sontag lo scriveva nel 1965, ma quasi cinquant'anni dopo le cose non sono cambiate. Al contrario, ogni giorno ci dispensa dosi massicce tanto di banalità quanto di terrore: dal kitsch televisivo e politico alla fantascienza catastrofica che trionfa al cinema, dalle devastazioni di Cernobyl' e Fukushima alle tragedie delle Torri gemelle e di Bali.Così un inquietante filo rosso lega Hitler e Disney, un film come Matrix e l'arte post human, le luci spente di Pyongyang e la teoria freudiana dell'oblio. E su tutto domina un'estetica che è anche una condanna: quella del frammento, delle macerie, eternamente declinate in muri distrutti, con corredo di catarsi mediatica, solo per essere ricostruiti altrove, precarie frontiere di nuovo e sempre trasgredite. La cifra di questa nostra "età dell'estremismo". Marco Belpoliti ne rilegge la storia in un percorso che inizia negli anni Ottanta e procede a balzi avanti e indietro nel tempo per condurci dall'Iran di Khomeini al bunker di Bin Laden, dal cinema di Hitchcock alla fotografia di Basilico, dal Memoriale di Berlino alla guerra dei droni, da Babele a Hiroshima. Intrecciando letteratura e arti visive, storia e performance, di opera in opera scrive il vero romanzo della contemporaneità: una mappa del nostro tempestoso presente”.
 
I casi a mio avviso sono due: o il redattore ha scritto una accozzaglia immane di stronzate, anche naïf nella sostanza, dato che ogni punto X e idealmente ricongiungibile al punto Y con un numero di passaggi sempre minimo e quindi stendere “fili rossi” e più semplice di quanto possa sembrare, nonché fa sovente equazione con operazioni editoriali letterariamente-ampollose ma necessarie a giustificare il nulla-pensiero, oppure l’autore ha davvero messo le basi per una lettura nuova della nostra contemporaneità, magari condita con una sana filosofia distopica e corrosiva da apprezzare. A naso (specie guardando al campo semamtico un pò sfilacciato e spastico che si nota qui sopra), direi che è più probabile la prima opzione, ma sicuramente mi sbaglio io e dunque provvederò presto a scaricare questo testo sul kindle per scriverne una recensione ragionata.

Ma tornando alla critica al critico operata dal Prof Cannatà sul giornale di Travaglio, sembrerebbe che Belpoliti non si sia fatto scrupoli di trasformare Fo in un “populista” prima e – sebbene sempre mostrando l’usata riverenza italica per i comunque-titolati – abbia proceduto poi a fargli le pulci riproponendo l’usata litania dei suoi passati ideologici ballerini. Secondo Cannatà la perla del pensiero critico belpolitiano starebbe quindi nell’amletica domanda che il critico si è posto: “Che tipo di intellettuale è Dario Fo?”. Lungi dall’esser considerato degno delle brillanti stelle Sartre e Pasolini citate dal giornalista de “L’Espresso”, Fo verrebbe sbrigativamente relegato nel girone degli intelletti di seconda categoria in virtù soprattutto di questa pregnante e fulminante verità coniata lì per lì dal genio belpolitiano: “Il suo attivismo politico appare sempre segnato da una caratteristica: il populismo”, che tradotto volgarmente potrebbe meglio significare “Mannaggia non riusciamo a distrarlo dal continuato appoggio ai pentastellati!” (nda traduzione mia). Sempre secondo Cannatà, Belpoliti avrebbe anche scritto che Fo sembrerebbe opporsi al potere, e avrebbe coniato una sorta di opposizione ideale Fo-uomo di gruppo vs Sartre uomo solo. Etc etc etc… e via così bighellonando mentalmente con una complessità di pensiero che impensierirebbe un ratto in fuga e che davvero non si era mai vista prima… eh già perché qualche sforzo in più di norma bisogna farglielo fare alle celluline grigie, se non altro per giustificare il prezzo della marchetta governatiz… pardon, del giornale.

Detto questo, secondo me se proprio si vuole scovare qualche dinamica di background nel pezzo de L’Espresso quella non ha nulla a che vedere con pregiati costrutti tipo Sartre-l’uomo-solo, quanto piuttosto con l’uomo-sola al comando, vale a dire con quel Matteo Renzi che tra le altre cose è pure “responsabile” – va detto però che codesto punto è davvero l’unico punto che si può citare a suo merito – per avere letteralmente sputtanato, con il suo modus familistico di fare politica, l’effettiva portata dell’inconsistenza di una casta mediatica e intellettuale italica, prona alla marchetta laudatoria e apologetica del feudatario di turno, e che se prima non aveva mai brillato cerebralmente adesso vive davvero il suo inverno mentale più lungo, la sua età glacciale.

Tuttavia, io non posso commentare più di tanto l’articolo di Belpoliti perché non l’ho letto, però posso commentare i punti che vengono evidenziati nel pezzo del Prof Cannatà, chiunque sia l’autore degli stessi. Rispetto a simili cogitazioni, infatti, non faccio difficoltà a trovarmi in posizione diametralmente opposta. Se c’é un punto su cui non ho mai concordato e mai concorderò – e che non ho problemi a ribadire in maniera chiara, a dispetto delle supposte titubanze belpolitiane – è il fatto che Dario Fo sia stato insignito del Premio Nobel. Nel mio orizzonte privato infatti il Premio Nobel è una cosa seria e si dovrebbe consegnare solo a coloro che hanno contribuito sostanzialmente e in maniera misurabile al bene ultimo dell’umanità. Ne deriva che, con esclusione forse dei dipartimenti di Fisica e di Ingegneria, l’ultimo posto dove andrei a guardare per assegnare un Nobel sarebbe nell’Italia contemporanea trasformata in feudo tosco-vaticano da una classe dirigente avida, perniciosa come nessuna mai prima d’ora e fondamentalmente incompetente come hanno dimostrato i recenti fallimenti con le sbandierate riforme (chissà se Belpoliti ha tenuto in conto anche questo fattore quando ha fatto il suo macro-excursus nella contemporaneità? Il dubbio mi assilla, anche a proposito delle “banalità” in salsa sontaghiana).

L’onestà intellettuale vuole però che si ricordi che dal tempo in cui gli è stato assegnato il Nobel ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e, lungi dall’essersi squalificato e ridotto al ruolo di intellettuale di serie B, Dario Fo ha dimostrato con i fatti come si comporta una vera mente raziocinante, libera, moderna anti-conformistica (altro che populista o gattopardico-renzista come il 99% della casata mediatica italica!), scegliendo sempre di stare alla giusta distanza fisica ma anche mentale dal re così come si compete ad ogni valido giullare. E perché comprenda bene di cosa sto parlando consiglio al Prof Belpoliti una rilettura del “King Lear” shakesperiano-elisabettiano chissà che non lo aiuti a mettere le cose in prospettiva, specie dopo gli opinabili “viaggi” nella contemporaneità? Oppure Marco Belpoliti ritiene che – trovandosi ancora tra noi – Pasolini e Sartre, per miracolo riscopertisi renzisti sulla via di Palazzo Chigi, alla maniera degli Scalfari e dei giornalisti trendy denoartri – sarebbero attualmente impegnati a fare la spola tra Palazzo Chigi e Machu Picchu… pardon, e il Quartiere Generale della Leopolda? Se lo pensa è un problema suo ma sia il Prof Cannatà che Travaglio dovrebbero evitare di fare pubblicità o cotante cogitazioni.

Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Attività editoriali per scrittori e autori

4 Comments on Quello che il renzismo non dice (256) e Critica al critico (1): una apologia di Dario Fo dopo l’attacco de “L’Espresso” renzista. E sulle analisi della “contemporaneità” di Marco Belpoliti tra Pasolini e Sartre.

  1. Ma a me sembra una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dario Fo è un artista in senso pieno, d’accordo o non d’accordo con le sue posizioni socioeconomiche. Belpoliti chi? Un critico d’arte di qualche interesse.

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    • Caro Andrea, ben tornato. Concordo che si tratti di una tempesta in un bicchier d’acqua, che, tra le altre cose, se comparata alle notizie di oggi, rivela tutto il suo ridicolo. Ma naturalmente il punto che si voleva fare ieri era un altro. Ovvero che fino a quando questo paese non riuscirà ad avere una casta mediatico-intellettuale libera, liberata, capace, il suo destino sarà sempre quello di essere il feudo del rassetto di turno, prima dell’imprescindibile fine.
      Sul resto c’é poco da commentare e a parte il fatto che non mi risulta che Fo sia tra gli pseudo intellettuali che entrano ed escono da Palazzo Chigi in questi tempi politicamente indegni, ciò che mi meraviglia è la levatura di queste discussioni che anche le puzzette di Sheldon Cooper rivelano un know-how più sostanziale. Ma che tanta Italia viva ancora nel medioevo mentale è cosa nota, altro che contemporaneità e post-human distopico!

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      • Grazie del bentornato, la mia assenza è solo dovuta alla mancanza di tempo, di che però non mi lamento, anche se comporta la non lettura di tante cose interessanti, compresi i tuoi post.
        Volevo e voglio fare i complimenti a Renzetti per la sua, a mia conoscenza, ottima sintesi sulla nostra religione, anche se probabilmente ci sarà qualche punto discutibile. Nell’insieme mi sembra esaustivo anche perché arriva a Giovanni Paolo II che non considero il maggior papa del ‘900. Ci si dimentica di Giovanni XXIII che è stato il vero primo inizio di un rinnovamento della Chiesa Cattolica. Oggi come oggi sembra che Francesco ne sviluppi finalmente gli inizi. Vedremo! Il lavoro di Renzetti. ripeto è una ottima sintesi, ma non tiene conto degli aspetti positivi delle religioni, che poco o nulla hanno a che fare con le verità scientifiche conquistate nei millenni dall’uomo, ma che hanno strutturato socialmente il senso del sacro che nasce dai misteri che circondano l’umanità e la convivenza degli umani. Il gregge umano ha avuto per leaders o i muscolosi guerrieri (la forza fisica) o i sacerdoti (la forza del pensiero) gli uni e gli altri in un cocktail (poco sapiente) di bene e male. Sembrerebbe che la biologia che crea e distrugge la vita segua una sua strada, e offra ai singoli individui delle possibilità di scelta, ma con limiti ben stabiliti o dal caso o da leggi ancora a noi ignote. (P.S. non ho cambiato le mie opinioni su Renzi e credo ancora che occorre votare si, ma per questo c’è altro tempo)

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  2. Del problema del tempo ne so qualcosa e ormai bisogna non dormire per tenere il blog ma sono determinata, più che mai anzi, a portarlo avanti. E poi siamo davvero una comunità grande ora. Che gli user vadano e vengano é normale, ma in genere sono sempre qui, non si allontanano troppo.

    Mi dispiace sapere che sei ancora afflitto dalla Sindrome renzista ma secondo me se ti tieni lontano dalla Stampa italiana di regime potresti curare presto: non c’é mai notte troppo longa da impedire al sole di risorgere.

    Interessante il punto che fai sugli articoli del prof Renzetti. Solo ieri ho dovuto rintuzzare un altro attacco in merito, perpetrato dal solito troll anonimo (vedi qui https://rinabrundu.com/2016/08/21/le-radici-cristiane-da-gesu-al-papa-polacco/)
    Io adoro il know-how tecnico del prof Renzetti e le sue posizioni. Perché oltre ad un sito liberato dalle censure di regime, Rosebud deve essere un sito educativo, formativo e contra-superstizione (anche quando questa veste i suoi panni migliori) e anche quando i più non capiscono cosa si sta facendo. Ma è importante continuare perché ci sono tanti giovani che pure passano di qui.
    Papa Francesco resta un grande uomo, non condivido i suoi credo, ma posso apprezzarlo anche di più proprio perché io tendo a mettere in primo piano gli uomini non le pseudo-divinità che non mi rappresentano in nulla. E mai mi rappresenteranno fino al tempo in cui porterò rispetto per me.

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