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Del codice barbaricino: i principi generali, le offese, la misura della vendetta. E una biografia del filosofo orunese Antonio Pigliaru.

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

All’epoca vi erano i miglioristi di Napolitano, banditi allora ed oggi, anche se Renzi ha ucciso proprio Napolitano, il suo creatore. E costui, nonostante i colpi, proprio come un Golem, non muore mai. (Roberto Renzetti)

Antonio Pigliaru

Antonio Pigliaru

Dopo l’ennesimo fatto di sangue ad Orune, nel nuorese, dove un altro uomo troppo giovane ha perso la vita, riprendo qui di seguito un interessante sommario, tratto dalla tesi e dal bel sito di Giovanni Meloni, che ringrazio qualora passasse di qui, delle dinamiche del “Codice di vendetta barbaricino” così come presentate dal filosofo orunese Antonio Pigliaru. In calce anche una biografia di Pigliaru tratta dalla sua pagina wikipedica italiana. Non penso naturalmente che l’ultimo omicidio in Barbagia abbia nulla a che fare con i datati canoni illustrati da Pigliaru, ma sicuramente penso che abbia molto a che fare con le cose della nostra “sardità”, che sono per la maggior parte bellissime ma in alcuni casi decisamente deleterie. Chissà che questi scritti non aiutino a meglio riflettere. E a crescere meglio. RB 

Il Codice barbaricino può essere definito un codice comportamentale non scritto che vigeva non solo nella Barbagia, regione cui fa riferimento, ma in tutti i comuni della provincia di Nuoro e dell’Ogliastra, in quelli del Goceano (provincia di Sassari) e in alcuni dell’alto Oristanese.

Caratteristiche

Trattasi di una sorta di codice d’onore, simile ad una giustizia parallela, che ha talvolta sostituito gli organi giuridici del territorio. Alcuni studiosi ritengono che alla base della creazione del codice ci sia la scarsa tutela dell’individuo da parte dello Stato, che negli anni in questione non era presente nel territorio.

Questa situazione di assenza dello Stato ha motivato le cruente azioni di organizzazioni criminali del ventesimo secolo e retto i fili organizzativi della stessa Anonima sarda negli anni sessanta del XX secolo.

Secondo una ricerca di Antonietta Mazzette,docente dell’Università di Sassari, condotta nel 2006 in questa zona avviene la maggior parte dei fatti di sangue dell’isola. Nonostante la popolazione sia molto ridotta, questa zona corrisponde a quella in cui si sviluppò, a partire dal XVIII secolo, il cosiddetto “banditismo classico”.

Buona parte del codice tratta e definisce le offese subite, dall’insulto personale al furto e all’omicidio, e le relative sanzioni; l’ambito socio-economico in cui questo processo si è sviluppato è quello agro-pastorale. Lo scopo è quello della tutela dell’onore e soprattutto della dignità del singolo individuo.

Esempio pratico

Nel caso un individuo subisca un furto di bestiame, non sarà il furto in sé a costituire danno, ma il significato intrinseco a cui era mirato il crimine: in questo caso la perdita dell’autosussistenza della famiglia offesa. Quest’ultima avrà il diritto di vendetta, che dovrà essere proporzionata al danno subito. Per quanto riguarda il lato strettamente economico della perdita, l’individuo offeso commetterà a sua volta un furto di bestiame per tornare ad una situazione di parità. (tratto da Wikipedia)


Scrive Meloni: “Le consuetudini relative al meccanismo della vendetta, tramandate oralmente e in sardo, nel libro di Antonio Pigliaru Il banditismo in Sardegna (Milano, 1970), vengono trasformate in un codice di 23 articoli, scritti in un rigoroso linguaggio giuridico.

Il codice barbaricino si divide in:

I principi generali

Le offese

La misura della vendetta

I principi generali

1) L’offesa deve essere vendicata. Non è uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova della propria virilità, vi rinuncia per un superiore motivo morale.

2) La legge della vendetta obbliga tutti coloro che ad un qualsivoglia titolo vivono ed operano nell’ambito della comunità.

3) Titolare del dovere della vendetta è il soggetto offeso, come singolo o come gruppo, a seconda che l’offesa è stata intenzionalmente recata ad un singolo individuo in quanto tale o al gruppo sociale, nel suo complesso organico, sia immediatamente sia mediatamente.

4) Nessuno che vive ed opera nell’ambito della comunità può essere colpito dalla vendetta per un fatto non previsto come offensivo. Nessuno può essere altresì tenuto responsabile di un offesa se al momento in cui ha agito non era capace di intendere e di volere, nel quel caso rispondono i moralmente responsabili.

 Il resto leggetelo qui… http://web.tiscali.it/Banditismo/Codice%20barbaricino.htm

Antonio Pigliaru (Orune, 17 agosto 1922 – Sassari, 27 marzo 1969) è stato un filosofo, giurista ed educatore italiano. Tra le molteplici tematiche del suo impegno intellettuale una è di particolare interesse: la sua interpretazione dei problemi socio-economici delle zone interne della Sardegna, che inquadrò e tentò di spiegare nell’ambito della propria visione etico-politica.

Biografia

Nacque ad Orune, in provincia di Nuoro, ultimo di cinque figli; i genitori, Pietro e Maria Murgia, sono due maestri elementari, accomunati dunque dalla stessa formazione culturale e dal lavoro, ma di provenienza sociale diversa. La famiglia di Pietro è di origine contadina, attività marginale rispetto alla pastorizia prevalentemente praticata in paese; nonostante le scarse disponibilità economiche, dopo le elementari continua negli studi. Maria, la cui madre è maestra, proviene da Sassari: ha vissuto in una realtà più aperta e si reca ad Orune, dopo il diploma, per insegnarvi. Si sposano nel 1909.

Finite le elementari Antonio, che nel frattempo ha perso il padre, lascia il paese, al quale rimase comunque sempre profondamente legato, e si trasferisce a Sassari, presso i nonni materni, per completare gli studi ginnasiali e liceali. Nel 1940 aderì al Gruppo Universitario Fascista, dove fece le sue prime esperienze culturali, collaborando al giornale dell’organizzazione, scrivendo soprattutto di teatro. Coltiva le sue aspettative nella “rivoluzione fascista”, come tanti giovani della sua generazione, rifiutandone però le degenerazioni che il regime sta subendo.

Frequenta dal 1941 l’Università a Cagliari nella Facoltà di lettere e filosofia. Nel marzo del 1944 viene arrestato, accusato insieme ad altri, di gravi reati: spionaggio, guerra civile, cospirazione politica. Condannato a 7 anni dal Tribunale militare di Oristano, sconta 17 mesi di carcere, durante i quali contrae la malattia che lo porterà prematuramente alla morte, per essere poi liberato nel maggio del 1946 in seguito all’Amnistia Togliatti. Ripresi gli studi, in pochi mesi supera tutti gli esami e si laurea a Cagliari con una tesi sull’esistenzialismo in Giacomo Leopardi.

Nell’aprile del 1949 è assistente volontario alla cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Sassari, diventando assistente ordinario un anno dopo; consegue la libera docenza nella stessa disciplina e nel 1967, vinto il concorso, è professore ordinario di Dottrina dello Stato. Nel 1949 nasce la rivista “Ichnusa”, di cui fu animatore ed ispiratore. La rivista uscì, con diverse sospensioni, fino al 1964. A partire 1956 Pigliaru decide di darle un nuovo ruolo, meno generalista ma più attento e teso a dar voce soprattutto alla “questione sarda”: gli editoriali, da lui redatti, vengono sempre più spesso dedicati ai problemi della regione e la rivista si propone come laboratorio di discussione, chiamando a raccolta un’intera generazione di giovani intellettuali isolani impegnati per la rinascita dell’isola e per i quali Pigliaru, in contatto con numerosi studiosi delle due università sarde di Sassari e di Cagliari, diventa un vero e proprio maestro e ideologo. Muore a Sassari il 27 marzo 1969 durante una seduta di emodialisi, terapia alla quale si sottoponeva regolarmente per curare la grave insufficienza renale che lo accompagnò per gran parte della sua vita.

Nel 2012 per i festeggiamenti dei 450 anni dell’Università di Sassari, la sua immagine è stata apposta all’esterno del Dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e Ingegneria dell’Informazione dell’Ateneo.

Attività

Fu autore di numerosi saggi di grande spessore, considerati ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per il dibattito sulla cultura sarda. Inediti continuano ad apparire ancora adesso. Dopo un’iniziale approdo alla filosofia di Giovanni Gentile, soprattutto nelle prime, importanti opere, Considerazioni critiche su alcuni aspetti del personalismo comunitario e Persona umana ed ordinamento giuridico si avvicinò al personalismo storicista di Giuseppe Capograssi, di cui accolse anche, con un’interpretazione originale, la teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici di Santi Romano, (specie nel suo capolavoro di antropologia giuridica La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico), Successivamente sviluppò questioni del marxismo gramsciano, in particolare in Struttura, soprastruttura e lotta per il diritto, Gramsci e la cultura sarda e nell’incompiuto saggio su L’estinzione dello Stato. Tra i suoi numerosi contributi sono anche da ricordare: Meditazioni sul regime penitenziario italiano (1959); La piazza e lo Stato (1961); Promemoria sull’obiezione di coscienza (1968).

È considerato uno dei più importanti antropologi giuridici italiani e uno dei maggiori studiosi della Sardegna (Scuola antropologica di Cagliari). A l’attività scientifica accompagnò un’intensa attività di “didattica popolare”, organizzando ad esempio numerosi corsi di educazione per adulti e lavoratori in vari luoghi dell’isola. La sua vocazione pedagogica emerge anche in “Scuola”, periodico con molti collaboratori, che esce nel 1954 e si rivolge ai maestri che si preparano al concorso magistrale. Venne eletto nel Comitato regionale della Sezione sarda dell’Associazione Italiana Biblioteche per il triennio 1955-1958 e confermato nel 1958-1961.

A lui sono intitolate le Biblioteche comunali di Orune e di Porto Torres, e la Biblioteca interfacoltà per le scienze giuridiche, politiche ed economiche dell’Università di Sassari.

Opere principali

  • Considerazioni critiche su alcuni aspetti del personalismo comunitario – Sassari, 1950
  • Persona umana ed ordinamento giuridico – Milano, 1953 (ora Nuoro, 2008 con prefazione di Giovanni Bianco)
  • Meditazioni sul regime penitenziario italiano – Sassari, 1959 (ora Nuoro, 2009 con prefazione e postfazione di Salvatore Mannuzzu)
  • La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico – Milano, 1959 (ora Nuoro, 2000)
  • La piazza e lo Stato – Sassari, 1961
  • Sardegna, una civiltà di pietra – Roma, 1961 (con Franco Pinna e Giuseppe Dessì)
  • Struttura, soprastruttura e lotta per il diritto – Padova, 1965
  • “Promemoria” sull’obiezione di coscienza – Sassari, 1968 (ora Nuoro, 2009 con prefazione di Virgilio Mura)
  • Gramsci e la cultura sarda – Roma, 1969 (ora Nuoro, 2008 con prefazione di Paolo Carta)
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Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Lo disse… Diogene il Cinico

(ad Alessandro che gli chiedeva cosa potesse fare per lui) “Sì, stai un po’ fuori dal mio sole”

Lo disse… Joseph Pulitzer

Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce.

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6 Comments on Del codice barbaricino: i principi generali, le offese, la misura della vendetta. E una biografia del filosofo orunese Antonio Pigliaru.

  1. francu pilloni // 10 May 2015 at 10:19 // Reply

    Per una volta (di più) non sono d’accordo con la tua analisi iniziale, quando dici che l’omicidio del giovane orunese ha a che fare “con le cose della nostra “sardità””.
    A me pare che l’atto imperdonabile, e le motivazioni che pare lo sostengano, non siano diverse dagli esecrabili comportamenti da bulli di quartiere tipici delle periferie degradate delle città italiane, europee e americane.
    Non vedo “sarditudune” in quei comportamenti, ma la nebulosità della coscienza di individui che vivono la socialità con gli stessi scatti irrazionali di un pesce fuori dall’acqua.

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    • Che tu non sia d’accordo mi sta bene, di opinioni diverse vive questo blog ma chiamare “analisi” la mia nota iniziale mi pare esagerato. Di fatto non ho voluto avventurarmi in disquisizioni per il rispetto che si deve al dolore di coloro che sono coinvolti e perche’ non amo il “preying” su queste notizie che purtroppo dobbiamo testimoniare ad ogni secondo in tv.

      Detto questo, muovendo dal particolare al generale io resto con quella mia prima nota. E resto con quella perchè proprio al tempo della mia scuola secondaria nel nostro paese accadde un fatto simile (più di uno) con un compagno di scuola che finì proprio come quel ragazzo. Bada bene che per noi fu uno shock non avendo il mio paese una storia come quella di Orune… che proprio come diceva l’insegnante che ha parlato al funerale di questo giovane ha una storia difficile da difendere.

      Però in comune con Orune io, tu, i miei compaesani e tutti i sardi hanno un tratto diverso: la sardità. La sardità è una caratteristica ben precisa e a mio avviso noi non viviamo una età ancora tanto civilmente liberata, nonostante la digitalizzazione che in Sardegna imperat più di altri luoghi italici, da dimenticare i suoi effetti. Non siamo certo al tempo delle “leggi” pastorali che racconta Pigliaru… ma il nostro DNA è sempre quello. E questo bisogna comprenderlo, non aiuta ignorarli ma bisogna affrontarli i problemi.

      Tutto qui.

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    • Condivido quanto detto, soprattutto “la nebulosità della coscienza”, nuova via per poter sembrare quello che non si è mai stati.
      La “sardità” altro è!
      Grazie

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  2. Giovanni Meloni // 29 November 2015 at 16:58 // Reply

    Innanzitutto ringrazio Rina per le parole spese nei confronti del mio sito e mi complimento con lei per l’idea e la realizzazione di questo fantastico blog.
    Sono anche io pienamente d’accordo con Rina, condanno ogni forma di criminalità (a prescindere che essa si chiami mafia, camorra, banditismo o qualsiasi altra manifestazione ad essa associata), ma mi sembra di capire che lo scopo di questo articolo sia quello di analizzare un malessere comune in alcune aree della Sardegna in tempi non così tanto remoti.
    I tempi forse sono un pò cambiati, ma il DNA è lo stesso e forse rimane quella sorta di malessere che ci accompagna dalla preistoria.
    In una frase che mi colpì tanto si racchiude l’essenza di questo nostro disagio geografico-culturale “Semus teracos in terra nostra” (Siamo servi nella nostra terra).
    Giovanni Meloni

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    • Grazie Giovanni per il commento.
      Concordo… il problema è che oggi siamo servi comunque. Dovunque ci si trovi. Soprattutto siamo servi e schiavi dell’ignoranza abissale, della superstizione, del clientelismo politico, del menefreghismo sociale, della disonestà a tutti costi, di una televisione da neurone rincoglionito, del giornalismo di regime, etc etc…

      Ma… come diceva quello… Buon Natale. Ciao.

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      • Credo fermamente che ognuno di noi, Sardo, abbia e si tenga la propria sardità, espressa nei rapporti sociali e nei sentimenti, quelli veri, mai annacquati da abitudini degerenanti e generalizzate, come spesso accade.

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