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LA VERITÀ FALLIBILE – Declino e rinascita del pragmatismo

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Michele Marsonet

lvfmmdi Michele Marsonet. Come si è in precedenza accennato, molti filosofi statunitensi hanno riscoperto in questi ultimi anni il pragmatismo, la tradizione filosofica americana per eccellenza. L’anticipatore di questa tendenza nella seconda metà del nostro secolo è ovviamente Quine,28 anche se egli non è mai stato un pragmatista nel senso pieno del termine: la sua posizione si può esprimere meglio dicendo che ha inserito elementi pragmatisti nel tronco del neopositivismo logico e della filosofia analitica.29 Dopo Quine troviamo Rescher, che cominciò a rivalutare il pragmatismo nei tardi anni ’60.30 Le idee di Rescher, tuttavia, sono tuttora meno popolari di quelle di autori come Richard Rorty, approdato al pragmatismo più tardi, e Hilary Putnam, che ha cominciato a parlare di pragmatismo soltanto negli ultimi anni.

      Il revival del pragmatismo è stato per molto tempo un fenomeno tipicamente americano, e solo di recente il neopragmatismo è diventato popolare anche in Europa, grazie soprattutto alla diffusione delle opere di Rorty. Indubbiamente il neopragmatismo che è oggi di moda ha dunque un’impronta rortiana, il che, come vedremo nel prossimo paragrafo, lo pone in contrasto sotto molti aspetti con le tesi di Rescher. Se infatti diciamo che possiamo credere soltanto a ciò che ci è utile, e se per di più aggiungiamo che il solo compito spettante al filosofo consiste nell’aiutare a migliorare le condizioni dell’umanità, avremo seri problemi per determinare in che cosa tali miglioramenti potrebbero consistere. In altri termini, se si rinuncia a qualsiasi tipo di criterio oggettivo diventa impossibile sapere quali teorie sono utili per ottenere i summenzionati miglioramenti della condizione umana.31 Abbiamo chiaramente bisogno di qualche tipo di criterio pur ammettendo, da un’ottica pragmatista, che la “verità” è una costruzione umana, e non un’entità metafisica situata in un mondo platonico di idee eterne.

      Non è il caso di ripetere qui le vicende che portarono al declino del pragmatismo dopo l’emigrazione di molti filosofi neopositivisti e neoempiristi verso il mondo anglosassone – e in particolare verso gli Stati Uniti – negli anni ’30 del nostro secolo.32 Rammentiamo soltanto che, a dispetto delle apparenze, le idee pragmatiste non furono completamente dimenticate e continuarono ad influenzare molti esponenti del pensiero analitico americano: lo stesso Carnap introdusse istanze pragmatiste nelle sue opere del periodo maturo. Il neopragmatismo può così essere ricondotto a questo influsso permanente – anche se non sempre ben visibile – della tradizione pragmatista anteriore sulla filosofia statunitense dei nostri giorni. Il rifiuto da parte di Quine di fissare una linea di confine rigida tra proposizioni analitiche e sintetiche, e la sua immagine del “campo di forza” dove tutte le proposizioni sono soggette a revisione rappresentano punti d’appoggio per tutti i pensatori neopragmatisti odierni. Il pensiero quineano è dunque diventato un ponte fra il vecchio e il nuovo; tuttavia, mentre il filosofo di Harvard non ha mai rinunciato ad alcune tesi di fondo del neopositivismo logico, alcuni suoi allievi – ad esempio Donald Davidson – sono approdati a posizioni più radicali.

      Un ulteriore fatto deve essere notato. Il pragmatismo, grazie alla sua prospettiva speculativa più ampia, ha favorito in passato – e favorisce oggi – una maggiore influenza dei filosofi nei dibattiti a carattere socio-politico.33 Giova rammentare a questo proposito il caso di Dewey, ideologo del New Deal di Franklin D. Roosvelt. Il pragmatismo è comunque distante dalla tradizione analitica più ortodossa, la cui iperspecializazione l’ha condotta, secondo Giovanna Borradori, ad una sorta di isolamento nei confronti della società. Le seguenti parole di quest’autrice, forse fin troppo pesanti, intendono fotografare tale situazione:

   Reclusa tra le mura dell’analisi, tra le poche discipline rimaste pressoché insensibili ai grandi eventi della storia del dopoguerra, dalla Corea al maccartismo, la filosofia americana ha dovuto attendere più di due decenni per quella ricerca postanalitica che, per prima, ha osato interrogarne l’isolamento (…) Se è vero che a partire da Quine, e continuando con Davidson e Putnam, il progetto analitico è stato svuotato dall’interno, attraverso i suoi stessi strumenti, con Rorty e Cavell esso si ritrova aggredito dall’esterno. Recisi i legami con il presente, esso è imbalsamato come un oggetto museale, le sue ipotesi scientifiche sistematizzate e ricondotte alla portata storicistica di una visione del mondo. Alla corrente analitica sono attribuite un groviglio di colpe, come la canonizzazione del discorso filosofico entro rigidi confini disciplinari e professionali, che ha portato la filosofia a un tetro isolamento dalla storia, dalla cultura e dalla società. Un groviglio, questo creato dall’impasse analitica, che viene sciolto con il recupero di due tradizioni di pensiero cruciali nella storia intellettuale degli Stati Uniti, il pragmatismo e il trascendentalismo.34

Secondo questa linea interpretativa, va attribuito principalmente a Rorty il merito di aver fatto risorgere la linea di pensiero che, incarnata da Peirce, James e Dewey, finì poi per scomparire “inghiottita dall’emigrazione viennese tra le due guerre”. A nostro parere, tuttavia, è un errore affermare che il neopragmatismo rortiano sia l’unico possibile. Rorty non è stato il primo filosofo del dopoguerra ad aver riscoperto il pragmatismo. Tralasciando il caso un po’ anomalo di Quine, v’è anche il pensiero di Rescher, del quale ci accingiamo a parlare nel prossimo paragrafo.

28 È opportuno rammentare che Quine deve molto sia a Carnap, e in particolare al Carnap venato di pragmatismo dell’ultimo periodo, sia a C.I. Lewis, che fu uno dei suoi insegnanti a Harvard. Davidson afferma, a tale proposito, che “Lewis ebbe un impatto molto forte su Quine”, G. Borradori (1991), p. 50.

29 Si veda W.V. Quine (1996), nonché l’interessante commento di A. Santucci (1996).

30 Vedi l’abbozzo di una filosofia pragmatista della logica contenuto in N. Rescher (1968), cap. 3.

31 Sono questi i problemi che la filosofia politica e sociale di Rorty non sembra voler affrontare. Si veda M. Marsonet (1996c).

32 Si veda per questo G. Borradori (1991), e in particolare l’Introduzione.

33 Stiamo ovviamente parlando del contesto americano, e non di quello italiano ed europeo continentale, dove la situazione è diversa.

34 G. Borradori (1991), pp. 16 e 25.

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