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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Sotto la barba di Karl Marx -Individualisti e nichilisti

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

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Il comunismo nega la necessità dell'esistenza delle classi; vuole abolire ogni classe, ogni distinzione di classe.
Karl Marx
di Riccardo Alberto Quattrini.
Arrogante con gli amici ma tenero in famiglia, studioso del capitalismo ma povero in canna, rivoluzionario ma borghese. Il Marx privato era pieno di contraddizioni.

Qualcuno storcerà la bocca trovandola blasfema l’analogia tra Karl Marx e Babbo Natale. Ma qualcuno ignora che in privato Marx era l’“orsacchiotto selvatico” di sua moglie e un “magnifico cavallo” per le figlie. Insomma: tutti conoscono (o credono di conoscere) il pensiero del filosofo tedesco più famoso, temuto e citato al mondo. Ma pochi conoscono la vita privata del teorico della rivoluzione proletaria, del più acerrimo nemico del capitalismo, essa riserva non poche sorprese. Il socialista Moses Hess diceva ammirato: “Immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx”. Non bisogna di certo essere filosofi per capire che si trattava di un personaggio piuttosto complesso e contraddittorio. Lo conferma Francis Wheen, giornalista britannico e autore di una documentata biografia sul pensatore tedesco egli dice: “Per quanto si beffasse dei costumi della classe media, nel profondo del suo cuore Marx era un borghese fatto e finito”.


Sicuramente lo fu per nascita. L’anticapitalista di Treviri (Trier in tedesco) nacque infatti in una borghesissima famiglia ebrea il 5 maggio 1818, al primo piano di una casa sulla Brückergasse, una via trafficata che conduceva al ponte sulla Mosella. Suo padre, Hirschel Marx, era un uomo colto, figlio e nipote di rabbini, che si era convertito al cristianesimo luterano per aggirare la discriminazione nella Prussia di Federico Guglielmo III e poter fare l’avvocato. Ebbe un legame stretto con Karl, almeno finché il figlio non abbandonò gli studi di legge per abbracciare la filosofia all’Università di Berlino. Le ultime sconfortate lettere paterne non fecero che allontanare la pecorella dal gregge: nel 1838, quando Hirschel morì, il ragazzo non partecipò neppure al funerale. Il viaggio sarebbe stato troppo lungo e lui aveva cose più importanti da fare.
Da allora la famiglia divenne inesistente e l’unico sentimento di cui degnò la madre Henrietta, poco colta, ultra-apprensiva e mai soddisfatta del figlio, fu l’astio per la sua longevità, che lo teneva lontano dall’eredità.
La donna non fu l’unico bersaglio dell’egocentrico, dispotico e irascibile giovane: amici poi diventati nemici, avversari politici, sovrani prussiani e non, professori pedanti, pensatori a suo avviso insulsi, tutti furono vittime della sua pungente ironia e del suo graffiante sfoggio di superiorità intellettuale. “Aveva trent’anni ed era già il capo riconosciuto di una scuola di pensiero socialista […] ma non avevo mai visto un uomo farsi avanti con tanta offensiva, insopportabile arroganza” scriveva a proposito del rivoluzionario tedesco e suo contemporaneo Carl Schurz, futuro senatore negli Usa.
In questo lo aiutava, nonostante gli abiti trascurati e la giacca abbottonata di sghimbescio, l’aspetto esteriore, che metteva in soggezione i suoi interlocutori: era pelosissimo, con un barbone nero e una criniera corvina sulla fronte ampia. Per questo venne soprannominato “il Moro”. Eppure sotto la scorza da uomo nero, nascondeva a volte un cuore d’oro. “A dispetto del suo carattere irrequieto e violento, come marito e padre di famiglia Marx è l’uomo più tenero e mansueto di questo mondo” riferì con incredulità un confidente della polizia, a metà dell’Ottocento.
Ed era vero: dopo tredici anni di matrimonio, quest’omone scorbutico scriveva ancora lettere d’amore alla moglie Jenny, la sua bionda “principessa incantata”, un’aristocratica amabile e poco sofisticata che si era innamorata di quella mente geniale. “È vero che ti posso sposare?” gli scriveva speranzosa, temendo che il suo “malizioso briccone” prima o poi la rimpiazzasse con qualcun’altra. E lui diceva che sì, l’avrebbe sposata, ma solo quando avesse trovato un impiego remunerativo.
Era il 1841: Marx, neolaureato, incerto sul da farsi, passò un’estate pazza a Bonn, bruciandosi la carriera accademica tra bicchieri di birra chiara e la pubblicazione di un libello antireligioso e sovversivo. Poi, siccome tanta verve polemica non poteva andare sprecata, abbracciò il giornalismo: iniziò con la Rheinische Zeitung  (la liberale Gazzetta renana) poi passò agli Annali tedeschi dell’amico Arnold Ruge, esponente della sinistra che si ispirava al filosofo idealista Hegel. Da allora, per tutta la vita, Karl ebbe a che fare con censori, denunce e divieti.
Quando il parlamento federale prussiano fece chiudere gli Annali, Ruge lo invitò a seguirlo a Parigi, per fondare un giornale in esilio:  gli Annali franco-tedeschi. Il Moro accettò volentieri, a una condizione: “Sono fidanzato e non posso, e non debbo, e non voglio uscire dalla Germania senza la mia fidanzata”. Il grande momento era giunto: Jenny sposò il suo “orsacchiotto selvatico” era il 19 giugno 1843. Poi i coniugi Marx emigrarono in terra francese.
Fu solo la prima di una lunga serie di fughe, scandite dai certificati di nascita delle figlie: le tre femmine sopravvissute, sui sette bimbi messi al mondo dalla coppia, nacquero a distanza di pochi anni l’una dall’altra in Francia, Belgio e Inghilterra. In ogni nuova patria adottiva la storia si ripeteva: articoli di violenta polemica, frequentazione o fondazione di circoli proletari, operai, comunisti, socialisti e rivoluzionari, allerta delle autorità e espulsione.
Del tutto innocente Marx non era: ebbe a che fare, più o meno attivamente, con il primo congresso della Lega dei comunisti (1847), con la pubblicazione (con Engels) del celebre Manifesto del partito comunista (quello, per capirsi, che chiude con l’appello “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”), con la rivoluzione parigina del 1848 e, nel 1864, con la Prima internazionale, l’associazione che tentò di riunire i lavoratori di sinistra di ogni nazione.
La realtà disumana nelle fabbriche, dove si sfruttavano persino i bambini, e nei quartieri proletari è ciò che fece indignare Marx quando giunse a Londra nel 1849, l’ultimo rifugio per i rivoluzionari sradicati, e patria de Il capitale. “L’Inghilterra non ha mai saputo decidere se provare orgoglio o vergognarsi per il fatto di essere associata al padre della rivoluzione proletaria” scrisse Francis Wheen(1). E ovviamente Marx ricambiò la cortesia, rafforzandosi nella convinzione che “il dono caratteristico dell’imperturbabile ottusità” fosse dono del patrimonio genetico di ogni inglese. Se anche i sudditi della regina non brillavano per calore e accoglienza, con la maggior  parte di loro Marx condivise una costante della propria esistenza: la miseria, che gli portò via quattro figli morti per denutrizione e malattia.
Ufficiali giudiziari alla porta, in coda con creditori ed esattori, un’assidua frequentazione del banco dei pegni, la mancanza cronica di cibo: al confronto i racconti strappalacrime di Charles Dickens sembrano commedie. Nelle due stanze che i Marx affittarono alla fine del 1850 nel peggior quartiere della città, il mobilio era ridotto all’osso: un paio di sedie mezze rotte e un tavolo, colonizzato dal capofamiglia, ingombro di libri, giornali, carte, tazze sbeccate, posate sporche, lavori di rammendo, giocattoli, la pipa, gli immancabili sigari (una volta dichiarò: “il capitale non mi farà guadagnare abbastanza per pagare i sigari che ho fumato mentre lo scrivevo”), cenere e tabacco.
A 34 anni, rimaneva un disordinato perfezionista: lavorava senza orari, dormendo pochissime ore per notte; mai soddisfatto, se non avesse avuto bisogno di soldi sarebbe stato capace di documentarsi all’infinito, senza mai concludere i suoi scritti.
La pignoleria non giovava all’economia famigliare e a questi si aggiungevano le voglie da signore: anche per senso di colpa nei confronti della moglie, non appena veniva in possesso di qualche soldo lo spendeva senza pensarci. “Se Marx fosse stato lo spensierato bohémien descritto in tanti rapporti di polizia, se la sarebbe cavata abbastanza bene; invece apparteneva alla categoria delle persone perbene cadute in miseria, che fanno di tutto per salvare le apparenze e non hanno alcuna intenzione di rinunciare alle abitudini borghesi” dice Wheen. Ironico, per uno che sarebbe diventato famoso con un libro sul capitale: se c’era una cosa che non riusciva a fare il Moro era mettere da parte un gruzzolo.
Nel 1856, grazie all’eredità di un vecchio zio e della suocera, si trasferì con la famiglia in una grande casa sostituita otto anni dopo, con la morte di sua madre, da una dimora più grande e costosa, mantenuta a spese di Engels.
Già. Engels: mai nome fu più appropriato, (Engels in tedesco significa angelo). Perché Friedrich fu, per Marx, una specie di vero angelo. Karl, maniaco dei nomignoli, lo considerava un “un soldato da salotto”, perciò lo soprannominò “Generale”. E, da veri amici del cuore, inventarono un linguaggio segreto (un mix di latino, tedesco, francese e inglese) con cui scriversi lettere piene di pettegolezzi da vecchie comari.
Si erano incontrati per la prima volta nel 1842 nella redazione della Gazzetta renana solo due anni e diversi articoli dopo, a Parigi, l’allora ventitreenne figlio di un severo e religioso proprietario di aziende tessili conquistò il filosofo di Treviri. Per sancire un’eterna amicizia bastarono due aperitivi al Café de la Régence e 10 giorni di discussione annaffiata da vino rosso a casa di Marx.
Sovvenzionare colui che riteneva un genio divenne la missione di Engels: aiutò Marx anche quando le sue finanze non lo permettevano, lavorò al posto suo scrivendo articoli che uscivano con la firma di Karl, donò all’amico una cospicua rendita (vendendo la sua quota dell’azienda di famiglia) e fece da revisore per le sue opere.

Qui, dunque, in questa bella casa, le sue figlie vissero i loro momenti più belli con il padre, che adoravano. “Era il più allegro e giocondo di tutti gli uomini” sosteneva Eleanor, la più piccola. Per loro inventava favole, declamava l’amato Shakespeare (lo scrittore preferito insieme a Goethe, Eschilo e Diderot) e si piegava a ogni richiesta, persino fare il “cavallo da sella”.
A differenza dei genitori dell’epoca, invece di ignorarle, discuteva alla pari con le figlie. Così, quando Eleanor 5 anni gli confessò la storia del figlio falegname (Gesù) ucciso dai potenti. “Nonostante tutto possiamo perdonare il cristianesimo perché ha insegnato ad amare i fanciulli” affermava l’ateo Marx, che definì la religione “oppio dei popoli”, cioè una droga consolatoria che impediva alle persone di prendere coscienza dei propri mali.
Lui, invece, i suoi mali li conosceva bene: “la mia malattia viene sempre dalla testa” diceva. E infatti, in coincidenza di scadenze di lavoro o di episodi sgradevoli e stressanti, ascessi e bubboni lo tormentavano sulle natiche e sulla schiena, rendendolo più acre e polemico. Nel 1867, l’ennesima eruzione cutanea lo costrinse a scrivere Il capitale in piedi, davanti alla scrivania. Quando lo ebbe tra le mani Engels notò che diversi passi del libro portavano “l’impronta alquanto profonda dei foruncoli”. A cui si alternavano mal di denti, mal di fegato, travasi di bile, vomito e febbre.
Insomma, lui che amava il pesce e preferiva curarsi con il porto che l’amico gli spediva come antidepressivo, doveva più spesso attenersi ai regimi prescritti dal medico: arsenico tre volte al giorno come anestetico, limonate e olio di ricino per il fegato. Prossimo alla fine, si accontentava di mezzo litro di latte al giorno, con generose aggiunte di rum e brandy. All’epoca era ormai un placido nonno affettuoso, che leggeva il Times la mattina ed era talmente miope da infilare la chiave nella toppa del vicino di casa, quando rientrava dalle sue passeggiate.
Di questo Marx over-sessanta, alle figlie rimase la foto che si fece scattare ad Algeri, prima di sacrificare alla vecchiaia precoce barba e i capelli che non aveva mai accorciato dai tempi dell’università. Come il biblico Sansone, con quei peli perse anche la sua forza: Jenny era morta di cancro nel 1881 e a gennaio di due anni dopo anche la primogenita, Jennychen, fu uccisa da un tumore alla vescica. Piegato da pleurite e bronchite cronica, sessantadue giorni dopo la figlia fu trascinato nella tomba da un’ulcera polmonare. Venne sepolto il 17 marzo 1883 nel cimitero londinese di Highgate, insieme a un’immagine del padre che gli trovarono nel taschino. Engels recitò una breve orazione funebre che terminò così: “È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California”. Ma doveva essere un giorno feriale, perché soltanto 11 persone erano lì a salutarlo.

A lui, spesso travisandolo, si sono rifatti i teorici delle rivoluzioni comuniste del Novecento. A lui, oggi, si rifanno gli economisti alle prese con la crisi dei mercati globali. Ma lui, Marx, dove aveva rivolto lo sguardo per elaborare le sue idee rivoluzionarie? All’Inghilterra e ancor più all’America, più o meno come oggi guardiamo alla Cina per capire dove va il capitalismo del XXI secolo. A metà Ottocento, infatti, erano quelli i Paesi all’avanguardia, che anticipavano il futuro. «Non si può capire il pensiero di Marx se non si tiene conto del suo tempo» spiega Ronald Car(2) «La rivoluzione industriale stava radicalmente cambiando gli assetti delle grandi città, in Francia, in Germania e nel resto d’Europa. L’industrializzazione aveva portato dalle campagne alle periferie moltissimi proletari, paragonabili agli immigrati di oggi». Marx, giornalista e intellettuale di punta del movimento democratico tedesco, non fece altro che cercare di interpretare tutte queste  contraddizioni.
«Il pensiero liberale pensava che garantendo la libertà di opinione e di impresa ai singoli si sarebbe potuto garantire benessere a tutti» prosegue Car. «Marx invece disse  senza mezze misure: l’individuo, nel mondo liberale, “è libero di dormire sotto i ponti”». La realtà che aveva sotto gli occhi pareva dimostrare che il sistema economico e sociale nato dall’indipendenza statunitense (1776) e francese (1789) non rispettava affatto tutti.
Inizialmente, Marx appoggiò la causa dei socialisti, attivi da inizio ‘800. E quando, nel cruciale anno 1848 che infiammò l’Europa, un piccolo movimento operaio (Lega dei giusti), composto per lo più da esuli tedeschi, gli chiese un contributo, accettò scrivendo con l’amico Engels il Manifesto del partito comunista. Dei socialisti condivideva le rivendicazioni: suffragio universale (la Francia fu la prima a introdurre quello maschile, nel 1848), intervento pubblico in economia e associazionismo di mutuo soccorso. La sua analisi del capitalismo si spinse però oltre. Era certo che la ragione potesse comprendere e spiegare ogni aspetto della realtà e diede al socialismo una dimensione scientifica, diventando il Darwin della politica economica.

La storia dell’umanità non è fatta solo dalle guerre, ma nemmeno solo dalle idee o dalla politica: sono economia e tecnologia a determinare di volta in volta l’evoluzione delle culture. Le basi economiche su cui si fonda la società, ovvero il punto d’osservazione da analizzare se si vogliono capire e cambiare le storture del mondo: questa premessa teorica è detta Materialismo storico. Questa visione si differenzia da quella degli idealisti, che alla base dei cambiamenti politici e sociali pongono la politica, la filosofia, l’arte o la religione in una visione quasi trascendente.
L’economia determina anche la mobilità sociale degli individui: nel capitalismo dell’800 (e in parte anche oggi) difficilmente il figlio di un operaio poteva diventare industriale, perché la necessità di guadagnarsi con il salario il sostentamento non gli dava modo di dedicarsi ad altro che al lavoro quotidiano. Fino alla fine dell’800 il grosso dell’economia si reggeva sugli artigiani: il calzolaio aggiustava le scarpe, a lavoro concluso, veniva pagato dal cliente per il suo lavoro.

Marx notò il declino di questo modello. La rivoluzione industriale aveva imposto un diverso tipo di lavoratore: l’operaio salariato. Che non ha altro da vendere se non la forza delle sue braccia. Costretto a fare un lavoro ripetitivo da cui il padrone trae vantaggio accrescendo il valore del capitale investito, l’operaio è costretto dalla rigida divisione del lavoro a rinunciare a ogni creatività: vede soltanto il pezzo al quale è addetto, ed è estraneo (“alieno”) al resto del processo produttivo. È cioè condannato all’alienazione ovvero alla disumanizzazione.
La domanda-chiave che si pose Marx fu questa: come funziona il capitalismo? semplificando, rispose così: il capitalismo mette il denaro (per pagare salari, mezzi di produzione e materiali) l’operaio fornisce la forza-lavoro tramite cui, in cambio del salario, produce un oggetto. Il padrone attribuisce alla forza-lavoro un certo valore, ma vende il prodotto a un valore maggiore. La differenza o plusvalore è assicurata dall’attività dell’operaio, che con il lavoro trasforma il materiale iniziale in merce vendibile. Il surplus (al netto dei costi) va nelle tasche del padrone, che ne ricava un profitto che accresce il capitale. L’operaio è così ridotto a strumento con cui il capitale produce denaro.
Perché il lavoratori dell’800 sopportavano le ingiustizie del capitalismo? Secondo Marx, perché speravano nella giustizia ultraterrena. Questo concetto, semplificato con l’espressione già citata in cui la religione è l’oppio dei popoli, in realtà egli espresse questa idea in modo un po’ più articolato: “La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli”. Per Marx, quindi, la religione non era tanto un invenzione dei preti ingannatori, quanto piuttosto il frutto di un’umanità sofferente e oppressa che cerca consolazione nel mondo (per lui immaginario) della fede.

Secondo Dürrenmatt(3)  ci siamo formati in un epoca dove: “essere marxisti era una specie di dovere”.
Scrive Marx nel Manifesto: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi  fissare. Si volatizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti”. È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, il marxismo non ha aderito in quei paesi come la Russia, la Cina, la Cambogia o Cuba, che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha restituito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato.

Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. Si potrebbe osare nel dire che, il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei “diversi”.
Il marxismo, dunque, resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi, usando un iperbole, in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente.

BIBLIOGRAFIA

La sacra famiglia, a cura di Aldo Zanardo (Editori Riuniti, 1967)
L’ideologia tedesca, (Editori Riuniti, 1967)
Opere filosofiche giovanili, a cura di Galvano Della Volpe (Editori Riuniti, 1967)
La dialettica di Marx, Mario Dal Pra (Bari, Laterza, 1965)

Note:
(1)    giornalista e scrittore britannico.
(2)    Docente di istituzioni politiche all’Università di Macerata
(3)    Friedrich Dürrenmatt  (1921 – 1990) scrittore, drammaturgo e pittore svizzero.

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