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Sulle basi troppo fragili della UE

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Wolfgang Schäuble

Wolfgang Schäuble

di Michele Marsonet. A costo di essere ripetitivo, mi preme ribadire un concetto già espresso nei giorni scorsi. Da un punto di vista meramente razionale, è difficile, per non dire impossibile, comprendere l’enorme entusiasmo sollevato dalla vittoria del “no” nel referendum greco.

Per essere ancora più precisi, aggiungo che – forse – si può capire la gioia di buona parte dei cittadini ellenici, che s’illusero allora di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo recuperando un’indipendenza nazionale che era chiaramente compromessa.
Permane invece la difficoltà di spiegare i peana italici, con tutte quelle delegazioni di politici nostrani recatesi in pellegrinaggio in piazza Syntagma per partecipare ai festeggiamenti in vista di un risultato che i sondaggi avevano previsto con largo anticipo.

Sui social network si scatenò il delirio, come se il popolo ellenico avesse conseguito una grande vittoria. Ho visto scomodare, oltre ai soliti Pericle, Platone e Aristotele, pure Leonida e i suoi 300 spartani che bloccarono l’enorme esercito di Serse alle Termopili.

Innumerevoli anche le riproduzioni del celebre sirtaki di Mikis Theodorakis, sia in versione con bandiera ellenica sullo sfondo sia con annessa la scena di Anthony Quinn che danza in “Zorba il greco”. Musica e film che, peraltro, amo moltissimo.
Non si contavano poi i post “schiaffo alla Merkel”, e quelli in cui la cancelliera, Schauble e Christine Lagarde piangevano disperatamente. E non si capiva perché, sembrando al sottoscritto che a piangere avrebbero dovuto essere soprattutto i poveri cittadini greci.

La realtà, purtroppo, è più dura e prosaica dei sogni. Si è finalmente capito che, a dispetto di quanto sostengono Salvini, Grillo, Vendola e vari esponenti della sinistra dem, uscire dall’euro non è per nulla facile. I tecnici, vale a dire gli economisti di professione, non sono mai riusciti a fornire all’opinione pubblica un quadro sufficientemente preciso delle conseguenze pratiche di una simile uscita.

A naso, si deduce dal caso greco che essa avrebbe esiti drammatici, tali da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza di un Paese che decidesse di intraprendere quel passo. E anche un radicale come Tsipras dà ora segno di averne consapevolezza.

Può darsi che il suddetto riesca a sopravvivere rinunciando al sostegno di larghi settori del suo stesso partito, e appoggiandosi a forze politiche che nel referendum si erano schierate per il “sì”. Comunque vada, è però chiaro che in politica emozioni e slogan servono a poco, in mancanza di un approccio realistico difficile da far digerire agli elettori, ma più utile nel lungo termine.

E, ancora una volta, salta agli occhi la tremenda debolezza dei presupposti sui quali l’Unione Europea è stata costruita. Per lungo tempo ci si è illusi che bastasse una valuta comune a creare, poco per volta, una vera comunità paragonabile ad altre federazioni che hanno avuto successo nel mondo.

Non è così, purtroppo. Manca il senso della comunità, dell’appartenenza a un’entità sovranazionale che ha un destino condiviso. Gli europei del Nord non capiscono perché dovrebbero essere solidali con quelli del Sud i quali, a loro volta, fanno ben poco per convincere gli altri di meritare fiducia.

E aggiungo un’ulteriore considerazione che mi sembra fondamentale. A un certo punto, stimolata da Romano Prodi e da altri, la UE ha iniziato una rincorsa senza fine all’allargamento, senza punto preoccuparsi di verificare se quanto era già stato costruito poteva reggere l’entrata di una quantità incredibile di nuovi membri. Non era forse opportuno consolidare prima di allargare? Non meritavano più attenzione gli inviti alla cautela dei tanti che intravedevano i pericoli di una Unione basata su fondamenta così fragili?

E, infine, non era il caso di sottoporre – sempre – alla volontà popolare le decisioni assunte, invece, nei soli palazzoni di Bruxelles da ristretti gruppi di tecnocrati che di tale volontà se ne infischiano allegramente?

Giunti a questo punto, e tornando al caso specifico, mi pare ovvia l’inutilità di addossare tutte le colpe a Berlino o ad Atene. Le colpe vanno suddivise. La volontà egemonica dei tedeschi fa parte del loro DNA, e lo si è sempre saputo. Non si venga a dire, tuttavia, che i greci sono innocenti. Chi lo sostiene chiude gli occhi di fronte alla realtà.

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