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Gianroberto Casaleggio: la guerra pro disintermediazione digitale e le sottili vendette della casta giornalistica (a corpo ancora caldo!).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Screenshot da "The Others" (source: the Net)

di Rina Brundu. Dario Fo lo descrive come un signore molto colto. Non saprei, non conoscevo Gianroberto Casaleggio e non ho mai letto nulla di suo, senza dimenticare che in tempi digitali quando si dice che Tizio e Caio sono molto “colti” bisognerebbe sempre chiedere: can you define “colto”?

Vero è però che oggigiorno si può diventare “personaggi” in molti modi. Bypassando la leggenda del guru mediatico che insieme a Beppe Grillo ha creato un movimento politico capace di scuotere la nazione (e la sua coscienza etica atavicamente intorpidita) dalle Alpi alla Sicilia, secondo me Casaleggio è diventato un personaggio di primo piano, e dunque un personaggio da ricordare, in due modi sostanziali: in primis scegliendo una prospettiva presenzialista low-profile, da regista più che da attore, sempre attento a non esporsi troppo, finanche mostrando una data timidezza sovente scambiata per ostentata sufficienza, ma soprattutto in virtù della sua silenziosa quanto determinata battaglia pro disintermediazione mediatica e contra casta giornalistica.

La tesi di Casaleggio era semplice ed era la stessa di tutti coloro che si sono occupati di giornalismo online sin dagli albori (inclusa chi scrive): la professione giornalistica così come intesa fino a questo momento sarà metabolizzata dalla Rete, la figura del giornalista così come intesa fino a questo momento morirà, la casta giornalistica così come ha vissuto fino a questo momento (e con inclusi tutti i privilegi attaccati al culo) sarà destinata all’oblìo. Dopo di ciò Casaleggio ha proceduto a dimostrare tale tesi creando uno dei primi blog al mondo e una fonte informativa capace di surclassare per credibilità e forza di attrazione mediatica qualsiasi altro giornale e/o giornaletto della penisola, inclusi quelli apparentemente inarrivabili come il Corsera.

Apriti cielo!: non c’é nulla che faccia incazzare un giornalista italico più di una evidenza di verità che lui/lei non riesce a rigirare come meglio gli/le pare. Da quel momento in poi la vendetta non si è fatta attendere e su Casaleggio & Friends è piovuta quanta più merda possibile. Le ultime due perle che mi è capitato di sentire sono proprio di quest’oggi, a corpo ancora caldo. Da un lato, infatti, abbiamo dovuto ascoltare una quanto mai-knowledgeable (si fa per dire) giornalista del TG1 (non ne ricordo il nome ma non credo neppure che sia importante ricordarlo), che nell’edizione delle 13.30, in una sorta di “coccodrillo” lapalissiano e mal acconciato (ma che ne è stato dei laudatori coccodrilli di Mollica? Sono solo per alcuni, non per tutti?), ha spiegato appunto di come il guru-grillino avesse previsto la fine del giornalismo ma di come questa sua profezia non si fosse avverata e l’ha fatto senza rendersi conto che lei e il suo servizio erano espressione plastica, quasi spettrale, di quel mondo già tramontato. Dall’altro, l’incommentabile vignetta di Vauro che in morte di Casaleggio ha partorito un Grillo burattino orfano del suo burattinaio e abbandonato su isola deserta, racconta meglio di diecimila saggi scritti ad hoc la veridicità della sucitata tesi, nonché il reale stato dell’intellettualità (o pseudo tale) italiana genuflessa al tempo del renzismo….

O delle sottili vendette della casta giornalistica italiana stile “The Others” (2001) di Alejandro Amenábar: ovvero, delle capziose quando non esileranti avventure di una grande famiglia di morti che non sanno di essere tali!