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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Filosofia – Il filosofare come etimologizzare

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

Socrates_and_Alcibiades,_Christoffer_Wilhelm_Eckersberg

Socrates and Alcibiades by Christoffer Eckersberg

di Massimo Pittau. In virtù della strettissima connessione che esiste fra il «linguaggio» e il «pensiero», tra le «parole» e le «idee», è sempre avvenuto che i filosofi abbiano analizzato le parole con l’intento di analizzare e precisare le corrispondenti idee. E per questo sono stati costretti o incoraggiati ad analizzare con attenzione la struttura delle «parole» e anche la loro “origine” o la loro “storia”, che vuol dire esattamente “fare l’etimologia di una parola”. Infatti nel parlare dei filosofi e dei “professori di filosofia” ricorre molto spesso la frase “nel significato etimologico della parola”.

Ma avviene che molto spesso, anzi quasi sempre le “etimologie delle parole” prospettate dai filosofi o dai professori di filosofia siano radicalmente errate. L’«etimologia» è una branca della glottologia o linguistica storica, una branca molto specifica e pure molto difficile, nella quale prendono grandi abbagli perfino linguisti preparati, esperti e prudenti. E il risultato è che l’etimologia sbagliata di una «parola» porta il filosofo o il “professore di filosofia” a formulare un giudizio errato della relativa «idea».

Il trionfo di questo etimologizzare dei filosofi, di questo illudersi di trovare nella struttura e nell’origine delle «parole» la vera ed esatta definizione delle corrispondenti «idee», si è avuto alla metà dello scorso secolo XX con la corrente filosofica che si definiva “esistenzialismo”. Da parte dei filosofi esistenzialisti soprattutto si è proceduto a tentare di analizzare la “struttura delle parole e la loro origine od etimologia”, ma con risultati che per il linguista o glottologo erano assolutamente fallimentari e totalmente errati.

Le parole, molte parole chiave sono state dagli esistenzialisti tagliate a pezzi, affettate come se fossero altrettanti salamini, con risultati ultimi che al linguista non possono che provocare almeno il sorriso.

Ma è avvenuto di peggio nelle traduzioni italiane dei testi francesi e tedeschi degli esistenzialisti: dato ma non concesso che fossero esatte le “affettature” delle parole francesi o tedesche effettuate dai rispettivi esistenzialisti, chi poteva assicurare che quelle affettature fossero valide anche con le corrispondenti parole italiane, spesso del tutto differenti da quelle francesi e soprattutto da quelle tedesche?

Su questo stesso argomento è molto importante e perfino molto istruttivo il caso del nostro Giambattista Vico, per la sua operetta giovanile De antiquissima Italorum sapientia ex originibus linguae latinae eruenda (anno 1710), il cui titolo indica chiaramente il tentativo dell’autore di dimostrare una presunta antichissima sapienza dei popoli italici, i cui resti sarebbero da rintracciare nella lingua latina. Ma si tratta di un tentativo completamente fallito, come si accorse lo stesso Vico, il quale in seguito sconfessò decisamente – anche senza mai dirlo in maniera esplicita – quel suo lavoro giovanile, almeno nella sua impostazione generale. Nella Scienza Nuova infatti, pubblicata 15 anni dopo, da una parte il Vico non riprende più e soltanto accenna al suo erroneo tentativo fatto col primo suo lavoro (Scienza Nuova Prima § 304), dall’altra egli bolla di continuo la “boria” o presunzione dei dotti che sono soliti ritenere le loro teorie tanto antiche quanto lo è l’umanità («i quali, ciò ch’essi sanno, vogliono che sia antico quanto che ‘l mondo») e presumono di trovare le tracce della «sapienza inarrivabile degli antichi» nei loro miti, nelle loro istituzioni e nelle loro lingue. E il Vico sicuramente coinvolge in questa sua condanna della «boria dei dotti», anche senza dirlo esplicitamente, i tentativi effettuati da due suoi “autori”: Platone col suo dialogo Cratilo, e Francesco Bacone con la sua opera De sapientia veterum.

Tutto al contrario in realtà avviene che la glottologia o linguistica storica nell’analisi della struttura delle parole di tutte le lingue conosciute e nella loro storia od etimologia non scopra mai valori semantici o concettuali molto elevati, ma ne scopra sempre molto semplici e perfino rudimentali, mai astratti o intellettivi, ma sempre concreti e sensitivi, anche nei vocaboli che storicamente sono stati sottoposti alla più sottile e profonda analisi concettuale. Ad esempio: il vocabolo anima è corradicale col greco ánemos «vento», il vocabolo spirito è corradicale con spirare «soffiare» e con respirare; comprendere in origine significava «prendere assieme», intendere significava «tendere a…», intelligere significava non “leggere dentro” (come è stato detto da qualcuno), ma «legare con …, collegare», idea significava «cosa veduta, visione», concetto significava «preso assieme», afferrare prima che «afferrare con la mente», significava «afferrare con le mani», pensare in origine significava «pesare, soppesare», ecc. ecc.

Anche rispetto alla storia delle parole di tutte le lingue si adatta alla perfezione l’antico detto della scolastica medioevale: Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu «niente c’è nell’intelletto che prima non sia stato in un senso».

Ancora il «linguaggio» è entrato ad intorbidare le argomentazioni dei “filosofi” e dei “professori di filosofia”, quando ha cominciato ad intervenire nel nascere e nel proliferare degli innumerevoli –ismi. Anche i filosofi ovviamente tengono molto a proporre ed imporre la loro rispettiva “filosofia” ai loro allievi e ai colleghi e pure al grosso pubblico; tengono molto ad entrare nella «storia della filosofia», lasciandovi una traccia più o meno profonda o almeno un ricordo della loro figura e del loro personale pensiero. E al fine di ottenere questo risultato essi creano altrettanti vocaboli nuovi terminanti in –ismo, spesso anche senza un effettivo aggancio con la teoria che questi vocaboli nuovi dovrebbero propagandare. E questi –ismi si fregiano spesso anche del prefisso neo-, che in greco significa «nuovo»: neo-kantismo, neo-criticismo, neo-realismo, neo-idealismo, neo-empirismo, neo-positivismo, ecc. ecc.

Pure nel mondo delle arti figurative, cioè dei pittori e degli scultori, esiste un frequentissimo proliferare di –ismi, sovente preceduti pur’essi da altrettanti nei-; ma tutto questo si po’ spiegare bene e perfino giustificare nel campo del commercio delle opere di pittura e di scultura, dato che, siccome dagli artisti si richiede come caratteristica essenziale della loro arte quello della totale “unicità” e della assoluta “originalità”, essi hanno grande e vitale interesse a trovare un nome nuovo ed originale per la loro arte personale. Altrimenti nel mercato dei quadri e delle sculture, le loro opere incontrerebbero grande difficoltà a trovare acquirenti….

Tutto questo invece non trova alcuna giustificazione nella produzione delle opere dei filosofi e dei professori di filosofia. Dei numerosissimi libri compilati e pubblicati dai numerosi filosofi o professori di filosofia infatti non esiste alcun commercio; li acquistano solamente gli studenti universitari per poter sostenere i relativi esami oppure i partecipanti ai concorsi per vincere la cattedra di storia della filosofia nei Licei oppure le varie cattedre universitarie di discipline filosofiche. Numerosissime opere di filosofia non avrebbero alcuna possibilità di essere pubblicate se non ci fossero i fondi annuali degli Istituti universitari a sostenerle, oppure se non venissero pagate direttamente dai loro autori in vista della loro partecipazione ai vari concorsi universitari… E tutto questo è anche uno degli esempi del fatto che purtroppo le Università ormai sono istituti che diffondono assieme con la “cultura” pure la “incultura”.

Io ho conosciuto professori di filosofia i quali, per trovare un qualche pubblico di lettori, si sono dati alla “saggistica” oppure al “romanzo”; e taluno anche con grande successo editoriale…, dimostrandosi con ciò ottimi scrittori, anche se pessimi pensatori.

Io sono stato sempre grande frequentatore di conferenze, di ogni genere (e molte di linguistica le ho fatte pure io): quando ero a Firenze era rarissima la giornata in cui non andassi ad ascoltare una conferenza. Ebbene io non ricordo di avere mai assistito a una conferenza di un filosofo o di un professore di filosofia, che fosse incentrata sui temi e sulle teorie che egli esponeva e sosteneva durante le sue lezioni universitarie…

Tratto da…. (Continua a leggere su Amazon, clicca sulla coperta).

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