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Sul ruolo del linguaggio in filosofia, dal TRACTATUS di Wittgenstein a Piero Sraffa.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Piero Sraffa

Piero Sraffa

di Michele Marsonet. Riprendendo quanto detto in precedenti articoli, torno brevemente alle tesi del primo Wittgenstein circa la natura delle proposizioni: la sua teoria “raffigurativa” delle medesime. Secondo tale teoria, tutte le proposizioni genuine sono composte da elementi che “raffigurano” qualche possibile stato di cose nel mondo (le proposizioni dicono “come stanno le cose”). Nel “Tractatus” sostiene che rappresentiamo i “fatti” a noi stessi utilizzando elementi figurativi (i termini) ordinati in varie maniere. L’idea gli venne leggendo un articolo di giornale, nel quale si menzionava che nel tribunale di Parigi erano utilizzati dei modellini in scala per riprodurre gli incidenti automobilistici. In quei casi, i modellini di automobili venivano disposti in varie maniere per rappresentare tutti modi possibili in cui gli incidenti avrebbero potuto aver luogo, con la speranza di riuscire a scoprire l’andamento reale degli incidenti.

Wittgenstein, partendo dall’utilizzazione dei modellini di automobili, capì che gli incidenti avrebbero potuto essere rappresentati anche usando, ad esempio, mele o gessetti; la cosa, importante, insomma, non era il modellino di automobile, bensì la funzione che esso svolgeva nel contesto. Di qui la conclusione che la raffigurazione, al fine di rappresentare uno stato di cose, deve avere i seguenti requisiti minimali:uine poi noterà in “Due dogmi dellempirismo”, il vecchio termine filosofico “significato” perde parte della sua importanza.

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