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Umberto Saba e la poesia antinovecentista

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

Umberto_Sabadi Ivana Vaccaroni. Umberto Poli, questo il vero nome dello scrittore, è un caso piuttosto raro nel panorama della letteratura del Novecento per la sua notevole distanza dalle istanze innovatrici delle correnti di inizio secolo.

Le caratteristiche della sua poetica si collegano direttamente alla tradizione petrarchesca e leopardiana assorbendo le ultime propaggini del Romanticismo e del Verismo, ma nello stesso tempo allontanandosi dal Simbolismo e dallo sperimentalismo contemporaneo.

Il risultato è una lingua poetica lontana da quella contemporanea al poeta, il quale cerca con figure retoriche, neologismi e artifici sintattici di nobilitarla. Ne risultano liriche ricche di grazia, di armonia, insieme all’attenzione alla psicologia e alla psicanalisi così attuali in quel periodo.

La sua formazione è quella di autodidatta, unita alle sue origini triestine e quindi multilinguistiche e multiculturali. Saba infatti nasce e si forma nella Trieste di fine Ottocento, quando la città era ancora sotto il dominio austriaco e rappresentava una zona e una cultura di confine, dove la lingua usata era normalmente il triestino mentre quella degli affari era il tedesco. L’italiano era una lingua estranea e astratta. Trieste peraltro conosceva per prima le novità più importanti della cultura mitteleuropea e questo permette a Saba di leggere in tedesco Nietzsche, facendogli apprezzare quell’aspetto della sua filosofia che si poteva ritenere anticipatore della teoria di Freud.

Quest’ultimo influenzerà molto il poeta triestino, costantemente alla ricerca della verità, dal momento che la sua infelicità nasce dall’infanzia segnata dal conflitto tra due razze sempre in conflitto: la madre, ebrea, è raffigurata come scostante e fredda, mentre il padre, cristiano, si fece conoscere quando il poeta aveva già vent’anni e il loro rapporto non fu certo sereno. Quello con la nutrice slovena Peppa Sabaz, invece, fu affettuoso al punto tale che lo scrittore probabilmente assunse lo pseudonimo di Saba da lei, anche se si ipotizza che potrebbe derivare pure dalla parola ebraica saba che significa pane.

Nel 1911 Saba, da esordiente, invia alla rivista fiorentina “La Voce” un articolo intitolato Quello che resta da fare ai poeti, una aperta manifestazione di poetica. Egli la definisce “poesia onesta”, cioè autentica, che va a individuare la vera essenza delle cose. In questa disamina mette a confronto Manzoni come esempio di poeta onesto e D’Annunzio, che considera invece letterariamente disonesto:

«Il contrapposto è fra i due uomini nostri più compiutamente noti che meglio si prestano a dare un esempio di quello che intendo per onestà e disonestà letteraria: è fra Alessandro Manzoni e Gabriele D’Annunzio: fra gli Inni Sacri e i Cori dell’Adelchi, e il secondo libro delle Laudi e la Nave: fra versi mediocri e immortali e magnifici versi per la più parte caduchi. (…) A chi sa andare ogni poco oltre la superficie dei versi, apparisce in quella del Manzoni la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda  perfettamente alla sua visione: mentre vede che l’artificio del D’Annunzio non è solo formale ma anche sostanziale, egli si esagera o addirittura si finge passioni ed  ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento: e questo imperdonabile peccato contro lo spirito egli lo commette al solo e ben meschino scopo di ottenere una strofa  più appariscente, un verso più clamoroso.(…) Quello che ho chiamato onestà letteraria (…) è prima un non sforzare  mai l’ispirazione, poi non tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere  più vasta e trascendente di quanto per avventura essa sia: è reazione durante il lavoro alla pigrizia intellettuale che impedisce allo scandaglio di toccare il fondo; reazione alla dolcezza di lasciarsi prendere la mano dal ritmo, dalla rima, da quello che volgarmente si chiama la vena». (U. Saba, Prose, a cura di L. Saba, Mondadori, Milano, 1964)

La vocazione antinovecentesca del linguaggio lirico si attenua nell’ultima fase della sua produzione, quella del Canzoniere, raccolta di poesie composte tra il 1933 e il 1945, in cui l’aggravarsi della sua nevrosi, acuito anche dall’avvento del fascismo e della guerra, viene espresso per mezzo di soluzioni linguistiche e formali che, senza modificare radicalmente la sua produzione, evidenziano la sua accettazione alla lezione di Montale e Ungaretti. Nascono da qui poesie come Amai o Mediterranea che fanno parte della sezione Mediterranee, composte nel 1946 e pubblicate subito dopo la fine della guerra.

Con questa raccolta nella poesia di Saba irrompe il mito classico anche nel linguaggio, che si allontana così dal consueto tono prosastico. Le figure del mondo greco, in particolare quella di Ulisse, sono reinterpretate in chiave psicologica per esprimere i temi del commiato e del recupero nostalgico della giovinezza.

    Amai trite parole che non uno

osava. M’incantò la rima fiore

amore,

la più antica difficile del mondo.

  Amai la verità che giace al fondo,

quasi un sogno obliato, che il dolore

riscopre amica. Con paura il cuore

le si accosta, che più non l’abbandona.

    Amo te che mi ascolti e la mia buona

carta lasciata al fine del mio gioco.

E infine

Penso un mare lontano, un porto, ascose

vie di quel porto; quale un giorno v’ero,

e qui oggi sono, che agli dèi le palme

supplice levo, non punirmi vogliano

di un’ultima vittoria che depreco

(ma il cuore, per dolcezza, regge appena);

       penso cupa sirena

-baci ebbrezza delirio-; penso Ulisse

che si leva laggiù da un triste letto.

 In prosa l’opera più importante risulta senz’altro il romanzo a sfondo autobiografico Ernesto, iniziato in vecchiaia e lasciato incompiuto. Pubblicato postumo nel 1975, presenta una narrazione in terza persona, è ambientato nella Trieste di fine Ottocento ed è incentrato sul richiamo a episodi dell’adolescenza del protagonista, con commenti e analisi fondati sul recente approccio dello scrittore alla psicanalisi.

La storia tratta il tema dell’omosessualità, dove peraltro i toni sono straordinariamente leggeri anche nei particolari più scabrosi e la lingua è il dialetto triestino alternato con l’italiano.

La poesia di Saba, con la rielaborazione della forma del “canzoniere”, l’apertura alla psicanalisi, lo sperimentalismo linguistico e formale interno alla tradizione, ha rappresentato per i poeti delle generazioni successive un modello alternativo alla tradizionale linea novecentista: Pier Paolo Pasolini lo definì «il più difficile dei poeti contemporanei».

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