Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Regalo di Natale. Luoghi e toponimi della Sardegna da Oristano a Ottana…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

toponimidi Massimo Pittau.

Oristano (pronunzia locale Aristanis, nei paesi vicini Aristãis) (capoluogo di prov. e già capitale del Giudicato di Arborea). L’abitante Aristanesu, Aristãesu - La più antica attestazione di Oristano si trova nel geografo bizantino Giorgio Ciprio (Descriptio orbis Romani, dell'anno 604 circa, ediz. H. Gelzer, Lipsia, 1890, pgg. 35, 110-111, 683) come Aristianēs límnē «Stagno di Oristano». Per il vero il Gelzer e dopo di lui studiosi recenti hanno ritenuto di dover emendare la lezione límnē in limēn e interpretare dunque «Porto di Oristano». Ma anche io sono contrario a questo emendamento sia perché, come ha scritto il De Felice (CS 115) «Oristano poteva essere qualificata più facilmente dal vicino stagno che non da un porto che, in quell'epoca, o non esisteva o non doveva avere particolare importanza», sia perché la lezione límnē «stagno» è confermata da un autore del sec. IX, Leone il Sapiente, Graecorum Episcopatuum Notitiae (Patrologia Graeca, CVII c. 344) nella forma, errata nella prima lettera, di Xristianēs límnē.- C’è da premettere che la forma Aristianēs pronunziata alla maniera bizantina, cioè con la eta = [i], corrisponde quasi perfettamente alla pronunzia locale del nostro toponimo. Questo – a mio avviso – può derivare dal nome del mitico Aristeo, la presenza del cui mito in Sardegna è affermata da ben 7 autori antichi: Pseudo Aristotele, De mirab. ausc., § 100; Diodoro Siculo IV 82; Sallustio II, fr. 7; Silio Italico 365; Pausania X 17, 4; Solino IV 2; Servio, Georg. I, 14. Pertanto la su citata forma bizantina Aristianē presupporrà una locuzione lat. villa Aristaeiana «villa(ggio) di Aristeo». La più antica delle testimonianze, quella dello Pseudo Aristotele, riferisce due particolari significativi: parla di Aristeo come molto esperto in agricoltura (e ciò si adatta bene alla fertilità dell’Oristanese) e della presenza di molti e grandi uccelli (e questi saranno stati i fenicotteri degli stagni).- La più antica attestazione sarda del nostro toponimo si trova probabilmente in una carta arborense datata al 15 ottobre 1102, come Aristanis (F. C. Casula), che poi si ritrova anche come Arestanis, Aristanes nel Condaghe di Bonarcado (CSMB 93, 167, 204, 205, 206), nel Condaghe di Silki (CSPS 242), nel Condaghe di Trullas (CSNT² 324) e nel Codice di Sorres (298). Oltre che in questi più antichi documenti medievali, ovviamente Oristano risulta citato in numerosi documenti successivi e ciò in virtù della sua qualifica di capitale del Giudicato di Arborea, della relativa diocesi e della curatoria.- Pur derivando Oristano il suo nome probabilmente da un mito di epoca classica, risulta che il sito ha conosciuto lo stanziamento umano già dall'epoca del neolitico recente, dopo nell'epoca nuragica e infine in quella cartaginese. Probabilmente è da riportare alla fine del VII sec. a. C. una iscrizione etrusca VANA S, che vi è stata trovata e che io ho tradotto Vanius Sethre, con un gentilizio che è etrusco e pure latino e col noto prenome masch. etrusco (UNS 106).- Per la storia della città è molto importante precisare che essa è la erede diretta dell'antica Tharros, da cui nel 1070 - secondo l'attendibile notizia di Giovanni Francesco Fara (Chorographia Sardiniae, 190.20-30) - il Giudice di Arborea Orzoco Zori con quasi tutto il popolo, sicuramente per sfuggire alle continue e feroci incursioni dei pirati saraceni, emigrò ad Oristano. Personalmente ritengo assai probabile che il nome del rione di Oristano Torángius, in plurale campidanese, derivi da un originario *Tharranios, indicando appunto gli abitanti di Tharros, che si erano rifugiati ad Oristano (CREST).

Oroè (Ardauli), Orái e Oroíne (Sedilo), Orídda (Domusnovas, Sennori, Villacidro), Oròe (Orosei), Orunaghe (Buddusò): toponimi da connettere – non derivare – con l’appellativo oru «orlo, lembo, limite, margine, paraggio, luogo vicino, sito, posto», órulu «orlo», oráines «vicino» (avverbio), il quale deriva dal lat. orum, ora, hora «limite, termine, margine, confine, lembo, orlo, contrada» (ThLL) e inoltre da confrontare col greco hórhos «confine, limite, termine» (di origine incerta), mentre la connessione vulgata dell’appellativo latino con l’altro os, oris «bocca» è da respingersi per la grave discrepanza semantica. L’esistenza dei citati toponimi, caratterizzati da ossitonia, suffissi e suffissoidi sardiani o protosardi, ci spinge a ritenere che il vocabolo esistesse già in Sardegna, nella lingua sardiana, prima che ve lo portassero i Romani come “doppione” (ONT 108, DILS, LISPR).

Orolá, Orulò (Pattada): toponimi sardiani (ossitonia), da riportare ad órulu «orlo, ciglione, margine», che deriva dal lat. orum, ora, hora «orlo, limite, margine, lembo, contrada» (da confrontare col greco hórhos «confine, limite, termine», di origine incerta). Però l’esistenza dei citati toponimi e dei seguenti, caratterizzati da osssitonia, suffissi e suffissoidi sardiani, ci spinge a ritenere che il vocabolo esistesse già in Sardegna, nella lingua sardiana o protosarda, prima che ve lo portassero i Romani. Vedi Orolái, Orolovè, Orolú (Orgosolo), Orolái (Orotelli, Ortueri), Orolacche (Osilo), Orolaghe (Buddusò), Orolía (Bitti), Orolío (Silanus), Orolíu (Siniscola); Oroliche, Orolotta (Onanì), Orolitto (Dorgali), Òrolo (Aidomaggiore, Birori, Bortigali, Pozzomaggiore), Orolotta (Onanì).

Orosái (Birori/Bortigali, Pozzomaggiore): toponimo probabilmente presardiano (suffissoide), da confrontare – non derivare – col lat. rosa «rosa» (prestito forestiero come indica già la irregolare /s/ intervocalica; DELL, DELI) e quindi probabilmente “fitonimo mediterraneo”. Vedi Orosè (Austis), Oroséi (Comune di O., Bosa, Calangianus, Talana), Orrosassò (Tonara); Orossolò, Oróssi (Fonni), Orrosile (Bultei); Orrossili, Arroséi (Baunei), Orosutho (Ollolai), Orusèi (Suelli, VGS), Rosalè (Orune), Arcu Rosadulu (Villasalto), Rosè (Porto Torres), Roséi (Pozzomaggiore, Scano M., Tramatza).

Orosei (Oroséi) (paese della Baronia in prov. di Nùoro) – Il toponimo è sardiano o protosardo, esiste anche nei territori di Bosa, Calangianus e Talana e trova corrispondenza negli altri toponimi Orosái (2: Birori, Pozzomaggiore), Orosè (Austis), Oroso (Bortigali), Orrosassò (Tonara); Orossolò e Oróssi (Fonni), Orrosile (Bultei), Orrossili e Arroséi (Baunei), Orosutho (Ollolai), Orusèi (Suelli, VGS), Rosalè (Orune), Arcu Rosadulu (Villasalto), Rosè (Porto Torres), Roséi (2: Pozzomaggiore, Tramatza) (ossitonia, suffissi e suffissoidi sardiani).- La matrice sardiana del toponimo Orosei è confermata dal suffisso –ínu dell’etnico Oroseínu, proprio come in Alaínu, Buddusoínu, Lanuseínu, Torpeínu, Trieddínu, Urzuleínu, ecc. (UNS 215).- Ciò premesso dico che tutti questi toponimi possono essere confrontati – non derivati – col lat. rosa «rosa» (prestito forestiero come indica già la irregolare /s/ intervocalica; DELL, DELI) e quindi probabilmente “fitonimo mediterraneo”. Invece l’appellativo sardo rosa, orrosa, orrossa, arrosa «rosa» può derivare senz’altro dal corrispondente latino, ragion per cui possiamo interpretare che il fitonimo esistesse già in Sardegna, nella lingua sardiana, prima che ve lo portassero i Romani, come “doppione” (NVLS, LISPR).- Nei documenti medioevali Orosei è citato parecchie volte, data l’importanza che aveva il suo porto fluviale, e viene citato con le seguenti forme: Uruse, Urise, Orise (certamente con l’accento sulla vocale finale), Orisei, Urusey (SSls 150, CHS num. 18; GG 485; CREST XXV 22). È citato numerose volte fra i villaggi della diocesi di Galtellì che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS) e così pure nella Chorographia Sardiniae di G. F. Fara (anni 1580-1589).

Orotelli [localmente e nella zona Orot(t)eddi] (villaggio della prov. di Nùoro). L’abitante Orot(t)eddesu – Una delle più antiche documentazioni di questo villaggio si trova nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado (CSMB 177), dove si parla di un certo Petru de Zori de Ortelli. Molto antica, e precisamente del 1139, è anche l’altra citazione di un certo Ugone vescovo di Ortilli, il quale donò al monastero di San Salvatore di Camaldoli la chiesa di San Pietro in Ollin con tutte le sue pertinenze (Codex Diplomaticus Sardiniae, I 213/1, 215/2). In questo documento Ortilli è chiaramente una forma errata, forse per supercorrezione, di Ortelli e San Pietro in Ollin è l’odierno San Pietro di Oddini, che è proprio nel territorio di Orotelli/Orani. Ciò premesso, dico che è molto probabile che Orotelli/Oroteddi derivi, con una anaptissi, da un gentilizio lat. *Ortellius (al vocativo) (cfr. Ortelius; RNG). In Sardegna si conservano ancora, come antroponimi e come toponimi, numerosi gentilizi o cognomina latini in caso vocativo, caso che con gli antroponimi era, per un motivo ovvio, quello più frequente: un individuo viene più spesso “vocato” o “chiamato” che non “nominato” o “citato”. Ortellius sarà stato uno dei latifondisti romani che in Sardegna avevano ampi possedimenti, nei quali producevano grandi quantità di grano, che mandavano sistematicamente a Roma, per nutrire la famelica folla della capitale dell’Impero e i numerosi reparti del suo grande esercito. Ortellius avrà avuto i suoi possedimenti nella piana di Ottana, la quale fino alla metà del secolo scorso era famosa per la grande quantità di ottimo grano che produceva. Però, molto probabilmente per sfuggire in estate al caldo eccessivo e anche al pericolo della malaria imperante nella piana di Ottana, Ortellius – oppure il suo liberto amministratore – avrà preferito vivere non ad Ottana, bensì ad Orotelli, cioè nella villa o fattoria che da lui avrà preso il nome. Esattamente come si intravede che facesse pure un altro latifondista romano che aveva pure lui possedimenti nella piana di Ottana, Oran(i)us, il quale preferiva vivere nella villa o fattoria che da lui prese il nome di Orane od Orani. D’altra parte è anche probabile che Ortellius avesse terreni pure nella vicina piana di Benetutti, come suggerisce il toponimo Norteddi di Bono, che si potrebbe interpretare come derivato dalla locuzione locativa in Orteddi, in Norteddi. Non solo, ma, considerato che nell’agro di Lodè/Lula esiste un altro toponimo Orteddi e nell’agro di Urzulei un altro Oroteddi, siamo anche spinti ad interpretare che il latifondista Ortellius avesse pure interessi nell’estrazione dei minerali di piombo argentifero di Lula e di rame di Urzulei/Baunei. Sarà stato dunque un grosso latifondista e capitalista, il quale, come capitava spesso allora, molto probabilmente continuava a vivere a Roma o in Italia, venendo saltuariamente in Sardegna e curando i suoi interessi agrari e minerari per mezzo dei suoi liberti appositamente mandati nell’Isola. Che Oroteddi derivi da un originario *Orteddi probabilmente è confermato dal toponimo del suo territorio Arteddane, il quale sarebbe da intendersi come *Orteddane «Orotellese», derivato da un originario *Ortellane (anch’esso al vocativo).- Noi sappiamo che Ottana in epoca medievale era il capoluogo di una diocesi, però quasi certamente, almeno nel periodo estivo, anche il vescovo di Ottana era solito risiedere a Orotelli (cfr. Codex Diplomaticus Sardiniae, I 193/2), sempre per sfuggire al caldo estivo e al pericolo della malaria. E in questo modo e per questa ragione si spiegano i due toponimi di Orotelli: Píscapu «Vescovo» (dal greco bizantino Epískopos) e Campu ‘e Preíderos «Campo dei Preti» (dal lat. praebyter per presbyter; NVLS). Inoltre, proprio alla presenza, anche saltuaria, del Vescovo ad Orotelli si deve la costruzione della sua bella chiesa di San Giovanni, che è del sec. XII ed è precedente alla cattedrale di San Nicola di Ottana.- Che Orotelli fosse la sede almeno temporanea del vescovo di Ottana è dimostrato anche dal fatto che il villaggio non viene mai citato dalle Rationes Decimarum Italiae – Sardinia del sec. XIV; proprio come queste fanno con i capoluoghi delle altre diocesi. Il che ci fa supporre che, mentre le decime delle parrocchie di ciascuna diocesi andavano alla curia romana, quelle del capoluogo rimanevano alla corrispondente curia vescovile. Da lungo tempo circola ad Orotelli e nei dintorni una differente spiegazione del toponimo Orotelli: esso deriverebbe da una frase lat. Auri tellus «Terra d’oro». Si tratta però di una “paretimologia” o “etimologia popolare”, che si deve respingere con decisione: infatti, ai sensi delle norme della fonetica storica della lingua sarda – ormai da tempo conosciute alla perfezione – da una frase lat. Auri tellus sarebbe derivato un toponimo sardo *Arideddus, non Oroteddi. Sul piano semantico poi si aggiunge la grande difficoltà che non avrebbe nessuna ragion d’essere il riferimento all’oro sia per Orotelli che per il suo territorio. D’altra parte è curioso constatare che la etimologia popolare di Orotelli = «Terra d’oro» molto probabilmente è stata fatta anche in epoca bizantina, con riferimento però, non alla lingua latina, bensì a quella greca. Gli scrittori bizantini Giorgio Ciprio (Descriptio, 682) e Leone il Saggio (Episc. Orient. Not.), infatti, parlano del capoluogo di una diocesi sarda, che chiamano Chrysópolis, cioè «Città d’oro». A lungo questo capoluogo di diocesi è rimasto del tutto sconosciuto e soltanto di recente esso è stato identificato “forse” con Forum Traiani (Fordongianus), ma senza neppure un’ombra di prove e di dimostrazione. A mio giudizio invece Chrysópolis «Città d’oro» non è altro che una etimologia popolare dell’originario Ortelli, erroneamente interpretato come «Terra o città d’oro». Ad arrivare a questa etimologia popolare i Bizantini saranno stati spinti dal fatto che certamente alla loro epoca il lat. aurum «oro» veniva ormai pronunziato *orum, con una mutazione fonetica che nella lingua latina aveva cominciato a manifestarsi già in epoca classica: cauda/coda, caudex/codex, caulis/colis, caupo/copo, caurus/corus, claudus/clodus, faux/fox, plaustrum/plostrum, plautus/plotus, ecc.- Se questa mia ricostruzione etimologica è esatta – e a me sembra almeno molto verosimile – se ne deve concludere che Chrysópolis di Giorgio Ciprio e di Leone il Saggio costituisca la più antica citazione non soltanto del centro abitato di Orotelli, ma anche della diocesi di Ottana. Debbo infine precisare che in precedenza io avevo interpretato Chrysópolis come una lettura errata di Neapolis, nome della città omonima del golfo di Oristano, ma ho rinunziato a questa ipotesi avendo considerato che non risulta che Neapolis sia mai stata capoluogo di una diocesi.- Orotelli e anche Oddini (evidentemente villaggio a sé, ancora abitato) sono citati nell’atto di pace fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 (Codex Diplomaticus Sardiniae, I 836/2). Inoltre l’oppidum Orotellis è citato nella Chorographia Sardiniae (182.5) di G. F. Fara (anni 1580-1589).

Orra (Burgos) – Molti toponimi sardi hanno la radice *orr-: Orrái (Fonni/Urzulei, Lula), Orre (Paulilatino, Sorradile, Zerfaliu), Orri (Monastir, Narcao, Nuraminis, Orani, Samassi, San Vito, Sarroch, Serramanna, Serrenti, Siliqua, Terralba, Villamassargia) (Orrì a Tortolì), Orrò (Ottana, Sedilo), Orredda (Nughedu S. N.), Orreddá (Aritzo), Orreddo (Silanus), Orreddu (Siliqua), Orrieri (Thiesi), ecc. Siccome questi toponimi sono quasi certamente sardiani o protosardi, caratterizzati come sono da alcuni particolari fenomeni strutturali (accento, suffissi e suffissoidi), viene da pensare che essi siano da confrontare – non derivare – col lat. horreum «granaio». Questo infatti è di origine ignota (DELL), ma in virtù del suo suffisso –eu- può essere di origine etrusca (LLE, Norme 14). È dunque possibile che in Sardegna esistesse la radice *orr– «granaio» già prima che i Romani vi portassero il loro vocabolo horreum (il qule ha dato il regolare sardo órriu, orrju «bùgnola», «granaio cilindrico fatto di canna intrecciata»). Vedi Orrja.

Orredda (Nughedu S. N.): molti toponimi sardi hanno la radice *orr-: Orri (Monastir, Narcao, Nuraminis, Orani, Samassi, San Vito, Sarroch, Serramanna, Serrenti, Siliqua, Terralba, Villamassargia) (Orrì a Tortolì), Orra (Burgos), Orrái (Fonni, Urzulei, Lula), Orre (Paulilatino, Sorradile, Zerfaliu), Orreddá (Aritzo), Orreddo (Silanus), Orreddu (Siliqua), Orrieri (Thiesi), Orrò (Ottana, Sedilo), ecc. Siccome questi toponimi sono quasi certamente sardiani o protosardi, caratterizzati come sono da alcuni particolari fenomeni strutturali (accento, suffissi e suffissoidi) e siccome il tema *orr- è frequente soprattutto nelle zone di prevalente coltivazione granaria, viene da pensare che esso sia da confrontare – non derivare – col lat. horreum «granaio». Questo infatti è di origine ignota (DELL), ma in virtù del suo suff. –eu- potrebbe essere di origine etrusca. È dunque possibile che in Sardegna esistesse la radice *orr– «granaio» già prima che i Romani vi portassero il loro vocabolo horreum (il qule ha dato il regolare sardo órriu, orrju «bùgnola», «granaio cilindrico fatto di canna intrecciata»). Anche a Illorai, Sassari e Silanus. Vedi Orrja.

Orri, Villa d’Orri (presso Sarroch) – «Villa estesissima tra i villaggi di Capoterra e Sarocco, di proprietà del marchese di Villahermosa (…) Il suo territorio (…) estendesi lungo il mare per gran tratto e occupa non poche parti de’ monti che sorgono prossimi», così nella metà dell’Ottocento scriveva Vittorio Angius, che prosegue dicendo che vi si trovava ogni genere di coltivazione, era un «luogo di pesca e di caccia. Carlo Felice, mentre era in Cagliari avealo scelto come luogo di sua villeggiatura, dove godesi nell’inverno d’una deliziosa temperatura, nella primavera d’una singolare amenità».- Il toponimo Orri si ripete in Sardegna almeno altre 12 volte (Monastir, Narcao, Nuraminis, Orani, Samassi, San Vito, Serramanna, Serrenti, Siliqua, Terralba, Villamassargia) (Orrì a Tortolì), inoltre trova riscontro nei seguenti altri toponimi: Orra (Burgos), Orrái (Fonni/Urzulei, Lula), Orre (Paulilatino, Sorradile, Zerfaliu), Orredda (Illorai, Nughedu S. Nicolò, Sassari), Orreddá (Aritzo), Orreddo (Silanus), Orreddu (Siliqua), Orriéri (Thiesi), Orrò (Ottana/Sedilo), ecc. Siccome questi toponimi sono quasi certamente sardiani o protosardi, caratterizzati come sono da alcuni particolari fenomeni strutturali (ossitonia e suffissi), viene da pensare che esso sia da confrontare – non derivare – col lat. horreum «granaio». Questo vocabolo latino infatti è di origine ignota (DELL), ma in virtù del suo suffisso –eu- potrebbe essere di origine etrusca (LLE, Norme 14). È dunque possibile che in Sardegna esistesse la radice *orr– «granaio» già prima che i Romani vi portassero il loro vocabolo horreum, il quale ha dato luogo al regolare sardo órriu «bùgnola», «granaio cilindrico fatto di canna intrecciata» (NVLS) Cfr. Orra, Orria, Orrjos.

Orria Manna, Orria Pitzinna (Orrja) villaggi medievali dell’Anglona, situati nella zona di Chiaramonti/Nulvi, ma da tempo abbandonati e ormai scomparsi. Sono citati nei documenti come Orrea ed Orria e la loro etimologia è abbastanza chiara e sicura: lat. horreum «granaio» o, meglio, la sua forma femm. horrea, documentata nella tarda latinità (DELL), per cui significano rispettivamente «granaio grande» e «granaio piccolo» [manna «grande» dal lat. magnus-a, pitzínna «piccina, piccola» dal lat. pitzinnus-a (REW 6550; NVLS)]. Quasi certamente tale denominazione era conseguente alla rispettiva consistenza dei due centri abitati, oppure al fatto che il secondo fosse stato una gemmazione del primo. (Day 84). Cfr. Serra Orrjos (Dorgali).

Orroli (pronunzia locale Arròlli ed Arròri) (villaggio della curatoria di Siurgus). L’abitante Orrolesu, Arrollesu, Arroresu – Il nome di questo villaggio è probabilmente da connettere coi toponimi seguenti: Orrolò (Osidda), Orrolotzi (Baunei), Orrilí (Lodè); Orrule, Orúvule (Pattada), Orroale (Orgosolo), Oroèlle (Bitti), Arailo (Orani), Arráilo (Mamoiada), Arralái (Loculi), Arrèle (Laconi), Arrelia (Desulo), Arroléi (Senorbì), Arruiliè (Urzulei), Arraúle od Orroúle, Orrule (Dorgali), Arrauli (Villagrande Strisaili), Araule (Ovodda), Oráule (Fonni), Riolè (Bottidda), su Dorròle (Galtellì) (accento, suffissi e suffissoidi) e da riportare al nome di pianta orròli, orròele, arròele, arròili, arròali, orròali «rovere», «roverella» (Quercus pubescens Willd.). Questo fitonimo è da confrontare – non derivare – col lat. robur,-oris «róvere» (indeur.; DELL, DELI) (OPSE 93, NVLS, LISPR). Sono troppo grandi le differenze fonetiche tra la forma del fitonimo sardo rispetto a quello latino per poter accettare la tesi di una derivazione del primo dal secondo. Dal fitonimo latino invece è regolarmente derivato il sardo róvulu «rovere». È dunque evidente che il fitonimo esisteva già in Sardegna, nella lingua sardiana o protosarda, prima che ve lo portassero i Romani come “doppione”. Dunque il villaggio ha derivato il suo nome dalla particolare presenza, in origine, di roveri nel sito in cui è sorto.- Probabilmente la più antica attestazione del villaggio si trova nel Condaghe di Bonarcado, dove si parla di individui nativi di Orroolo od Urroolo od Urrolo (CSMB 157a, 192, 194).- Il villaggio è citato nella Chorographia Sardiniae (132.32; 218.3) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Orroli della diocesi di Dolia e della curatoria di Siurgus.

Orrule, Orúvule (Pattada): toponimo che potrebbe significare «luogo di rovi», derivando da orrú «rovo», a sua volta dal lat. rubu(m). Vedi Orroule, Orrule (Dorgali).

Ortacesus (pronunzia locale Ottaccèsus) (villaggio della Trexenta in prov. di Cagliari). L’abitante Ortacesaju – Considerato che in Carte Volgari campidanesi dell’anno 1215 questo toponimo compare nelle forme di Ozrokesus, Ozzorkesus (CV XII 4; XIV 2; CREST X 14), ritengo verosimile questa sua spiegazione: significa «Orzochesi», cioè «Coloni di Orzoco». Questo era il nome di vari membri delle famiglie giudicali della Sardegna. Un Orzzocu de Lacon è citato nella Carta Volgare del 1130 (CV V 4), ma più spesso l’antroponimo ricorre nella forma di Arzzocu, Arçocu (CV III, IV, VI, VII, VIII, IX, X, XIII). Per questo antroponimo, che in altri documenti compare nelle forme di Orthocor ed Orzocor, io respingo l’ipotesi di una origine bizantina, perché non vi trova alcun fondamento, mentre lo riporto al nome di pianta sardiano o protosardo artiòccoro, icciòccoro, issòccoro, (i)stiòccoro, ittiòccoro, ciòccoro, thiòccoro «aspraggine» (Helminthia echioides; FPS, NPS 190) e «cardo dei lanaioli» (Dipsacus fullonum; FPS), che è da confrontare – non derivare – col greco kikhórion, kórkhoron «cicoria selvatica» (Cichorium intybus), «anagallide» (Anagallis arvensis L.; NPRA) di origine ignota (GEW, DELG) e quindi probabilmente “fitonimo mediterraneo” (OPSE 98, LISPR, NVLS). Vedi Ortiòccoro (Esporlatu).- Il nostro villaggio è citato nella Chorographia Sardiniae (216.26) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Ortagesis della diocesi di Dolia.

Ortobene, Monte Ortobene (antica pronunzia Ortovène, Orthovène) (Nùoro): è la montagna dei Nuoresi, da loro comunemente detta su Monte per antonomasia. È posto a oriente di Nùoro e da esso per tutto l’anno sorge il sole per i Nuoresi, nonostante il suo parziale spostamento a seconda delle stagioni. Questa circostanza lascia intravedere la etimologia, abbastanza verosimile, dell’oronimo: si può confrontare – non derivare – con l’aggettivo lat. ortivus «oriente, levante, nascente» + -ène suffisso sardiano o protosardo. Pertanto è probabile che Monte Ortobene significhi «Monte (del sole) nascente», «Monte (del sol) levante». Cfr. Ortivái (Bono, Bottidda, Orotelli), Ortiái (Lula), Oltòvolo (Bonorva), Gurthivái (Orune).

Ortuabis (Meana) – Questo toponimo è da distinguere e interpretare come ortu de abis «orto delle api». Probabilmente deriva la sua denominazione dall’esistenza nel sito di macigni che hanno la figura di altrettanti alveari ed esiste una leggenda locale che narra che si tratta appunto di alveari miracolosamente pietrificati a causa dell’avarizia del loro proprietario (vedi G. Spano a commento all’Itinerario dell’isola di Sardegna di A. La Marmora, I 231). Cfr. Bacu Abis.

Ortueri (villaggio del Mandolisai). L’abitante Ortueresu – Il toponimo è caratterizzato dal suffisso sardiano o protosardo –éri, che si constata negli appellativi eremeri «dafne gnidio», istieri «polline depositato nel miele», tonéri «rilievo tabulare dolomitico» e nei toponimi Liccheri (Ghilarza), Mattaleri (Santu Lussurgiu), Oniferi (Comune di O.), Orgheri (Buddusò), Oroeri (Teti), Troccheri (Tonara), Tuveri (CSSO; DICS), Venathitheri (Mamoiada), ecc. Invece per la radice Ortueri si collega con altri toponimi, caratterizzati da suffissi o suffissoidi sardiani, in *ort-, il cui grande numero induce a ritenere che anche nella lingua sardiana esistesse una base *ort– «orto», già prima che i Romani portassero nell’Isola il loro appellativo (h)ortus (indeur.; DELL, DELI) come “doppione”. La qual cosa viene confermata dal fatto che lo stesso appellativo esisteva anche nella lingua etrusca, come dimostrano i seguenti vocaboli etruschi: hurtu, hurthu, urtu; Hurtina, Hurtate «nativo di Hurta» (= odierna Orte) (cfr. Olzai, Ortachis).- Siccome dei citati toponimi sembra che si possa interpretare Orgheri = «luogo di sorgenti» (da orga «polla d’acqua, sorgente»), Oroeri = «luogo di confine» (da oru «orlo, limite, margine, confine»), Troccheri = «luogo di rocce o di dirupi» (da troccu «rupe, dirupo»), Venathitheri (da venathu) = «luogo di polle d’acqua», si può con verosimiglianza dedurre che Ortueri in origine significasse «sito di orti».- Il villaggio di Ortueri è citato molto per tempo nei documenti medievali: compare già nel Condaghe di Bonarcado (CSMB 112, 172, 205) e inoltre fra le parrocchie della diocesi di Arborea che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 359, 930, 1333, 1596); risulta tra i villaggi che sottoscrissero la pace fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 (CDS I 846/2, però in forma palesemente errata Arcueri); e risulta nella Chorographia Sardiniae (138.18; 196.15) di G. F. Fara come oppidum Ortueris della Barbagia del Mandrolisai.

Ortuine (Benetutti): toponimo sardiano o protosardo (suffisso), probabilmente da confrontare – non derivare – col lat. (h)ortus «orto». Vedi Ortái (Bitti), Òrtana (Bono), Ortéi (Austis, Illorai), Ortueri (Comune di O.), Ortúi (Teti), Ortzái (Comune di Olzai).

Orune (localmente e nella zona anche Urúne) (Comune di O. nella prov. di Nùoro). L’abitante Orunessu (/s/ aspra o sorda) Il nome di questo villaggio è da collegare con gli altri Oruni od Uruni (Alghero), Oruni (Neoneli; CSMB 1) e con questi numerosi altri toponimi: Orrúnis (Bosa), Orrunú(o) (Sorgono), Orunaghe (Buddusò), Oroniái (Olzai), Orái e Oroíne (Sedilo), Orène (Bono, Norbello), Orèo (Siniscola), Orère (Benetutti), Orídda (Domusnovas, Villacidro, Sénnori), Oríddu (Burgos), Orilái (2: Orani, Teti), Oròe (Orosei), Oroè (Ardauli), Oroéri (Teti), Orói (Orgosolo), Orolà e Orulò (Pattada), Orolaghe (Buddusò), Orolái (3: Orgosolo, Orotelli, Ortueri), Orolacche (Osilo), Oroliche e Orolotta (Onanì), Orolitto (Dorgali), Orolía (Bitti), Orolío (Silanus), Orolíu (Siniscola), Òrolo (Bortigali, Pozzomaggiore), Orolovè e Orolù (Orgosolo), Oruè (Desulo) (accento, suffissi e suffissoidi) ed è da connettere con gli appellativi e verbi sardi óru «luogo vicino, sito, posto», oráines «vicino, molto vicino» (avverbio, Lodè), órulu «orlo», orada «radura», orale «catena o schienale di monti» (Orgosolo), oridánu «che va sugli orli» (suffisso -itan-), orulare «orlare», orire «orlare il pane, lavorare la pasta», tutti da confrontare – non derivare – col greco hórhos «limite, termine, confine di proprietà» (di etimologia incerta; GEW, DELG) e inoltre coi lat. orum, ora, hora «limite, termine, margine, confine, lembo, orlo, contrada» (ThLL), *orulare «orlare» (REW) [la connessione vulgata di questi vocaboli latini con l’altro os, oris «bocca» è da respingersi per la forte discrepanza semantica]. Per il vero i sardi óru, orulare, órulu, orada, orale possono pure derivare dal latino, ma non gli altri vocaboli sardi citati e tanto meno i toponimi, perché lo impediscono notevoli difficoltà fonetiche e strutturali. La conclusione è che molto probabilmente nella lingua sardiana o protosarda esisteva una radice *or-, che significava «luogo vicino, sito, orlo», già prima che i Romani portassero nell’Isola il loro vocabolo orum, come “doppione”.Tutto ciò premesso, al toponimo Orune si può con buona verosimiglianza attribuire il significato originario di «ciglione» oppure di «sito sull’orlo o ciglione»; che è la esatta posizione del villaggio, rispetto alla montagna in cui esso è situato.- Il paese è citato come Urune fra le parrocchie della diocesi di Castro che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 198, 878) e inoltre risulta nell’atto della pace stipulata fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 (CDS I 836/1) come Urune ed Orune. Ed è citato pure nella Chorographia Sardiniae (100.18; 130.33; 182.29) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Orunis.

Oschene (Bitti), Óschini/e/a (Ghilarza/Paulilatino): toponimi sardiani o protosardi, da confrontare col lat. oscen,-ĭnis «uccello augurale», di origine ignota (DELI), ma quasi certamente etrusco per via del suo significato religioso e dei suffissi etruschi –en-, -in-; LLe, Norme 5). Molto probabilmente ha il valore collettivo di «uccelli augurali» e costituisce un’ottima prova del fatto che nel nuraghe si effettuava anche il rito della profezia basata sul volo degli uccelli.

Oschiri (Óschiri, Óhhiri; pronunzie attestate in qualche borgo vicino Òscari, Òlcari) (Comune di O., SS). L’abitante Oschiresu, Ohhiresu – Il toponimo, che è attestato anche a Castelsardo, Nughedu San Nicolò e Torpè, è sardiano o protosardo e probabilmente è da confrontare – non derivare – con l’aggettivo lat. obscurus «oscuro, oscurato, nascosto» (di origine incerta; DELI). Il borgo di Oschiri pertanto probabilmente ha derivato il suo nome o dalla abbondanza di vegetazione che lo rendeva particolarmente ombroso od ombreggiato, oppure, in subordine, dal sito in cui è sorto, probabilmente “nascosto” alla vista di altri villaggi (esso infatti, situato in una depressione, non risulta visibile da alcun altro villaggio). Vedi Òscoro (Anela/Bono), Iscurái (Lodine). Cfr. Riu schirigosu «rivo ombroso» (Badesi).- Il villaggio è citato molto per tempo e parecchie volte nei documenti medievali e precisamente nei Condaghi di Silki, di Trullas, di Salvenor (CSPS, CSNT, CSMS), risulta fra i villaggi della diocesi di Castro che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS) e inoltre risulta fra quelli che sottoscrissero la pace tra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 (CDS I 832/1, 836/2). Ed è citato pure nella Chorographia Sardiniae (100.30; 128.21; 184.8) di G. F. Fara (anni 1580-1589).

Osidda (villaggio della prov. di Nùoro). L’abitante Osiddesu – La pronunzia locale del toponimo è anche Osídde, la quale viene confermata dalle attestazioni medioevali: Osille nel Condaghe di Trullas (CSNT² 137, 138, 140); Osile, Osille negli elenchi delle parrocchie della diocesi di Castro che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 197, 871, 1671, 1733, 2085); Osille (oltreché Osilla, Osidda) nell’atto di pace fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 (CDS I 831/2, 834/1, 856/1); oppidum Osiddae nella Chorographia Sardiniae (184.2) di G. F. Fara (anni 1580-1589).– Ciò premesso, dico che è possibile che il nostro toponimo derivi dal gentilizio lat. Husillus (RNG) oppure *Osillus (cfr. Osillius; RNG) (in caso vocativo), del proprietario di un predio o di una tenuta (UNS 165). Questo poteva essere un veterano romano della mansione di Caput Tyrsi (vedi), citata dal noto «Itinerario di Antonino» e situata presso Sant’Efisio di Orune, veterano congedatosi e stanziatosi in un fondo assegnatogli all’atto del suo congedo. [Nel Condaghe di Silki (CSPS 185) compare Osilla come nome proprio femm., che può derivare dal lat. Husilla; RNG]. Però Osidda potrebbe avere la stessa etimologia di Usellus (vedi).

Osilo (localmente Ósilo, Ósile) (Comune di O., SS). L’abitante Osilesu – Le più antiche attestazioni di questo toponimo si trovano nel Condaghe di Silki come Ogosilo (CSPS 35, 90, 145). Compare come Osilo nella scheda più tarda num. 381 del medesimo condaghe e inoltre in un documento dell’anno 1112 del Codex Diplomaticus Sardiniae (CDS I 183). Nella sua forma più antica Ogósilo corrisponde agli altri toponimi sardi Ogòttile (Dorgali), Ogothi [che era la forma originaria di Ossi (vedi), di cui anzi Ogósilo sembra essere un diminutivo]; Ogotzi (Olzai), Ogotza (Urzulei), Ottile (Laerru); è da confrontare con l’antico Othila (CSPS 312, Ploaghe). Tutti questi toponimi sono chiaramente di matrice sardiana o protosarda, ma non si intravede per essi il corrispondente significato.- Il villaggio è citato anche nel Codex Diplomaticus Ecclesiensis (CDE pg. 401) come Osolo e parecchie volte negli elenchi delle parrocchie della diocesi di Torres che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 19, 745, 1130, 1217, 2263) e ancora parecchie volte risulta citato nella Chorographia Sardiniae di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Osulis.

Osini (pronunzia effettiva: Osíni ed Usíni) (villaggio dell’Ogliastra). L’abitante Osinesu, Usinesu – Anche per questo toponimo ritengo possibile che derivi dal gentilizio lat. Hosinius oppure dall’altro Usinius (RNG) (al vocativo) di un proprietario romano che vi aveva una villa «tenuta o fattoria» o terreni in genere. Però c’è da ritenere che i terreni di Osinio od Usinio fossero propriamente nella zona di Cardedu oppure nella vallata di Tertenia, mentre lui oppure, meglio, il suo liberto amministratore avesse la residenza in altura al fine di evitare i pericoli della malaria imperante a valle (cfr. Benetutti, Bono, Elini, Giave, Orani, Orotelli, Ottana). Questa spiegazione si adatta bene alla tesi di chi sostiene che alcuni villaggi ogliastrini in origine fossero nei bassopiani della costa orientale dell’Isola e che si siano trasferiti nelle pendici dei monti appunto per sfuggire alla infezione malarica e anche al pericolo delle continue e feroci incursione saracene.- Per la differenza sia dell’accento sia della terminazione, sembra doversi escludere che Osíni/Usíni sia da collegare con Úsini/Úsine (vedi).- Probabilmente la più antica attestazione del nostro villaggio compare nelle Carte Volgari campidanesi, in un documento dell’anno 1217, in cui esso sembra citato nella forma errata di Osono (CV XVI 3). In maniera certa è citato nelle Rendite pisane nel Giudicato di Cagliari agli inizi del sec. XIV (Artizzu, 98) nella forma di Uçini. Ed è ricordato nella Chorographia Sardiniae (220.12) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Ossini della diocesi di Suelli. Notevole è il fatto che il valico, molto difficoltoso, chiamato scala de santu Giorgiu di Osini sia ricordato nella «Leggenda di San Giorgio di Suelli», che è dell’anno 1117 («Archivio Storico Sardo», XV, 1924, pg. 80).

Ospè (Pattada): toponimo sardiano (ossitonia), probabilmente da connettere col verbo ospoare «asciugare, inaridire»; su entu ‘e ssussu est ospoande ssa terra «il vento di su (scirocco) sta inaridendo la terra» (Dorgali), che probabilmente è un relitto sardiano o protosardo, per il quale non ho trovato riscontri in altre lingue da me conosciute. Toponimi: Ospái (Nulvi, Nùoro-Orani), Ospe (Oliena), Ospene (Dorgali-Oliena), s’Óspinu (Bolotana), Ospo (Orgosolo).

Òspola (Galtellì, San Teodoro), Ospolo (Nùoro), Òspolo/Òsporo (Siniscola), Ospolocos (Urzulei), Osporiddái (Oliena), toponimi probabilmente da connettere con l’appellativo óspile/i, ospíle, uspíle «ricovero o recinto per bestiame, caverna, dolina, piccolo burrone, luogo appartato e solitario» (nuor. e barb.); ospilare «ricoverare il bestiame», «nascondere bestiame rubato in una caverna o in una dolina»; relitti sardiani o protosardi da confrontare – non derivare – coi lat. hospes «ospite», hospitium «ricovero», hospitare «ricoverare, ospitare» (di origine incerta; DELL, DELI). Vedi Hospitone (= «grande ospite, magnifico ospitante») re dei Barbaricini raggiunto da una lettera del papa Gregorio Magno con l’invito a favorire la conversione dei suoi sudditi al cristianesino (LISPR).

Ossi (Comune di O., SS). L’abitante Ossesu – Probabilmente la più antica attestazione di questo toponimo si trova nel Condaghe di Silki (CSPS 256, 392) come Ogothi. La quale forma trova riscontro nei seguenti altri toponimi sardi: Ogotzi (Olzai), Ogotza (Urzulei), Ogosilo (forma antica di Osilo; vedi), Òttene (Bessude). Tutti questi toponimi sono chiaramente di matrice sardiana o protosarda, ma non si intravede per essi alcun significato.- Accanto all’etnico Ossesu è esistito, sino a non molto tempo fa, l’altro Ossincu, il quale trova riscontro negli altri Bosincu, Lurisincu, Nuchisincu, Padrincu, Sossincu, Thiesincu (abitante rispettivamente di Bosa, Luras, Nuchis, Padria, Sorso, Thiesi), tutti caratterizzati da un suffisso che in Sardegna è arrivato dalla Corsica o dalla Liguria e che molto probabilmente deriva da quello lat. –in(ĭ)cus.- Il nostro villaggio è citato nel Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna (CDSS II 360) già come Ossi, mentre compare fra le parrocchie della diocesi di Torres che versavano le decime alla curia romana nella metà del sec. XIV (RDS 5, 1263, 1724, 2019, 2253) nella forma Orsi(s), che io ritengo senz’altro errata. Inoltre è citato dalla Chorographia Sardiniae (170.36) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come Ossi. Cfr. Osséi (Nughedu San Nicolò).

Ostianu – Tre toponimi prediali mediev. della diocesi di Ampurias (RDS), che probabilmente derivano dal cognomen lat. Hostianus (RNG) (AnglM 280).

Othoca – Antica e importante città della Sardegna, sostituita dalla odierna Santa Giusta, situata sulla riva dell’omonimo stagno. tutti gli autori che si sono interessati di questo toponimo hanno accettato passivamente la tesi del Movers, secondo cui esso corrisponderebbe alla punica Utica dell’Africa settentrionale e pertanto significherebbe «(Città) Vecchia» (‘tq). Io non accetto questa spiegazione sia perché le si oppongono notevoli difficoltà fonetiche, sia perché Othoca risulta essere omoradicale con una lunga serie di toponimi sardi [es. Othaqe (Oliena)], che sono di sicura matrice sardiana o protosarda e che potrebbero corrispondere – non derivare – al fitonimo lat. odocos, odicus, odecus «ebbio» (Sambucus ebulus L.) (NPRA 176), che esiste anche in Sardegna (NPS 337). D’altronde è molto significativo il fatto che a Santa Giusta un cinquantennio fa è stata rinvenuta la tomba di un defunto, nel cui corredo c’erano pure «due stiletti in ferro nuragici, che potrebbero costituire le insegne di rango di un personaggio sardo» (UNS 115). Ma più importante è la circostanza che di recente, nel piccolo poggio della odierna cattedrale di Santa Giusta, è stata appurata l’esistenza di un nuraghe e di un villaggio circostante, assieme con numerosi reperti nuragici. È evidente che siamo di fronte a una nuova prova del fenomeno del sincretismo religioso nuragico-cristiano, dimostrato dalla costruzione di una chiesa cristiana nel posto e a sostituzione del tempio pagano costituito dal nuraghe. Inoltre non si può fare a meno di sottolineare, anche a proposito del nuraghe di Othoca, che i nuraghi li costruivano i Sardi Nuragici e non affatto i Fenici.- E infine propongo questa domanda: perché viene comunemente pronunziato Óthoca e non Othòca? Vedi Villaurbana.

Ottana (localmente e nella zona Othana, Otzana) (villaggio della prov. di Nùoro) – È cosa abbastanza nota che la Sardegna, la Sicilia e l’Africa proconsolare (odierne Tunisia e Algeria) furono i tre principali granai di Roma: tria frumentaria subsidia reipublicae, le chiama Cicerone (de imp. C. Pompei, 12, 34), regioni dalle quali la città dominante a lungo trasse grandi quantità di grano necessario per il sostentamento delle sue folle cittadine e dei numerosi reparti del suo grande esercito. E in proposito si deve precisare che in quei tempi il pane di grano costituiva la parte principale del cibo dell’intera popolazione. Si deve pure precisare che delle tre citate regioni frumentarie di certo la Sardegna era la più importante, in ragione diretta della sua maggiore vicinanza a Roma. Ed infatti da numerose testimonianze storiche antiche risulta che l’arrivo o il mancato arrivo o il ritardo dell’arrivo del grano dalla Sardegna a Roma condizionò notevolmente lo svolgimento degli eventi, soprattutto nei periodi di guerre, ad es. quelle intestine fra le diverse fazioni e tra i vari pretendenti del potere sulla città. Ovviamente il grano della Sardegna salpava per Roma, o meglio per il suo porto di Ostia, partendo da tutti i porti dell’Isola, ma soprattutto da quelli più vicini ad Ostia, ossia i porti nord-orientali, cioè Turris Libisonis (Porto Torres), Tibula (Castelsardo), Olbia e foce del Cedrino, col porto fluviale che cominciava ad Orosei e arrivava fino a Galtellì (vedi). La produzione del grano sardo veniva mandata avanti in larga prevalenza da grossi latifondisti romani, latini od italici, i quali avevano acquistato a basso prezzo dallo Stato romano grandi appezzamenti di terreno strappato ai Sardi o ai Cartaginesi sconfitti e lo coltivavano con schiere di schiavi e anche di coloni, guidati da liberti, mentre essi, i padroni, continuavano a vivere a Roma o nella Penisola. La presenza di molti latifondisti romani in Sardegna – nella maniera or ora detta – è chiaramente dimostrata dal fatto che numerosi nomi di luogo o toponimi sardi, soprattutto delle zone meglio coltivabili, derivano da altrettanti gentilizi romani. Uno di questi toponimi è Otti di Oschiri (cfr. Nostra Signora de Otti), il quale si può con tutta tranquillità far derivare dal gentilizio lat. Ottius (RNG), in regolare caso vocativo.- Ma sempre in agro di Oschiri compare un altro toponimo, che può essere riportato al medesimo gentilizio romano ed è Ottana. Anche questo può essere facilmente spiegato come derivato da una locuzione lat. (villa) Ottiana «(tenuta o fattoria) di Ottio».- Spesso questi latifondisti romani erano anche grossi capitalisti, che come tali potevano avere possedimenti in varie località dell’Isola. Ad es. il gentilizio e cognomen lat. Silanus, che era peculiare di una importante famiglia senatoria, ha lasciato tracce nel Marghine e precisamente nel nome del paese di Silanus (propriamente Silanos; vedi). Ma esistevano altri due villaggi Silanos presso Sedini e Galtellì e inoltre esistono attualmente siti chiamati Silanos presso Giave, Silanu ad Osilo, Silanus a Orgosolo e a Villagrande Strisaili. Un altro latifondista e capitalista romano *Ortellius aveva interessi agrari ad Orotelli (in sardo Orotteddi, mediev. Ortelli; vedi), presso Bono in Norteddi (da in Orteddi) e probabilmente anche interessi minerari presso Lula in località Orteddi e presso Urzulei-Baunei in località Oroteddi, per le miniere rispettivamente di piombo argentifero e di rame.- Pure il già visto Ottius, oltre che presso Oschiri, molto probabilmente aveva possedimenti e interessi agrari nella piana di Ottana, la cui denominazione corrisponde alla già vista Ottana di Oschiri, che probabilmente è da spiegarsi anch’essa come (villa) Ottiana «(tenuta) di Ottio». La esatta pronunzia locale e della zona di Othana e Otzana ci potrebbe dare un’ottima conferma della perfetta derivazione di questo toponimo dal lat. (villa) Ottiana. – Questa (villa) Ottiana, poi bidda ‘e Othana, sarà diventata in seguito abbastanza grossa e anche importante in virtù delle grandi quantità di grano che produceva e che mandava ad Ostia, di certo attraverso il porto fluviale di Galtellì-Orosei e attraverso il valico che esiste a Nùoro (vedi) tra la valle del Tirso e la valle del Cedrino.- Una massiccia presenza nella piana di Ottana dell’elemento antropico romano, costituito da liberti, coloni e schiavi e probabilmente anche da veterani ricompensati al loro congedo con appezzamenti di terreno, è indiziata dai nomi di stanziamenti umani molto vicini, come il già visto Orotteddi/Orotelli, il vicino Oddini, dal gentilizio lat. Ollinius (RNG) e poi Orani/Orane dal gentilizio lat. Oran(i)us (RNG) (vedi).- In età romana di certo Ottana sarà diventata anche un importante centro amministrativo, politico e militare. Lo dimostra chiaramente il fatto che, all’epoca della diffusione del Cristianesimo in tutta la zona circostante, Ottana divenne la capitale di una abbastanza grande diocesi, la quale comprendeva i seguenti paesi: Macomer, Mulargia, Borore, Birori, Noragugume, Bortigali, Sauccu (Santa Maria de), Dualchi, Silanus, Lei, Bolotana, Illorai, Esporlatu, Bortiòccoro, Bottidda, Orotelli, Orani, Sarule, Oniferi, Nurdole e Nùoro.- Dentro l’abitato di Ottana, al lato della strada Abbasanta-Nùoro, esistono resti di una vecchia costruzione, che la tradizione popolare presenta come quelli dell’antica cattedrale, precedente a quella di San Nicola. A me sono sembrati di fattura romana e sarebbe molto opportuno che si facessero scavi appositi per appurare la questione. Comunque è evidente che quei resti sono da salvaguardare, dato che sono anch’essi i segni dell’importanza dell’antica Ottana.- Però il paese entrò in grave crisi quando nella sua piana si diffuse l’infezione malarica, per effetto della quale quasi certamente nel periodo estivo il Vescovo risiedeva ad Orotelli (e pure ad Orani; vedi), di certo per sfuggire appunto ai pericoli della malaria e anche a quelli del clima troppo caldo della valle (cfr. Bono, Elini, Giave, Orani, Orotelli, Osini). È da respingersi la tesi di Pasquale Tola, secondo cui il primo capoluogo della diocesi fosse Orotelli, da cui in seguito il vescovo si sarebbe trasferito ad Ottana.- Del resto Ottana continuò ad essere la capitale della diocesi per tutto il periodo medievale, come dimostrano chiaramente le Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Sardinia (RDS). Fino a che il centro della diocesi nel 1502 fu trasferito ad Alghero, evidentemente perché questa città risultava molto meglio collegata con la Spagna, ormai padrona assoluta della Sardegna. Nonostante la sua crisi di carattere antropico e anche istituzionale, è un fatto che fino alla metà del secolo scorso la piana di Ottana era famosa per la grande quantità di ottimo grano che produceva.- Le più antiche attestazioni del nostro villaggio si trovano nei seguenti documenti: Regesto Camaldolese num. 745, firmato a Saccargia il 16 dicembre 1112, dove si cita Iohannes ep. Othanensis; Carta di revoca tributaria a favore di Montecassino dell’anno 1170, dove viene citato donnu Zacharia episcopo de Othan (CREST XXIV 11), quello che dieci anni prima, cioè nel 1160, aveva consacrato la nuova chiesa cattedrale dedicata a San Nicola (S. Merche, Cenni storici sull’antico Vescovado di Ottana, Cagliari 1923); Condaghe di Silki, nel quale figura come capoluogo di una curatoria, di cui viene citato il curatore: Gosantine de Campu curatore d’Ozan (CSPS 387). Inoltre il nostro borgo, nella forma di Oçana, è citato tra i centri abitati che nel 1388 sottoscrissero la pace fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona (CDS I 836/2). Ed è citato parecchie volte anche nella Chorographia Sardiniae (136.31; 138.4; 178.11; 180.5; 182.5) di G. F. Fara (anni 1580-1589).

CONTINUA LA LETTURA SU AMAZON….

 

Advertisements

Natale 2018 – Regala i nostri libri!