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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Le “Radici Perdute” (1) di una “Waste-Land”(2) sui generis e anti-modernista.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

franco-santamaria-radici-perdute-firenze (1)Breve analisi della poetica di Franco Santamaria

di Rina Brundu

Where is the wisdom that we have

Lost in knowledge?

Where is the knowledge we have

Lost in information?

T.S. Eliot, The Rock (1934)

Ognuno di noi, ritrova, nel proprio bagaglio esistenziale, una personale TERRA DESOLATA da “contemplare” e con cui fare i conti nei diversi momenti della vita. Nel caso del poeta Franco Santamaria questa mitica “terra di frontiera” esiste almeno dentro due dimensioni diverse e ben identificate: esiste a livello-factual, ed esiste come dimensione privilegiata dell’io lirico che, verso un tale deserto, a-suo-modo-santissimo, continua a tornare, incapace di liberarsi della sua attrazione fatale, prigioniero di dinamiche difficili, finanche dolorose, di un loop mentale che non potrà mai dare pace.

La Waste Land oggettivata da Franco Santamaria è indubbiamente quella Lucania madre-matrigna  ricordata in opere quali “Storie di echi” [1] ed “Echi ad incastro” [2] e dalla quale, il poeta-bambino, è stato “costretto” ad allontanarsi.  Questo a ribadire che il limite fisico, la distanza-apparente, nulla può contro ogni indissolubile  LEGAME[3]   dell’anima.

Ho legato il cuore ai tuoi alberi,
così scheletrici,
che invano puntano pungoli di lebbra
da ogni parte,
alle nude
costruzioni delle timpe e dei calanchi
che rifiutano orme umane durante la pioggia,
alla muffa e alle lacrime delle case
che soffocano nel fumo di paglia
senza il soffio degli emigrati
non si sa dove
in nuvole di speranze randagie.

Salgo alla radice di fiumi
che dormono in letti
scavati e pietrosi alle mani
dal colore del giorno freddo, viola.

Nella grotta del convento, così in alto,
è prigioniero un piccolo nido d’acqua
che sul marmo abbandona
fasci di croci circolari estinguendosi.
Qui, a piangere si nascondono angeli
ribelli,
stanchi di chiudere in piccole celle di terra
frantumi di anime e bestemmie
nell’attesa lunga
di un nuovo diluvio.

Ho lasciato il cuore alle tue forme
così degradate.

Colpisce poi, in tutta la produzione dell’artista, l’indiscutibile “parentela” tra la madre-terra cantata e la terre-gaste risuscitata dai modernisti[4]  della prima metà del secolo XX.  T. S. Eliot[5], primo tra tutti, con l’immortale The Waste Land (1922). Questa coincidenza di intenzioni tematiche é riscontrabile sia a livello denotativo che di imagery. Suo malgrado, la terra arida, sterile, consegnata ai posteri dalla grande tragedia umana che era stata la Prima Guerra Mondiale, ben si riflette nelle asprezza fisiche ed emozionali che puntellano il territorio lucano post seconda guerra mondiale. Un territorio che, in verità, ab aeterno sembra nutrirsi del dolore dei suoi figli, mentre gli echi dei loro melanconici passi che emigrano, che lo abbandonano, s’imprimono nella sua essenza. Che è roccia.

Anche le pietre a dolmen
alzate su colonne
si ridurranno in granelli di tragedia antica.
Perché anche tra le pietre a dolmen
su colonne d’aria
trema la profondità
del grido della valle in eco
di rotte
sillabe – dei fanciulli che si gonfiano di creta,
delle madri riverse
sulle ossa di Pescotorrente quando muore
d’estate,
dell’uomo che grappoli di spighe rincorre con la falce
cavalcando uno scarabeo.

Anche queste mie pietre saranno
granelli quali scene di infinite sconfitte
.[6]

Ma, se a livello di temi, di immagini, di “frammenti” evocati, la poetica di Franco Santamaria conserva sicuramente uno straordinario tocco modernista, lo stesso “tratto” viene indubbiamente meno quando mettiamo sotto la lente di ingrandimento la distanza dell’artista dal suo lavoro. Nel caso dello specifico io-lirico, infatti, questa è fondamentalmente minima, lontana dall’ideale di oggettività e autonomia che caratterizza l’opera di Eliot. Il tocco intimistico, anti-retorico, teso a raccontare il dimesso, il quotidiano é, a mio modo di vedere, la fondamentale chiave di misura di tale distanza. La chiave interpretativa grazie alla quale si intuisce che la “tragedia” lucana è di fatto tragedia personale, ricordo idealizzato di un’esperienza vissuta sulla pelle. Mai dimenticata. Impressa nell’eterno privato.

Vista da questa particolare prospettiva, la raccolta Radici Perdute (36 liriche) segna perciò un nuovo, malinconico, passo in avanti fatto dal poeta nel cammino di personale “redenzione”, di finale accettazione della fatica che è stata la sua storia. Una storia tutto sommato vecchia di milioni di anni e che ri-comincia con il ritorno a casa di un vecchio airone morente, così come cantato nella lirica RITORNO DI EMIGRATO.

Quando giungono treni alla stazione
non vi sono livree lungo i binari
ad accogliere memorie di speranze di ritorno,
immobili e disfatte nei vagoni.

Anche ritorna l’airone alla nuda
dimora della creta.
Gli hanno rifatto le penne, di colore strano,
sui monti dai fianchi in fiamme e aperti
alla vittoria della pioggia,
sulle atmosfere più acide e smorte,
sui laghi dove si spengono leggende di mostri giganti,
sul morto suono delle città solitarie.

È volato in alto, più in alto,
con penne rifatte e incolori l’airone,
per riprovare l’acerbo sapore della terra
dove i fiumi si svegliano d’inverno;
e risentire l’eco dei giorni sulle stoppie,
l’eco delle note alla luna
che scopriva sogni tra i pampini,
l’eco degli spiriti nel vento
dov’era delirio di amore e di paura.

Fermati, tempo, e incidi sulla pietra dei fiumi
con lo stelo di un fiore
poche parole per questo airone
che muore.

La definitiva accoglienza della tragedia privata diventa necessario punto di partenza, condizione imprescindibile per riuscire a guardare dentro le guerre degli altri: ad ovest come ad est.  Per comprendere ed investigare le tragedie, anche ambientali, di una madre-terra che non si chiama più solamente Lucania, ma che oramai risponde al nome di Mondo-intorno.  Interrogarsi quindi sul PER QUANTO E PERCHÉ? è mera conseguenza delle cose.

Non so per quanto e perché scriverò versi
alla vita,
ai suoi brevi trionfi,
alle sue estensioni circolari e profonde,
alle sue vittime, forme indifese
su altari di pietra vulcanica
nera e rossa, rossa di sangue.

Non so per quanto e perché scriverò versi
sulle mie depressioni e ferite
di uomo tradito e stretto
dagli anelli dell’impossibile ritorno.

Vedo la morte
del fiore e della stella di mare
fino ad essere
immagine di memoria di mammouth
– ipotetica e linearmente spenta
sul dorso di ruderi già archeologici -,
e l’aurora che affiora dal silenzio
lentamente
con paura
di farsi luce di un nuovo e più esteso deserto.

Il poeta-eroe porta avanti testardo la personale battaglia. Ricerca le armi. Risolve di trovarle in ogni mezzo e con ogni mezzo.

Fermiamo quella falce di luna

Prima che cada oltre le alte montagne

Per sempre

 

È l’arma degli eroi

Morti e non sepolti lungo i sentieri della luce

Sconfitta e prigioniera

Dov’è la nostra dimora

Dove il suono solo conosce gli spasmi del rantolo

Che dicono

Di violenza di lebbra di fame.

 

Fermiamo quella falce di luna

Prima che cada oltre le alte montagne

Per sempre[7]

Le guerre però sembrano non finire mai! E che si tratti di tragedie mondiali, capaci di succhiare il sangue dei milioni, o di disgrazie private, sembrano tendere a ripetersi in ciclo. Un ciclo di nascita e di morte che non contempla la risurrezione, che uccide finanche i privilegiati BAMBINI D’OCCIDENTE.  Ieri come oggi.

Non c’è
non ci sarà ora di pace.

Bambini sentono vedono schiumare
fiumi d’odio tra sponde prossime ad annegare, infuriare
uragani tra gli ulivi, polverizzarsi
boati di vulcano su case d’argilla o di cristallo, sfogliarsi
rettili per nuovo vigore di morte dagli occhi freddi.

La luna anemica conta poco – neppure
se indossa il roseo della carne neonata – neppure
se d’improvviso è colta da spasmi nervini e scompare.
Stringe la notte, invece, uno spettacolo di stelle traccianti
che hanno il fischio del treno che varca gli orizzonti
con vuoti vagoni di beni promessi.
Si perdono nel volo le aquile al volo di uccelli crociati,
nel sangue di vene stracciate muore la terra.

Bambini sentono vedono uomini
che urlano per rive di fango una sete di arbitrio nefando, polvere
di cingoli sui deserti di Washington Mosca Tel Aviv Pechino
Lusaka Tripoli Bogotà Roma Kabul, catene
ai pali della luce, stracci
striscianti in cerca di radici o di rami con fune.

………………………..

Sarà breve la corsa del fuoco nelle strade del sangue
concime di orde ingannate.

Di fatto, “Aprile (…) il più crudele dei mesi”   – è solo uno. Tra i dodici frammenti di un anno.  Ed il cerchio si chiude.

 

Dublin, 1/11/2009

Copyright MMIXVI

All rights reserved ©

Pubblicato per la prima volta nel 2009 sul sito “Modulazioni.it” gestito da Franco Santamaria.

 

[1] Storie di echi, Franco Santamaria, Storie di echi, Ferraro 1997

[2] Echi ad Incastro, Franco Santamaria, Edizioni Joker, 2004

[3] Legame, in Echi ad Incastro, Franco Santamaria, Edizioni Joker, 2004

[4] Movimento culturale sviluppatosi tra la fine del XIX secolo e le prime decadi del secolo XX.

[5] Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26 Settembre 1888 – Londra, 4 Gennaio 1965. Poeta, drammaturgo, critico letterario statunitense naturalizzato inglese.

[6] Pietre a Dolmen, da Storie di echi, Franco Santamaria, Storie di echi, Ferraro 1997

[7] Fermiamo quella falce di luna, da Radici perdute, Franco Santamaria, Kairòs Edizioni, Napoli 2009

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1 Comment on Le “Radici Perdute” (1) di una “Waste-Land”(2) sui generis e anti-modernista.

  1. belle poesie

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