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Massimo Pittau – La lingua etrusca: l’antroponimia

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Sulla denominazione delle persone c'è da osservare che fra gli Etruschi si sono affermate due usanze antroponomastiche che sono state proprie ed esclusive anche dei popoli coi quali essi hanno convissuto nell'Italia centrale, Latini, Falisci, Oschi ed Umbri. All'inizio, nei tempi più antichi, un individuo veniva chiamato con un solo nome personale o individuale; proprio come si constata nella Roma primitiva:

esempi latini:   Romulus, Remus, Amulius, Numitor

esempi etruschi: Karkana, Lemauśna, Maiflna, Sarsina[1]

Nei secoli VIII-VII a. C. si afferma in tutta l’Italia centrale una modalità di denominazione bimembre, per cui il prenome (lat. praenomen) veniva seguito dal nome (lat. nomen) della famiglia, intesa in senso molto largo (lat. gens; da cui nomen gentile vel gentilicium «gentilizio»):

lat. Marcus Antonius            etr. Aule Vipinas

Di certo questa formula bimembre di denominazione era stata determinata dall’affermarsi, nell’Italia centrale, della «città» come organismo antropico, sociale e spesso anche statuale, formato da un consistente numero di individui e di famiglie, nel quale pertanto si imponeva la necessità di sapere appunto a quale famiglia o gens appartenesse un determinato individuo chiamato in etrusco Aule ed in latino Aulus.

Generalmente in etrusco il prenome precedeva il gentilizio, però era frequente anche la inversione dei due: Arnϑ Xurcles, Larϑ Velimnas; ma Apries Ar(nϑ), Camnas Larϑ (§ 131).

Inoltre fra gli Etruschi troviamo già attuata la distinzione dei tria nomina, che conosciamo pure fra i Romani: praenomen, nomen, cognomen. In questa formula il praenomen era l’antico nome individuale e corrispondeva al nostro odierno «nome proprio o personale di battesimo», il nomen corrispondeva al nostro «gentilizio o cognome», mentre il cognomem corrispondeva al nostro «soprannome o nomignolo», e questo indicava una qualità fisica o morale oppure il luogo natio dell’individuo, oppure indicava un ramo collaterale di una famiglia od infine l’essere stato un individuo affrancato dal suo vecchio padrone[2]:

lat. Caius Iulius Caesar «Caio Giulio Cesare»

lat. Marcus Tullius Cicero «Marco Tullio Cicerone»

etr. Laris Pule Creice «Laris Pulio (il) Greco».

etr. Marce Tetnies Veru «Marco Tetenio Veronio»

Tutti gli individui maschi di stato sociale libero avevano il prenome e il gentilizio; non tutti avevano il cognomen. Gli schiavi avevano il solo nome personale, il quale aveva origini molto disparate, anche perché gli schiavi erano quasi tutti e quasi sempre forestieri, acquistati nel mercato oppure ex-prigionieri di guerra.

[1]       Questo antroponimo è chiaramente connesso col nome della città umbra Sarsina (§ 68) ed entrambi sembrano riportare all’ordinale etr. śarśnau «decimo-a» (§ 72).

[2]       Si faccia molta attenzione a non confondere il cognomen dei Romani e degli Etruschi col nostro cognome; il cognomem romano ed etrusco infatti corrispondeva al nostro «soprannome o nomignolo», mentre il nostro cognome corrisponde al nomen gentilicium romano ed etrusco. Al fine di evitare questa confusione, nella presente opera per indicare il primo useremo solamente il vocabolo latino cognomen,-ina.

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LA LINGUA ETRUSCA Grammatica e Lessico


Massimo Pittau (Nuoro, 6 febbraio 1921) è un linguista e glottologo italiano, studioso della lingua etrusca, della lingua sarda e protosarda. Ha pubblicato numerosi studi sulla civiltà nuragica e sulla Sardegna storica. Le sue posizioni riguardo al dialetto nuorese (massima conservatività nell’ambito romanzo) sono vicine a quelle del linguista Max Leopold Wagner con cui è stato in rapporto epistolare. Nel 1971 è entrato a far parte della Società Italiana di Glottologia e circa 10 anni dopo nel Sodalizio Glottologico Milanese. Per le sue opere ha ottenuto numerosi premi.


 

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