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Cambiare parere su Renzi si può, anche in peggio

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

thdi Gigi Montonato. Eugenio Scalfari ha compiuto atto di ravvedimento su Matteo Renzi e si è con lui sposato. Lo ha fatto da Lilly Gruber, compare di nozze Paolo Mieli, mercoledì sera, 2 dicembre, nella chiesa de “La Sette”. Ha detto: ritengo che governare da solo sia un errore e Renzi governa da solo; il fatto che abbia intorno uno staff di venti persone non dice niente perché queste sono tutte persone sue senza volontà politica propria. Poi ha aggiunto: ora però mi correggo, siccome in Europa i capi dell’esecutivo dei paesi più importanti governano da soli, allora è inevitabile che lo faccia pure lui. Al limite – ha concluso – bisognerebbe creargli dei contrappesi istituzionali. Più o meno questa la base del matrimonio Scalfari-Renzi.

Ora, è sempre bene che qualcuno, accortosi di aver sbagliato, si ravveda e lo dica pubblicamente. Gli fa onore. Ma, nel caso in specie, è lecito chiedersi: c’era bisogno di una simile arrampicata sugli specchi? Prima Scalfari non lo sapeva che in Europa altri governano da “soli”, dalla Merkel ad Hollande, a Cameron? E non sa che mentre per quei paesi è normale, avendo altri sistemi politici, altra tradizione; per noi resta un’anomalia, che non trova giustificazione se non nella crisi politica che stiamo attraversando? Una crisi che non è determinata soltanto dalla mancanza di uomini politici di un certo valore, ma soprattutto dall’involuzione democratica che stiamo subendo per aver ceduto all’Unione pezzi di sovranità e vanificato pezzi della Costituzione.

L’Europa, per certi aspetti, va sempre più feudalizzandosi. Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, se la vedeva coi singoli signori a cui aveva assegnato il feudo; a loro chiedeva uomini e soldi per l’occorrenza. Così l’Unione Europea ha bisogno di avere un solo interlocutore per paese, tratta solo con lui; gli altri, neppure sa che esistono. E’ una questione di funzionalità del sistema. Questo ha necessariamente sminuito il ruolo dei partiti all’interno dei vari sistemi politici e l’incidenza dei loro uomini. Di fronte a questo processo, le politiche nazionali sono in crisi e crescente è l’impoverimento politico. E’ la fase – chissà quanto lunga! – della de-ideologizzazione. Matteo Renzi, in quanto uomo politico post-ideologizzato, fa al caso. Bisogna riconoscerlo.

Torniamo a Scalfari. Il perché di questo suo poco convincente “ravvedimento” è che “la Repubblica”, di cui Scalfari è stato fondatore e di cui tuttora è editorialista, da gennaio sarà diretta da Mario Calabresi. Il cambio di direttore in un giornale così importante, nel quarantennale della fondazione, non può essere senza cause e senza conseguenze. La causa è che il giornale deve cambiare rotta, le conseguenze è che deve attestarsi sulle posizioni di Renzi, deve diventare cioè uno strumento di potere di Renzi. Scalfari, dopo un momento di disapprovazione per non essere stato neppure interpellato sul successore di Ezio Mauro, si è adeguato. Quel che dice in proposito Paolo Mieli non conta niente. Ormai lo sanno perfino le moquettes dei suoi salotti che è il monsignore della cultura politica italiana.

Resta tuttavia il problema Renzi, liquidato dai suoi detrattori in maniera troppo sommaria, per via di quel suo proporsi che fa scarto tra il suo essere e il suo rappresentare. Non appare proprio come un ciuco in cattedra, ma come un imberbe che si comporta come il più anziano dei saggi; irrita come vedere la Gioconda coi baffi. Un fatto, prima ancora che di ragione, di pelle.

Ci sono motivi oggi per cambiare parere su Renzi, a parte le “ragioni” di Scalfari e i baffi della Gioconda? Cambiare parere forse no, ma approfondire il dissenso o aprire al consenso forse sì.

In verità, e per la mancanza di uomini forti in campo e per le circostanze di cui si diceva, Renzi va dimostrando sempre più di saperci fare; concilia l’utile del consenso con la bontà dei provvedimenti. E’ un furbo fortunato; e anche questo irrita.

Da quando promise i famosi ottanta euro a chi percepiva un reddito inferiore ad una certa soglia – promessa mantenuta, che gli procurò uno straordinario successo elettorale alle Europee del 2014 – ha continuato con la politica dell’elargizione, che sul piano pubblico ha avuto un impatto straordinariamente efficace. Renzi è l’uomo che ha fatto entrare l’esercito degli insegnanti precari, ammantando un’operazione di puro opportunismo socio-elettorale come la riforma della “buona scuola”. Ha promesso e dato 500 euro ad ogni insegnante per l’aggiornamento. Ora promette di dare 500 euro ad ogni ragazzo che compie diciott’anni. Sembra l’uomo della beneficienza, una sorta di Paperon de’ Paperoni improvvisamente convertito allo scialo.

Ma quali le ragioni vere di tanta prodigalità? Anzitutto i soldi non ce l’ha e per averli sta spogliando il paese di tutto: chiude province, ospedali, reparti ospedalieri, tratte ferroviarie, tribunali, corti d’appello, declassa porti, mette in crisi strutture pubbliche importanti come musei e biblioteche. Sta riducendo il paese ad uno scheletro, mentre costringe le Regioni a tagliare servizi o ad imporre tasse. In secondo luogo, appare di tutta evidenza che le sue iniziative non hanno nulla di samaritano, rispondono invece a logiche economiche. Dei sei milioni di pensionati sotto i mille euro mensili non si preoccupa; eppure si tratta di persone indigenti, di anziani malati e bisognosi di assistenza e di cure. Egli punta decisamente sui giovani e ad essi lega la ripresa economica. Ha individuato dei punti strategici, ad effetto domino, uno ricadente sull’altro. Immette denaro in certi settori della società col chiaro intento di aumentare i consumi e i…voti. L’aumento dei consumi incrementa la produzione; essa produce posti di lavoro ed assunzioni e quindi nuova moneta sul mercato. L’aumento dei voti gli consente di governare per chissà quanti anni ancora. L’esercito dei precari a scuola, ancor più delle “mance” – così le chiamano i suoi avversari dell’opposizione –, è il segno di questa politica. La scuola renziana può essere solo peggiore di quella precedente. L’anno scolastico è da poco iniziato e già sono emerse le prime falle organizzative.

Quel che conta per Renzi è che ci sono centinaia di migliaia di consumatori e di elettori in più. La sua è una politica che abbaglia ma non illumina; speriamo che non accechi.

4 Comments on Cambiare parere su Renzi si può, anche in peggio

  1. Ho visto la puntata in questione. Da casa provavo lo stesso imbarazzo che provava Paolo Mieli, presente in studio…. Sic.

    • A me francamente Mieli non sembrò imbarazzato. Il ruolo di sensale gli sta benissimo e quando è nell’esercizio delle sue funzioni sorride compiaciuto e beffardo.

      • Nope, le assicuro che si è colto imbarazzo negli occhi di Mieli (che è un ottimo giornalista, o per meglio dire uno che ne ha viste tante e sa anche adattarsi per sopravvivere… senza scendere mai troppo sotto il lecito) diverse volte… ma naturalmente non avrebbe mai osato contraddirre il patriarca: c’é anche l’età da tenere in considerazione e questo Mieli ha fatto.

  2. Mieli è un giornalista politico importante ed uno storico attento, anche se non proprio in linea col suo maestro De Felice. Oggi nell’establishment politico esercita un ruolo di “defensor pacis” che lo rende più patriarca dello stesso Scalfari. L’uno e l’altro non si discutono né come uomini né come professionisti, entrambi superlativi; ma come politici finché stanno nell’agone…

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