PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Turchia chiama Italia. Ancora sul problema informazionale e culturale. Sull’illusione di democraticizzazione dal caso parentopoli renzista al salvataggio de Il Manifesto, al perenne messaggio diseducativo in “Don Matteo”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

i-had-a-dream (1)di Rina Brundu. Difficile smettere di pensarci. Non sto parlando della lunga notte “turca” che tutti quanti abbiamo appena trascorso alla stregua di cellule ultraconnesse nel mostruoso macrocervello mediatico che è diventato il nostro villaggio globale. La lunga notte turca è stata solo l’ennesima occasione mancata nella lunga strada che tutti i processi di liberazione e democratizzazione (finanche di laicizzazione), debbono compiere, fermo restando che non c’é mai notte troppo lunga da impedire al sole di risorgere.

Non c’é notte troppo lunga da impedire al sole di risorgere neppure in Italia, sebbene gli accadimenti di questi mesi e di questi giorni inducano a pensarla altrimenti. Scrivevo che è difficile smettere di pensarci. Scagli infatti la prima pietra chi in tutta onestà può dire che sarebbe venuto a sapere della faccenda del cognato di Matteo Renzi che risulterebbe indagato a Firenze per riciclaggio di denaro proveniente dall’UNICEF, se questa notizia non l’avesse data Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Può sembrare una inezia, una “pinzillachera” direbbe Totò, eppure è in situazioni mediatiche minime come queste che noi ritroviamo rappresentazione plastica del perché le numerose organizzazioni che in tutto il mondo si occupano di emergenza informazionale, di diritti civili, di libertà di stampa, ci relegano invariabilmente nell’inferno dei paesi canaglia, dei paesi che che sono fondamentalmente delle dittature.

Si tratta insomma di una questione grave, gravissima dove Turchia chiama Italia e dove la nostra posizione di sufficienza nei confronti di questo Stato eternamente prigioniero di dinamiche fondamentalmente medievali si scopre assolutamente ingiustificata. Di fatto la Turchia sta percorrendo un lungo cammino verso la modernizzazione della nazione che per ragioni storico-culturali è iniziato con molto ritardo rispetto al nostro. Che si veda quindi in quella nazione un popolo che scende in strada determinato a difendere un Presidente eletto che è pure lo stesso uomo che ha messo a tacere l’opposizione con metodi sbrigativi, che ha eliminato infinite voci libere, che ha incarcerato giornalisti e blogger dissenzienti, che ne ha combinate di tutte pur di mantenere il potere, fa male al cuore ma è cosa comprensibile. La democrazia non è una parola trendy sulla bocca di Erdogan che parla via Iphone ma è un lungo percorso di crescita culturale e intellettuale che non si arresta mai e che proprio quando pare concluso risulta sempre in maggior pericolo.

Paradossalmente, il problema “grave, gravissimo” a cui accennavo qua sopra si pone invece nei paesi in cui tale sentimento democratico si può respirare, toccare quasi. In paesi proprio come l’Italia, ovvero in quei paesi che non sono più la Turchia ma che hanno ancora tanta strada da fare prima di diventare democrazie occidentali libere e forti. Il problema è dato soprattutto dall’illusione di democraticizzazione e di libertà che ci porta a pensare di vivere uno status quo liberato che in realtà non abbiamo e forse non abbiamo mai avuto. Per infinite ragioni. Per ragioni soprattutto culturali. Diversamete da quanto accaduto in Spagna, e nonostante lo Stato del Vaticano vivesse dentro i suoi confini (fosse i suoi confini?), in Italia la Chiesa non è mai riuscita a tarpare troppo le ali a quella che sembrerebbe essere sempre stata una innata vocazione italica verso il metodo scientifico, la pragmaticità del pensiero e del metodo. Vero è però che la predicazione cattolica ha potuto molto nell’allevare generazioni di italiani assolutamente piegati nello spirito, geneflussi davanti ai cosiddetti portenti e miracoli di entità sovrannaturali che non pretendono di capire e di governare ma da cui accettano passivamente di farsi governare. Non smetto mai di meravigliare per esempio davanti alla peculiarissima “visione” intellettuale di tante persone che si dicono “studiate”, che si dicono aperte al mondo, che mostrano anche sintomi di vivace intelligenza, ma che non riescono ad andare oltre il pensiero di doversi inginocchiare in Chiesa, di ricercare aiuto in improbabili entità divine quando non riescono ad aiutarsi da sole. Giorni fa seguivo una puntata di “Don Matteo”, un programma che trovo godibile per la datata venerazione che ho per Terence Hill, e perché a mio avviso fatto esistere molto bene da attori molto bravi come lo stesso Frassica, ma alla fine ho dovuto cambiare canale. Ho dovuto cambiare canale per uno script, un canovaccio narrativo profondamente diseducativo che mi offendeva, offendeva la mia intelligenza, offendeva il creato, offendeva tutti coloro che sono morti per regalarci il mondo a velocità multipla che viviamo oggi, offendeva il senso più profondo di quella che è la nostra umanità e la nostra cultura laica, libera, democratica.

Ecco, in Italia la Chiesa ha creato un 95% di questa tipologia di popolo gregge. L’altro 5% è dato invece da quei personaggi che l’hanno capita diversamente, che delle prediche pro paradisi-altri se ne sbattono, che  si sono sempre rallegrate di un simile nefasto status quo… e hanno pensato bene di profittarne, ciascuno nel suo cortiletto, proprio come fa Erdogan in Turchia e i piccoli dittatori fanno dovunque sotto il sole. Uno dei settori in cui la manipolazione del pensiero è riuscita al meglio è senz’altro quello informazionale: a titolo di esempio ricordo quindi le opinabili battaglie di giornali come L’Avvenire e di tutta questa tipologia di libri e libretti religiosi che veramente hanno una responsabilità epocale nel ritardo culturale e intellettuale di questo paese nei confronti di realtà civili molto più progredite; ricordo le battaglie politiche e interessate pro domo sua dell’Eugenio Scalfari dei tempi migliori, laddove il rincoglionimento del lettore diventava se possibile ancora più scaltro dato che faceva punto di rivolgersi ad una plebe almeno sulla carta più istruita; ricordo la genuflessione dei giornali berlusconiani al leader et… dulcis in fundo, ricordo quanto è accaduto nell’Italia renzistica degli ultimi 30 mesi dove è infine scomparso ogni sentimento di dignità culturale e intellettuale e intere generazioni di scribacchini non hanno esitato di vendere i loro meditati servigi creativi al boss di turno nella vana speranza di fantomatiche operazioni miracolistiche personali e nazionali.

Da questo punto di vista, l’ho scritto più volte e lo ripeterò spesso, gli italiani che verranno dovranno fare un monumento a Marco Travaglio e alla redazione de Il Fatto Quotidiano per il lavoro che hanno fatto in questi anni e continuano a fare. Sono molto seria quando scrivo questo e non mi aspetto neppure che il discorso venga compreso. Mi aspetto però che possa essere compreso un giorno, dai nostri figli e dai loro figli, magari quando tutti quei ragazzi che comunque sembrano determinati a lottare per un paese diverso cresceranno e potranno cambiare le carte in tavola, portatori di un “sentire” più moderno e liberato.

Ma for the time being Turchia chiama ancora Italia e per adesso i coraggiosi “scoop” de Il Fatto non basteranno a salvare la situazione, a regalarci la dignità culturale che ricerchiamo, ad evitare che si accumuli altro ritardo, ad impedire che altri scontri tra treni gestiti come al tempo di Gengis Khan, con lo stesso grado di corruzione amministrativa, non reclamino altre vite innocenti. Non basterà fino a quando non avremmo un Servizio Pubblico informazionale che funzioni e che sia totalmente indipendente dalle ragioni della politica, non basterà fino a quando non cambierà l’input culturale di background nelle scuole e in tutti i luoghi che si occupano di indottrinamento… pardon, di istruzione. E pochi miracoli potranno fare anche gli sprazzi di libertà mentale che ci regalano editori puri come Urbano Cairo o i coraggiosi sforzi di redazioni indipendenti come quelle de Il Manifesto: a che servirà il nome di quel giornale storico fra dieci anni? Nessuno se lo ricorderà più e sarà presto storia dimenticata se oltre alle velleità “culturali” degne non impareranno a riconoscere e a vivere il mondo che cambia alla velocità della luce sotto i loro occhi, ad allargare insomma il loro concetto di “cultura”, a svecchiarsi.

In conclusione Turchia chiamerà Italia per molto altro tempo ancora: almeno fino a quando gli italiani non saranno davvero riusciti a cambiare dentro e a smetterla di fare i furbi, ovvero…. mai, forse… Come dicevo mi riesce quasi impossibile smettere di pensarci…. e fa davvero male dentro!!