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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – Di una quercia gigante, di tuoni e di fulmini e de LA PIOGGIA… NEL PINETO.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

DSC01036di Rina Brundu. Qui a Dublino piove spesso ma è raro che la pioggia faccia rumore. Ai piedi della montagna era diverso e sovente il temporale era accompagnato da tuoni e da fulmini. Ricordo ancora lo strano balucinare che colorava il cielo di giallo vivo come una pennellata distratta di un pittore impazzito e poi il rombo del tuono che pareva scuotere la montagna alle fondamenta e con lei la nostra anima. Nel giardino davanti a casa c’era una quercia gigante, di veneranda età e rami frondosi che sotto la pioggia danzavano col vento e aggiungevano un tocco sublime alla musica di quella meravigliosa orchestra.

Ancora oggi il ticchettio della pioggia e il rombo del tuono sono tra i miei suoni più amati. Fanno tuttuno con la nostalgia che ti prende sempre più rara e con la più dolce sensazione di pace.

—-

Dieci ore di pioggia e di rombi di tuono….

….. e LA PIOGGIA NEL PINETO 

di GABRIELE D’ANNUNZIO

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

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95 Comments on Filosofia dell’anima – Di una quercia gigante, di tuoni e di fulmini e de LA PIOGGIA… NEL PINETO.

  1. grazie da un’abruzzese prestata alla Sicilia, al Veneto, all’Europa, al No-Where…

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  2. Mettiti comoda sono dieci ore… ma bastano anche cinque minuti:)

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  3. da bambina, in Abruzzo, durante i temporali estivi, mi sedevo in terrazzo e mi lasciavo cullare e catturare da questi suoni. La pioggia nel Pineto mi ha riportato dritto dritto lì… e poi Pineto(ameno paesino sul mare) occupa un posto dominante nella mia vita. Ciao e buon fine settimana.

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    • Grazie di questo tuo ricordo. Anche io adoravo (e adoro) ascoltare la pioggia, mi piace anche guidare sotto la pioggia. Al secondo posto c’era il veder nevicare che dava pace, ma la pioggia che cade parla direttamente all’anima, come nient’altro, specialmente la notte e quando soffia il vento. Buon we anche a te.

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  4. francu pilloni // 12 May 2015 at 11:41 //

    In assoluto, è una delle poesie che preferisco.
    Mi venne in mente di metterla in sardo ma, nel farlo, mi accorsi che alcuni concetti erano distanti dall’animo dei Sardi e alla fine ne è venuta fuori un’altra cosa. Anche come musicalità che, nell’originale, è quasi inarrivabile.

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    • Concordo in pieno. Raramente ho letto qualcosa di cosi esteticamente valido, dolce, leggero perfetto. Supera Hesse, supera Neruda e francamente in questa momento non ricordo nulla di cosi bello a livello globale. Pazzesco che questo poeta non venga ricordato come si deve in Italia… anche se ben sappiamo che e’ paese dove si preferisce dare spazio a nani et circenses, meglio se radical-chic. Non ho difficolta’ a dire che non amo il VATE, la cui figura e storia erotico-sentimentale mi procura il vomito… ma bisogna dare a Cesare quel che e’ di Cesare e questo signore e’ stato un poeta a tutto tondo (con tanti lavori, tuttavia, molto al di sotto della qualita’ di questa poesia). Questo lavoro supera anche l’arte di Leopardi nella sua straordinaria modernità, escluso forse L’infinito.

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  5. Non so se bisogna voltare pagina… so che Leopardi fa poesia del suo tempo, quindi strutturata, quindi costruita anche se a momenti bellissima come ne L’infinito appunto. La pioggia nel pineto appartiene ad altro genere. È poesia moderna finanche modernista, europea, dunque liberata… capace di giungere più velocemente all’anima. Francamente è incredibile che tanta dolcezza appartenga al VATE… ma come detto credo sia il genio a fare la differenza. Tutto qui.

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    • Onestamente, io non ho letto mai nulla di più bello del passo che segue e ti assicuro che di poesia ne ho vista…
      Questo è un passo che si può definire in un modo soltanto: sublime!
      Più che un poeta pare un pittore e un filosofo ad ad un tempo.

      Odi? La pioggia cade
      su la solitaria
      verdura
      con un crepitio che dura
      e varia nell’aria secondo le fronde
      più rade, men rade.
      Ascolta. Risponde
      al pianto il canto
      delle cicale
      che il pianto australe
      non impaura,
      né il ciel cinerino.
      E il pino
      ha un suono, e il mirto
      altro suono, e il ginepro
      altro ancora, stromenti
      diversi
      sotto innumerevoli dita.

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  6. Pardon questo passo è finanche migliore…

    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove sui pini
    scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri volti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggeri,
    su i freschi pensieri
    che l’anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    t’illuse, che oggi m’illude,
    o Ermione.

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    • Nope, per me la poesia deve essere cosa libera e leggera e deve saper parlare all’anima come dimostra il VATE, ma certo anche questa composizione fa la sua figura… più formale e formalizzante per I tempi digitali… ma bella senz’altro.

      XII – L’INFINITO

      Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
      E questa siepe, che da tanta parte
      Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
      Ma sedendo e mirando, interminati
      Spazi di là da quella, e sovrumani
      Silenzi, e profondissima quiete
      Io nel pensier mi fingo; ove per poco
      Il cor non si spaura. E come il vento
      Odo stormir tra queste piante, io quello
      Infinito silenzio a questa voce
      Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
      E le morte stagioni, e la presente
      E viva, e il suon di lei. Così tra questa
      Immensità s’annega il pensier mio:
      E il naufragar m’è dolce in questo mare.

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  7. Si mischiamo il sacro e il profano… ma va bene cosi. ciao

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  8. francu pilloni // 13 May 2015 at 09:18 //

    Ci credi che la feci studiare ai miei alunni? Non tutta, evidentemente. Parlo della Pioggia nel pineto, naturalmente. Insieme a qualcuna di Brecht, di Rainer Maria Rilke, di Faustino Onnis, ….

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  9. francu pilloni // 13 May 2015 at 09:21 //

    Credo che, imparare a recitare dignitosamente quella poesia sia stato per loro come imparare a cantare, a ballare, a correre e a sognare a occhi aperti.
    Sempre che già non lo facessero di loro iniziativa.

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    • Bravissimo… hai detto proprio cio’ che volevo dire ma non mi veniva: e’ proprio come imparare a cantare, a ballare, a correre, a sognare.

      Veramente un capolavoro.

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  10. francu pilloni // 13 May 2015 at 18:10 //

    Smettila di farmi i complimenti
    Lo sai m’impettisco e poi faccio la ruota.

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    • Lo dici perché da frequentatore del sito sai bene come I complimenti li sprechiamo a destra e a manca, a gratis…

      🙂

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      • francu pilloni // 13 May 2015 at 19:10 //

        Li spargi perché non costano. Se solo ti venissero a un cent la dozzina…
        Ma sei o no diventata irlandese? Anzi, scozzese?
        Gavino, aspetto.

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  11. Brava Anna… fa piacere sapere che oggidì l’arte di D’Annunzio venga studiata e offerta a modello per creare anche qualcosa di nuovo…

    Beh dopo ci provo anche io… anche se serve il mood…. provverò ad ascoltare il rumore di pioggia e vedo cosa viene e se è pubblicabile

    PS Sennò lo pubblico lo stesso visto che in altre occasionni non mi sono fatta problem:)

    grazie Gavino

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  12. francu pilloni // 13 May 2015 at 19:26 //

    Ahia! Buon sangue non mente!

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  13. @Li spargo? uhm… qui si spargono solo critiche di norma come in ogni contesto serio… I complimenti sono rari… anzi radi…che fa più poetico

    Sempre sardo-irlandese come I cavalli di razza….

    Beh vedo poi se anche io riesco a seguire le orme del vate ma ne dubito… molto…

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  14. Eccoci, ma più che sulle orme di D’Annunzio sulle orme dei grandi poeti goliardi medievali…

    Ascolta. Ululati
    Di cani
    Lontani
    Pigolii di pulcini
    E bambini
    Chiassosi
    scherzosi
    Graziose massaie
    Le aie
    e belati di pecore
    Bianche
    Stridii di civette
    Stanche
    Trilli di allodole
    Garriti di rondini
    nere
    atmosfere edeniche
    e sere
    come spose
    belle
    notti preziose
    brillanti
    di stelle
    mucche
    nelle stalle
    e d’altro non mi vien…
    … che palle!

    PS Gavino Franco scherzo…poi ci torno quando sono nel mood giusto… per omaggiare il vate.

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  15. Risolleviamo subito il tono Franco.

    Guarda pero’ come in questo “contesto” natalizio l’incipit di Salvatore Satta (seconda poesia) sia inarrivabile anche per il Vate, o no?

    Poesia di Gabriele D’Annunzio
    Quadretto natalizio

    La notte era senza luna; ma tutta la campagna
    risplendeva di una luce bianca ed uguale,
    come nel plenilunio, perché il Divino era nato.
    Dalla capanna lontana i raggi si diffondevano
    nella solitudine; e la bontà che da quella cuna
    si diffondeva intorno coi raggi era tanta, che
    le terre ricoperte di neve parevano fiorite di rose,
    e come un immenso rosaio odoravano nella
    notte. Il bambino Gesù rideva teneramente
    tenendo le braccia aperte verso l’alto come in
    atto di amore: e l’asino e il bue lo riscaldavano
    del loro fiato che fumava nell’aria gelida, come
    un aroma sulla fiamma.

    VESPRO DI NATALE (Salvatore Satta)

    Incappucciati, foschi, a passo lento

    Tre banditi ascendevano la strada

    Deserta e grigia, tra la selva rada

    Dei sughereti, sotto il ciel d’argento.

    Non rumore di mandre o voci, il vento

    Agitava per l’algida contrada.

    Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada

    Ridea bianco nel vespro sonnolento

    O vespro di Natale! Dentro il core

    Ai banditi piangea la nostalgia

    Di te, pur senza udirne le campane:

    E mesti eran, pensando al buon odore

    Del porchetto e del vino, e all’allegria

    Del ceppo, nelle lor case lontane. ***Buon Natale***

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  16. francu pilloni // 16 May 2015 at 15:45 //

    Sebastiano era uno scalpellino, non uno scultore.
    Le sue parole non arrotondano un concetto, ma lo mutilano.
    Al massimo parlerei di artigianato, ma si sa: nei paesi dei ciechi, chi ha un occhio fa il re.

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    • Nope, non per me. Questo sarebbe vero se si facesse una comparazione D’Annunzio –Satta a tutto tondo, allora non ci sarebbe storia. Ma nel contesto “natalizio” su postato non ho dubbi nello stare con Satta: la sua poesia parla alla mia anima, l’altra no. Sorry.

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  17. Saggiarne la durezza… si mi piace per descrivere questi banditi di Satta stile Tigre d’Ogliastra. Ma non ditelo a quelli di Quarto Quadro che ieri ci hanno fatto la predica sui mali della nostra sardità analizzando da par loro il cartello con la scritta Orune che da il benvenuto nel paese ma che risulta impallinato…. Non so perché ma mi pareva – oltre il trito e contrito – che stessero valicando territori che erano terra incognita per loro e I loro ragionamenti… mah.

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  18. ah ah… no credo abbia fatto meglio… gli spiriti che scrivono sono più confuse…
    comunque la creazione è bellina, se di animo innamorato non saprei, mi pare di animo permeate dai ritmi della sua terra e che forse cerca altro…
    a ben guardare potresti avere ragione tu

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  19. @Franco.
    Tu che sei stato in molte giurie di premi di poesia, quale pensi che sia la miglior poesia sarda scritta, sia in limba che in italiano ma scritta da autore sardo? Gracias

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  20. francu pilloni // 17 May 2015 at 10:50 //

    Non posso risponderti; nessuno può rispondere a questa domanda, perché la maggioranza delle poesie sarde hanno poca storia, diciamo dal Premio Ozieri, una sessantina d’anni. Ma non tutti partecipano ai concorsi letterari, molti invece pubblicano in libri che non hanno mercato a cui è difficile accedere.
    Né la stampa quotidiana sarda dà una mano in questo, essendo impegnata a scoprire i romanzieri americani, francesi o nepalesi, oppure i Brunovespa di turno, da qualche tempo in voga fra attori, cantanti, sportivi ndi piccola o grande fama.
    Devo anche dire che ai concorsi arriva una gran mole di poesie di “dilettanti” che hanno l’hobby del verso sciolto, convinti che la metrica, la musicalità, il ritmo, siano un optional e che la scrittura nel rigo s’interrompa a occhio, o che basti mettere sempre l’aggettivo prima del nome e qualche parola colta qua e là, meglio se leopardiana o dannunziana , visto che siamo in tema.
    C’è però una bella schiera di poeti che sanno il fatto loro in fatto di tecnica e di sensibilità. Per questo i loro prodotti non sono mai sbilenchi, qualche volta troppo raffinati ed emotivamente carenti. Spesso si assomigliano troppo, come i testi di una classe liceale a cui hai dato il compito di parlare del terremoto del Nepal.
    Per non dire che troppo spesso risultano ermetici, intimisti, profondamente e irrevocabilmente pessimisti, anche in quelli che hanno superato i novant’anni e s’aiutano con i pronipoti a farseli scrivere e stampare dal computer.
    Qualche volta, più spesso di quanto non si creda, si esagerano i sentimenti, si strumentalizzano percezioni comuni a tutti gli esseri umani, pertanto conosciuti e misurati ab antiquo, per cui non sfuggono alla regola del ridicolo, dato che hanno assorbito in sé la tecnica di costruzione delle barzellette.
    E guarda che non sto parlando delle traduzioni e arrangiamenti in sardo di benemerite poesie francesi, inglesi, nepalesi, …
    Ma però …
    C’è una poesia di un isilese che scrive in logudorese, che ha vinto più di una volta a Ozieri, e ha scritto una poesia per un pastore-ragazzino, sparato da una squadra di quei banditi del tipo di quelli accarezzati da Sebastiano Satta, solamente perché, forse, aveva visto ciò che non avrebbe dovuto avere testimoni.
    Ti ho dato le coordinate, prova a trovarla.

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    • Grazie. Ma mi sono espressa male. Naturalmente non mi riferivo ad autori “giovani” che non hanno visibilità. Mi interessava sapere il tuo parere per quanto riguarda testi noti…
      Non vedo il link pero’ me lo sono perso?

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  21. francu pilloni // 17 May 2015 at 10:54 //

    Ah, dimenticavo: di mestiere batte il rame, da mattina a sera, come a Isili sanno fare.

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  22. francu pilloni // 17 May 2015 at 11:03 //

    Non ho alcun link. Ricordo che ne avevamo parlato su Paraulas, ma non ricordo il numero.
    Per le poesie “storiche”, non ne ho in mente neppure una. Erano, sono tutte di maniera. Più o meno.
    Per qualche lampo bisognerebbe intrufolarsi nella poesia “cantata”, ma è un altro mondo per davvero.

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  23. francu pilloni // 17 May 2015 at 12:01 //

    Ti aiuto: il poeta è Pietro Mura, Pedru Mura alla firma.
    E la poesia è questa. Ne avevo anche la traduzione in italiano, se qualcuno che ci segue non mastica il sardo.
    Quello che mi ha commosso è lo scarto del terzo verso, quando passa da un impersonale “lo hanno ucciso” a un personalissimo “me lo hanno ritrovato” perché quel pastorello è anche mio figlio, tuo figlio, figlio di tutti i Sardi.
    Ecco il poeta, colui che “sente” prima quello che tutti gli altri “sentiamo” ma non sappiamo esprimerlo.

    L’hana mortu cantande

    L’hana mortu cantande
    Chin sa cantone in bucca.
    E mil’han accattau
    In s’andala predosa ocros a chelu
    Chin su fror’e sa morte
    Ispart’in fronte.
    Fit solu chin su frittu
    E chin sa malasorte;
    Chin su bentu mossendeli sos pilos
    E in artu sa luna, pompiande.
    Non l’hat cubau nemmancu su dolu.
    Sos mortores fughios
    Che umbra mala,
    Los hat bidos su ribu.
    E sos seros de luna
    Cando dormin sas predas
    Si sedet a contare in segretesa
    A isteddos e nues
    Comente l’hana mortu.
    Est ruttu chen’ischire d’haer viviu;
    Chen’ischire de morrere;
    L’hana mortu cantande
    Chin sa cantone in bucca.

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  24. francu pilloni // 17 May 2015 at 12:40 //

    Ti ho approntato un frettolosa traduzione:

    L’hanno ucciso che cantava,
    Una canzone ancora in bocca.
    E me l’hanno trovato
    Sul sentiero sassoso, occhi al cielo,
    Col fiore della morte
    Sparso in fronte.
    Era solo col freddo
    E con la malasorte;
    Il vento gli arruffava i capelli,
    In alto la Luna l’osservava.
    Non l’ha coperto neppure la pietà.
    Gli assassini fuggiti
    Come una mala ombra
    Li ha visti il ruscello,
    E le sere di luna,
    Quando le pietre dormono,
    Si ferma e dice in segretezza
    Alle stelle e alle nuvole
    Come l’hanno ucciso:
    È caduto ignaro d’aver vissuto,
    Ignaro perfino di morire.
    L’hanno ammazzato che cantava,
    Una canzone ancora in bocca.

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  25. Come ti ho detto ho fatto I miei checks…. Sembrerebbe che noi non abbiamo mai avuto grandi poeti (paradossale, considerando la tradizione del canto estemporaneo sardo), mentre quello più noto sarebbe Peppino Mereu, concordi?

    E’ l’autore di Nanneddu Meu… canzone che adoro… non ricordo però l’autore di quella bellissima musica…

    Nanneddu meu,

    su mund’est gai,

    a sicut erat

    non torrat mai.

    Semus in tempos

    de tirannias

    infamidades

    e carestias.

    Como sos populos

    cascant che cane,

    gridende forte:

    «Cherimus pane».

    Famidos, nois

    semus pappande

    Pan’e castanza,

    terra cun lande.

    Terra ch’a fangu

    torrat su poveru

    senz’alimentu,

    senza ricoveru.

    B’est sa fillossera,

    impostas, tinzas,

    chi nos distruint

    campos e binzas.

    Undas chi falant

    in Campidanu

    trazan tesoros

    a s’oceanu.

    Cixerr’in Uda,

    Su Masu, Assemene,

    domos e binzas

    torrant a tremene.

    E non est semper

    ch’in iras malas

    intrat in cheja

    Dionis’Iscalas.

    Terra si pappat,

    pro cumpanaticu

    bi sunt sas ratas

    de su focaticu.

    Cuddas banderas

    numeru trinta

    de binu ‘onu

    mudad’hant tinta.

    Appenas mortas

    cussas banderas

    non piùs s’osservant

    imbreagheras.

    Amig’a tottus

    fit su Milesu,

    como lu timent,

    che passant tesu.

    Santulussurzu

    cun Solarussa

    non sunt amigos

    piùs de sa bussa.

    Semus sididos

    in sas funtanas,

    pretende s’abba

    parimus ranas.

    Peus su famene

    chi, forte, sonat

    sa janna a tottus

    e non perdonat.

    Avvocadeddos,

    laureados,

    bussacas buidas,

    ispiantados

    in sas campagnas

    pappana mura,

    che crabas lanzas

    in sa cresura.

    19.

    Cand’est famida

    s’avvocazia,

    cheres chi penset

    in Beccaria?

    Mancu pro sognu,

    su quisitu

    est de cumbincher

    tant’appetitu.

    Poi, abolidu

    pabillu e lapis

    intrat in ballu

    su rapio rapis.

    Mudant sas tintas

    de su quadru,

    s’omin’onestu

    diventat ladru.

    Sos tristos corvos

    a chie los lassas?

    Pienos de tirrias

    e malas trassas.

    Canaglia infame

    piena de braga,

    cherent s’iscettru,

    cherent sa daga!

    Ma non bi torrant

    a sos antigos

    tempos de infamias

    e de intrigos.

    Pretant a Roma,

    mannu est s’ostaculu;

    ferru est s’ispada,

    linna est su baculu.

    S’inturzu apostulu

    de su Segnore

    si finghet santu,

    ite impostore!

    Sos corvos suos

    tristos, molestos,

    sunt sa discordia

    de sos onestos.

    E gai chi tottus

    faghimus gherra,

    pro pagas dies

    de vida in terra.

    Da‑e sinistra

    oltad’a destra,

    e semper bides

    una minestra.

    Maccos, famidos,

    ladros, baccanu

    faghimus, nemos

    halzet sa manu.

    Adiosu, Nanni,

    tenedi contu,

    faghe su surdu,

    ettad’a tontu.

    A tantu, l’ ‘ides,

    su mund’est gai:

    a sicut erat

    non torrat mai.

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  26. Nella ricerca ho trovato anche un video perla, straordinario. Guardalo. Io adoro I murales sardi…

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  27. francu pilloni // 17 May 2015 at 21:37 //

    Tu ed io, tutti i Sardi siamo un po’ Peppino Mereu: siamo bravi a fare la diagnosi della situazione, comprendiamo cosa va e cosa dovrebbe cambiare, nella sciagura riusciamo ad essere lucidi e graffianti, ma … siamo rassegnati, troppo rassegnati, eternamente rassegnati perché a sicut erat no torrat mai!
    Ma quale il riferimento a quel sicut erat?
    Forse il tempo dei Nuraghi? Il tempo di Mariano e di Eleonora?
    Boh! Nessuno lo sa di certo. Siamo dieci figli orfani di un padre meraviglioso che nessuno ha mai conosciuto. Intanto piangiamo perché siamo orfani. Questo lo sappiamo fare bene, in modo precipuo i poeti da premio letterario.
    Onestamente mi sono rotto! Ho cercato in giro, in questi ultimi anni, di vedere dove sia possibile vivere meglio. Ho concluso che me ne andrei dall’Italia, me ne andrei dall’Europa domani stesso. Ma non riesco a trovare un posto che sia meglio, per viverci, della Sardegna. Per questo rimango e rido di chi si piange addosso.
    A sa furca!

    Quanto ai poeti, c’è stato anche Murenu, poeta civile; c’è stato Masala, ombroso e graffiante. Stiamo aspettando una donna. Io, in particolare, aspetto te. Ma non piangere sulla Sardegna, per favore.
    Dai diamanti non nasce nulla, – diceva De André – dal letame nascono i fiori.
    E dalle lacrime dei Sardi su e per la Sardegna cosa nasce? Solo spine.
    E dalle spine? Nascono lacrime!
    Ecco la macchina del tempo in Sardegna; ecco il moto perpetuo.

    Quanto alla musica di Nanneddu, non so dire. Mi sembra un anninniu popolare, ben ripetuto per quanto durano questi decenari a rima baciata, a volte sincopati ma comprensibilissimi perché ci siamo abituati da sempre alle tirannie, ai soprusi, ai ricchi e ai poveri per cui, se appena accenni a una chiave di discorso, il senso è quello di sempre e non serve neppure completare la frase o determinarla in modo compiuto.
    In effetti è il bello della poesia popolare e quando Mereu la scrisse (I suppose), è indubbio che avesse in testa quel ritmo e quelle convinzioni.
    Insieme all’intenzione di non prendersi troppo sul serio, naturalmente.

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    • Nope, qui mi dissocio. Io non mi sono mai rassegnata. Quando 5 anni fa tornai in Sardegna dopo anni di assenza, non mi ci volle molto per capire che era di nuovo tempo di riprendere la valigia… Il mio background culturale è diverso nel bene e nel male: io sono nata nelle company americane con il bene e il male di quelle e ho perso il bene e il male di Sardegna… ma di sicuro non mi sono mai rassegnata e sono ben lungi dal coltivare queste idee. Non sono nel mio DNA.

      Di fatto Nanneddu meu mi piace non certo per il suo tratto popolare, ma per la sua straordinaria carica moderna: non sfigurerebbe neppure in un concerto rock! Questo mi ha sempre colpito di questo unicum poetico e musicale. Come guardasse oltre il suo cortile e il suo sostrato provinciale…

      Non ho capito però questa tua ritrosità nel citare validi poeti sardi. Perché?

      @Gavino – Tu che poeta sei quando passi di qui puoi darci una mano con questa lista?
      Now or never!
      Ciao a todos

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      • Altra domanda tecnica. Dobbiamo considerare quel nostro straordinario inno nazionale che è NON POTHO REPOSARE – che è cosa sublime specie se ascoltata nelle notti stellate di Sardegna – canto o poesia?

        Per me è poesia tout court, o sto uscendo dal seminato? Ripeto, serve un parere tecnico.

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  28. Ciao,
    io penso che stiamo uscendo tutti dal seminato…
    Ciò che mi premeva capire é chi sono I più validi poeti sardi e quali siano le migliori poesie sarde, in limba o in italiano, note ai più naturalmente….

    Secondo te?

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  29. Grazie al tuo post mi sono ricordata che in realtà sul sito abbiamo diversi articoli sulla poesia sarda, tra cui:

    Uno è di Natalino Piras “Il codice bilingue della sarda poesia”
    https://rinabrundu.com/2013/01/17/il-codice-bilingue-della-sarda-poesia/

    Abbiamo poi un pezzo dello stesso Franco du Faustino Onnis “Faustino Onnis: l’uomo, il poeta a undici anni dalla scomparsa.”
    https://rinabrundu.com/2012/07/15/faustino-onnis-luomo-il-poeta-a-undici-anni-dalla-scomparsa/

    Di Masala, Franco mi aveva mandato diversi articoli ma quando avevo il sito di Terza Pagina non su Rosebud.

    Invece di Casula ne avevo sentito parlare ma nulla più.

    Ho trovato in questo sito diverse sue poesie, le riprendo in calce, alcune mi paiono davvero belle.
    http://truncare.myblog.it/2012/01/25/antioco-casula-montanaru-e-la-sua-poesia/

    1. Est una notte ‘e luna,

    de cuddas lunas de atonzu giaras,

    chi cando tue t’acciaras

    a la ‘ider’ andare,

    isperas novamente in sa fortuna.

    Hat piòpidu tantu

    tottu sa die. Pariat sa terra

    in s’adde e in sa serra,

    tra sos fenos siccados,

    bestida de antighissimu piantu.

    Ma ecco in su serenu

    avanzare sa notte;

    giaru chelu risplendere; e che velu

    de isposa, sa luna,

    bestit de biancore onzi terrenu.

    2. A Bustianu Satta

    Enìmus, caru frade, da ogn’ala

    de custa nostra terra.

    Falamus dae sa serra,

    dae pianos bessimus u’est mala

    S’aéra e i sa zente est bona tantu.

    Benìmus tott’a tie

    pro ammentare sa die

    chi Nuoro cun Sardigna t’hat piantu.

    Ite tristu, campanas de Nuoro,

    s’annunziu ch’hazis dadu,

    cando si fit firmadu

    s’ardente sardignolu suo coro.

    Dae s’add’e Marreri a Cologone

    a Grumene a Sa Serra,

    in tottu custa terra

    chi fit sa manna sua passione,

    Passeit cust’annunziu a sos bios:

    «Est mortu Bustianu».

    Cudd’ispiritu sanu,

    cantadore de buscos e de rios,

    De pastores potentes e pizzinnos;

    s’anima galiarda

    de custa zente sarda,

    su mastru de canzones e de innos

    Fit distesu pro sempre senza vida

    in d’un’iscura losa.

    Sa lughe gloriosa

    chi fit de sa Barbagia guida

    Pro semper’istutada. Oh ite dolu,

    ite dannu, Sardigna!

    Sa oghe pius digna

    Ch’ischiat rivelare dogni dolu

    E naraiat dogni nostra pena

    Dogn’impetu potente

    chi a sa nostra zente

    pariat de truncare sa cadena,

    Muda pro sempre fidi. E nois solos

    in cuss’umidu atonzu

    restemus. Dogn’aronzu

    fit nieddu e sos chelos senza olos.

    Sa terra senza irde desolada

    chei sa nostra zente,

    in silenziu ardente,

    fit già a sa dura pena preparada.

    E benzeit sa pena capitale,

    sa terribile gherra.

    Tremeit custa terra,

    che mare cando tirat maestrale.

    Sos pastores chi tue hasa cantadu,

    sos umiles massagios,

    sos fortes operagios

    de custa terra chi tant’has amadu,

    Sos bellos istudentes, su fiore

    de Sardigna, s’isperu

    d’unu cras mannu e veru

    apostolos de dottrina e de amore,

    Partein a sa gherra volunteris

    pro formare sa dura

    brigata pius segura

    de sos italianos gherrieris.

    Ite gloria, o frade, e it’onore

    pro sa nostra Sardigna,

    mustrada che insigna

    d’umanos ardimentos e valore.

    E tue non bi fisti, o frade mannu,

    a cantare s’andada

    de cussa zent’armada

    animosa che caddu andend’a pannu.

    E non bi fisti cando sun torrados

    fortes vittoriosos,

    semplices, generosos

    cun signos de valore decorados.

    Chissà cun cale versu s’altu cantu

    dias haer cumpostu

    pro dogn’eroe nostru,

    pro sas femminas sardas in piantu,

    In luttu e in silenziu suffrinde

    in sas desertas biddas:

    mammas, sorres, pobiddas

    dogni trista miseria patinde

    Pro chi vanu no esset s’ispettare

    sos parentes amados.

    E sos nostros soldados

    subra s’antigu olvidu secolare

    Unu ponte de sambene han distesu

    pro chi tra Continente

    Ei sa nostra zente

    Non bi siet pius su mar’in mesu

    Ca sa Brigata Sassari est sa gloria

    d’Italia pius vera;

    est issa sa bandera

    chi luminosa isplendet in s’istoria.

    S’istoria de Sardigna rinnovada

    potente e pius bona,

    chi a ti fagher corona

    beni oe a sa tua los’amada.

    3. A sa giaia mia

    Tant ‘annos giaia mia est’intro campusantu,

    tant’annos est chi deo pro issa hapo piantu.

    Ma no est mortu in coro s’affettu chi tenia

    senza terminu e santu pro cussa ‘ezza mia.

    Ancora intro su coro mi si disignat pura

    sa sua addolorada e amabile figura.

    Fit alta e fit fiera, che-i sa nostra casta,

    ma fit gentile e bona che bicculu ‘e pasta.

    E sutta su costumene nieddu che viuda

    lughiat che-i su nie sa conca sua canuda.

    L’assimizaia a ilighe de foresta luntana

    chi da-e nied,du truncu bogat bianca lana.

    Ah! cuddos pilos suos tessidos e biancos,

    s’isplendore ‘e sos ojos nieddos e istancos.

    4. DESULU

    Fiera e ruzza, in mesu a sos castanzos

    seculares, ses posta, o bidda mia;

    attaccada a sos usos de una ‘ia,

    generosa, ospitale a sos istranzos.

    Sos fizos tuos, pienos d’energia,

    chircan in donzi parte sos balanzos

    cun cuddos cadditteddos fortes, lanzos,

    carrigos de diversa mercanzia.

    Gai passende vida trista e lanza

    giran s’isula nostra ventureris;

    e cand’intran in calchi bidd’istranza

    tott’isclaman: Accò sos castanzeris!

    E issos umiles naran: Eh… castanza!

    E chie comporat truddas e tazzeris?

    5. Pro Amsicora

    Beni, ispiritu antigu, beni tue

    eroe de sa sarda libertade,

    chi pustis tantu currere d’edade

    risplendes che sole senza nue.

    Tue, mannu rebellu, anima rue

    de fronte a sa romana podestade

    sa morte hasa prefertu a s’amistade

    furistera. Nessunu ischit inue

    T’han seppellidu, eroe isfortunadu

    de una causa santa e tantos Sardos

    no ischini chi sias esistidu.

    Ma eo peso su canto innamoradu

    pro te, cun versos duros, galiardos,

    comente duramente ses vividu.

    Su tempu senza pasu andat a fua

    che marettas marinas a curtura

    però sos veros Sardos in tristura

    vivene sempre. Est sa tristura tua,

    Eroe nostru, senza sepoltura

    in costa sarda terra dur’e crua

    chi sos mezzus allattat cun sa lua

    e dat a sos istranzos sa dulzura.

    Ma oe che Iosto, senza brigas,

    dogni giovanu avanzat temperadu

    a provas de trabagliu e d’amore.

    Non pius, o eroe, maleigas

    s’offesa antiga. Olvida su passadu

    e saluda su tempus benidore.

    6. Sa tia de filare

    La ‘idia pesada, onzi impuddile,

    pro filare che sempre, totu die,

    senza pasare, finz’a su merie,

    imbenujada subra su giannile.

    E no ridiat mai; calchi ‘orta

    cantaiat, ma fint tristos cantos

    med’antigos, pienos de piantos,

    o attitidos fint de zente morta.

    No haiat parentes e nisciunu

    li faghiat imperios o fogu;

    e la ‘idia continu in cussu logu

    dolorosu, filende pro donzunu

    chi li daiat chivalzu pro unu tantu

    de filonzu. E issa filaiat,

    cun sas manos venosas,

    e giughiat in sos ojos terribile piantu

    e unu luttu de seculos in fronte.

    No teniat parentes nè amigu:

    fit alta, niedda e trista, che antigu

    ilighe solitariu de monte.

    Ma chie fit? No lu poto ischire,

    nè mai mi so postu a dimandare:

    la giamaiant sa tia de filare

    e forsis fit sa tia de patire.

    Una die pius a su giannile

    Non besseit: serrada fit sa porta.

    sa tia de filare si fit morta,

    filende, senza fogu, in su foghile!

    7. Su cantu ‘e su chercu antigu

    Cant’annos, oh! cant’annos, subra custu

    cuccuru isto, tristu, a isfidare

    sos nies d’ennalzu, sos soles d’austu

    e sos bentos chi ‘enin -da-e mare!

    Cant’annos cun sa sorte pista pista

    e cun s’aera manna; e bezzu so,

    bezzu cun paga foza, e pagu vista

    e pagu fruttu a sa terra e briu do.

    E senza brios est sa terra mia,

    sa terra mia priva de piantas;

    non fit gai in sa mia pizzinnia!

    ‘Eo creschei in mesu a mill’antas

    d’ilighes bellos, nieddos de colza,

    e logu non b’haiat nudu inoghe.

    Cantu fit bella tando sa cussolza

    E de su pastore alligra fit sa ‘oghe!

    Andaian sos tazzos, tottu lana

    e tottu latte, a beulos cuntentos

    in s’mbra de su buscu a sa funtana,

    riparados de soles e de bentos.

    E sos pastores, torrende a s’abrile

    dae Campidanu, sutta s’umbra mia

    faghian fogu e faghian cuile;

    e sas novas issoro iscultaia.

    ‘Enian, sas primas dies, sas isposas

    cun pranzos bellos e cun binos d’oro

    e naraian serenas milli cosas,

    cunfidende sas penas de su coro.

    E a sos seros, meres e teraccos,

    movian bellos cun su bestiamene,

    giutende a palas sos nieddos saccos

    de lana vera, de su prim’istamene

    tessidu da-e sas femminas cuss’annu.

    E deo beneighia cussa zente,

    beneighia cussu buscu mannu,

    ch’a tottu riparaiat cunfidente.

    Ma ecco una die (no isco ‘e ue),

    faccia a sos primos de Santu Miale,

    una truppa d’istranzos a igue

    sun bènnidos armados de istrale.

    Oh Deu! cando m’ammento cussa die,

    cando ammento s’assustru ‘e cuss’ora,

    su truncu meu s’infrittat che nie;

    e paret chi los bida inoghe ancora,

    inghiriados a una crabonalza

    e bettende a su fogu truncos friscos;

    parian fattende su ballu ‘e s’alza

    nieddos che una trama ‘e basiliscos.

    Cando hapo ido cuddos eligheddos,

    ruttos a terra comente anzones,

    e poi bruschiados e nieddos,

    malaitt’hapo tottus sos padrones

    de su buscu chi bendidu a s’incantu

    haian tanta bellesa e tantu fruttu,

    chi fit de custos montes s’altu vantu

    e chi sos montes como han postu in luttu.

    Como mi paret unu zimitorio

    su monte meu, custa mia terra;

    desoladu est custu territoriu;

    cant’abbandonu da-e serra in serra!

    E deo che unu babbu addaloradu,

    ch’in d’una guerra hat perdidu sos fizos,

    isto solu a piangher su passadu

    e naro a s’aera manna sos fastizos.

    E prego chi torren lieras sas antas

    ch’hapo connottu cando so naschidu;

    ma non torran pius cuddas piantas

    chi su continentale hat distruidu!

    9. A tie, Sardigna!

    Salude Sardigna cara! O terra mia,

    Mamma d’òmines fortes, berrittados,

    De pianos e montes desolados,

    De bellas fèmminas e de poesia.

    Una die che perla ses cumparta

    Subra sos mares ricca d’onzi incantu

    E curreit de te su dulche vantu

    De sa fama, che vela in mar’isparta.

    Fin gigantes sos òmines e sas terras

    Fruttos daian caros che i s’oro,

    E in su mundu non b’aiat coro

    Chi no esset bramadu cuddas serras

    De Gennargentu mannu e de Limbara

    O sas baddes de su Tirsu e Flumendosa.

    E tue che una dea gloriosa

    Subras sas abas risplendias giara.

    Dae tando passein longos annos

    E tue rutta in bassu tantu sese

    Tue lizu de prìncipes e rese,

    Rutta che Cristos sutta sos affannos.

    Ma non t’avviles! Pes’alta sa testa

    Sardigna mia! E mira in altu mira

    Pustis de tantu dolu e de tant’ira

    Est tempus chi pro te puru siet festa.

    Sos buscos tuos ti lo s’han distruttos

    Cun piccones cun serras e istrales,

    Han’ingrassadu sos continentales

    E tue ses restada senza fruttos.

    A tie sempre sos impiegados

    Chi tentu han fama ‘e falsos e ladrones

    Ca sempre han giutu custos berrittones

    Che unu tazzu de boes domados.

    E has pagadu a sa muda donzi tassa

    Pòpulu sardu avvessu a obbedire

    Cun su coro siccadu in su patire,

    Cun su coro siccadu che pabassa!

    Ma coraggiu, coraggiu! Àtteros coros

    Oe Sardigna t’àniman sas biddas

    Commo su mortu fogu ettet chinchiddas

    Chi altas lughen’in tottu sos oros

    De custu mare ch’ispettat serenu

    Sa tua fortuna; e sied’issa accanta

    Pro te patria mia o terra santa

    Tenta sempre in penuria e in frenu.

    Sos fizzos tuos giòvanos e bellos

    Ardimentosos, giaman libertade

    E giustizia e donzi bontade

    Subra d’antigos òdios rebellos.

    E issos Patria a tie ti den dare

    Donz’umana potenzia e fortuna

    Gloriosa, comente dat sa luna

    Sa lughe a su serenu tuo mare.

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  30. Arch… questa è quasi d’annunziana, ricorda proprio l’atmosfera de la pioggia nel pineto, quasi una continuazione, anche temporale, dato che descrive il mondo dopo la pioggia, bellissima!

    1. Est una notte ‘e luna,

    de cuddas lunas de atonzu giaras,

    chi cando tue t’acciaras

    a la ‘ider’ andare,

    isperas novamente in sa fortuna.

    Hat piòpidu tantu

    tottu sa die. Pariat sa terra

    in s’adde e in sa serra,

    tra sos fenos siccados,

    bestida de antighissimu piantu.

    Ma ecco in su serenu

    avanzare sa notte;

    giaru chelu risplendere; e che velu

    de isposa, sa luna,

    bestit de biancore onzi terrenu.

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  31. Anche questa merita un posto a parte.

    9. A tie, Sardigna!

    Salude Sardigna cara! O terra mia,

    Mamma d’òmines fortes, berrittados,

    De pianos e montes desolados,

    De bellas fèmminas e de poesia.

    Una die che perla ses cumparta

    Subra sos mares ricca d’onzi incantu

    E curreit de te su dulche vantu

    De sa fama, che vela in mar’isparta.

    Fin gigantes sos òmines e sas terras

    Fruttos daian caros che i s’oro,

    E in su mundu non b’aiat coro

    Chi no esset bramadu cuddas serras

    De Gennargentu mannu e de Limbara

    O sas baddes de su Tirsu e Flumendosa.

    E tue che una dea gloriosa

    Subras sas abas risplendias giara.

    Dae tando passein longos annos

    E tue rutta in bassu tantu sese

    Tue lizu de prìncipes e rese,

    Rutta che Cristos sutta sos affannos.

    Ma non t’avviles! Pes’alta sa testa

    Sardigna mia! E mira in altu mira

    Pustis de tantu dolu e de tant’ira

    Est tempus chi pro te puru siet festa.

    Sos buscos tuos ti lo s’han distruttos

    Cun piccones cun serras e istrales,

    Han’ingrassadu sos continentales

    E tue ses restada senza fruttos.

    A tie sempre sos impiegados

    Chi tentu han fama ‘e falsos e ladrones

    Ca sempre han giutu custos berrittones

    Che unu tazzu de boes domados.

    E has pagadu a sa muda donzi tassa

    Pòpulu sardu avvessu a obbedire

    Cun su coro siccadu in su patire,

    Cun su coro siccadu che pabassa!

    Ma coraggiu, coraggiu! Àtteros coros

    Oe Sardigna t’àniman sas biddas

    Commo su mortu fogu ettet chinchiddas

    Chi altas lughen’in tottu sos oros

    De custu mare ch’ispettat serenu

    Sa tua fortuna; e sied’issa accanta

    Pro te patria mia o terra santa

    Tenta sempre in penuria e in frenu.

    Sos fizzos tuos giòvanos e bellos

    Ardimentosos, giaman libertade

    E giustizia e donzi bontade

    Subra d’antigos òdios rebellos.

    E issos Patria a tie ti den dare

    Donz’umana potenzia e fortuna

    Gloriosa, comente dat sa luna

    Sa lughe a su serenu tuo mare.

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  32. Val la pena riprendere la sua biografia da Wikipedia.

    Antioco Giuseppe Casula, meglio noto come Montanaru (Desulo, 1878 – Desulo, 3 marzo 1957), è stato un poeta italiano, uno degli autori più importanti della poesia in lingua sarda logudorese.

    Biografia

    Figlio di un piccolo commerciante, studiò sino ai 16 anni a Cagliari ed al collegio di Lanusei, poi lasciò la scuola e, dopo una breve esperienza nella Guerra di Abissinia, si arruolò come sottufficiale nei carabinieri due anni dopo, curiosamente lo stesso anno in cui Peppino Mereu, altro poeta della Barbagia con il quale in seguito avrebbe dato vita ad un dualismo creativo, si congedava dalla stessa Arma. Anche Casula fu destinato in Sardegna e ne girò diversi paesi, a partire da Tula.

    Scoperto da Ranieri Ugo[1], e da questi incoraggiato, cominciò intanto a scrivere per la “Piccola Rivista”, un periodico letterario di Cagliari fondato e diretto dall’Ugo stesso, e nel 1904 pubblicò la sua prima raccolta: “Boghes de Barbagia” (voci di Barbagia)[2], che uscì con illustrazioni di Andrea Valli. La prefazione la scrisse Ugo stesso, e vi raccontò l’arrivo dei primi versi: «E così, da Tula, un tale che si firmava “un carabiniere” mensilmente donava alla Piccola Rivista certe tenui poesie dialettali che mentre avean tutta la bellezza agreste ed affascinante della natura paesana, davano pure luccichii di sensi e passioni vibranti di modernità […] era proprio un “carabiniere” che tra un rapporto di contravvenzione, un fortunato arresto od una ronda nojosa e sterile, trovava il tempo di leggere, studiare e discutere di teorie e postulati moderni, di arte e letteratura». La pubblicazione della raccolta e i pur sporadici contatti con gli altri collaboratori della rivista, gli fecero conoscere altri artisti dell’epoca, anche di altre discipline, ed a Nuoro conobbe Sebastiano Satta, Giuseppe Dessì e Francesco Ciusa Romagna.

    Nel 1905 si congedò perché, narrò egli stesso, «Mi mancava il tempo di leggere e solo la mente era vigile durante le notti insonni trascorse assai spesso al lume delle stelle o sotto la bufera»; tornò a Desulo, dove aveva ottenuto un impiego presso l’ufficio postale. Riprese privatamente gli studi, e qualche tempo dopo ottenne da privatista la licenza magistrale. Ebbe un incarico di insegnamento a Desulo, dove però continuava anche il servizio presso l’ufficio postale. Sposatosi nel 1909, ebbe cinque figli. Il maggiore, Antonangelo, morì a 5 anni nel 1914, l’anno dopo morì anche la madre, che si spense per un tumore. Casula si risposò nel 1916 ed ebbe altri due figli. Per uno di questi, Antonello, compose “Ninna nanna de Anton’Istene”, una delle sue poesie più note.

    Conobbe epistolarmente Grazia Deledda, nel 1920, che non aveva mai incrociato nemmeno quando entrambi scrivevano nello stesso periodo su La Piccola Rivista. Le inviò in dono un componimento in cui le dedicava una riscrittura della metafora del fabbro artefice delle scintille che, dal settecentesco Cantoni Buttu in avanti, era un tema assai ricorrente e dunque una “prova di abilità” nella poesia delle Barbagie a ridosso del Gennargentu; le inviò inoltre un quadro che ritraeva la processione dell’Assunta sul Monte Ortobene e che la scrittrice nuorese appese nello studio della sua casa romana, invitando Casula a passare ad ammirarlo di persona. La lettera di ringraziamento della Deledda, conservata nell’epistolario dell’odierna casa-museo di Casula a Desulo, gli regalò in cambio intime riflessioni sul di lei scrivere che sono restate di una certa importanza nell’analisi deleddiana.

    Nel 1921 diede alle stampe “Canticos d’Ennargentu” (cantici di Gennargentu), che fu illustrato con opere appositamente realizzate da Filippo Figari. La raccolta ebbe un inatteso successo e richiamò interesse anche dal Continente; fu tradotta in inglese, francese, tedesco e italiano. Nell’isola fu la definitiva affermazione, «Con voci fraterne, quasi umili, con la lingua delle donne e dei padri antichi, il poeta parla al cuore e all’intelletto di tutti i Sardi» ne disse il Falchi[3] Nel 1925 Casula fu scelto per rappresentare la Sardegna al Congresso nazionale dei dialetti d’Italia di Milano. Ma nel 1928, appena lanciata la campagna fascista di repressione dell’uso di lingue non italiane, condotta in Sardegna con un certo rigore, Casula fu arrestato con l’accusa di favoreggiamento di alcuni latitanti. Fu riconosciuto in seguito innocente, scarcerato, ma tenuto sotto osservazione e minacciato di confino. Poco tempo dopo subì la morte di altri due figli, entrambi intorno ai 20 anni di età.

    Nel 1933 pubblicò “Sos cantos de sa solitudine” (i canti della solitudine), che riscosse un certo successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista politicizzato il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto[3]. Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madrelingua[4].

    Dopo la guerra aderì al partito Sardo d’Azione, trovandosi più incline verso le posizioni dell’ala indipendentista del partito. Conobbe Ada Negri e Giuseppe Ungaretti, con il quale legò per avere anch’egli perso un figlio giovanissimo; con Ungaretti presidente, Casula fu nel 1948 nella giuria di un premio letterario che si concluse con la vittoria della sua poesia “S’Olia”, e questo premio suscitò intuibili mormorii. Conobbe anche il giovane Pier Paolo Pasolini, che studiava in quel periodo la poesia nelle lingue romanze. Conobbe Max Leopold Wagner, il quale si interessava del già importante poeta, ma per ciò che lo studioso desiderava conoscere della poetica sarda, lo indirizzò al poeta nuorese Franceschino Satta, conosciuto quando questi era stato maestro a Desulo.

    Nel 1950 pubblicò la raccolta “Sa Lantia”, che però non ebbe successo. Nel 1953 fu colpito da una paralisi e per un po’ continuò a comunicare in versi con altri poeti, per i quali era, quasi gergalmente, “s’abile”, che in sardo vuol anche dire “l’aquila”[5]; ma nel 1955 ebbe un aggravamento e lo si dovette riportare a Desulo, dove avrebbe passato il resto dei suoi giorni su una poltrona. Solo e di comprensibile umore, disse di sé: «Ora posso dire che vivo di memorie, di ricordi di amici morti o lontani, in gran solitudine. Triste sono ma orgoglioso della mia vita percorsa fra dure difficoltà»[3]. Morì due anni dopo, all’alba.

    Dopo la morte, il genero Giovannino Porcu fece pubblicare le ultime due raccolte, “Canticos de amargura” e “Sas urtimas canzones”.

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  33. E la sua definizione di poesia che a mio avviso è perfetta: altro che critici!

    « Cos’è la poesia? … È la lontana

    bell’immagine vista e non toccata,

    un vano desiderio, uno sguardo

    un raggio di sole alla finestra »

    La poesia di Montanaru, al di là della rinomanza acquisita oltremare[6], fu largamente popolare nell’isola. Insieme con quella di Peppino Mereu, quasi coetaneo ma morto assai più giovane, si affacciarono entrambe a immediata notorietà al principio del Novecento, il secolo che portava nell’isola le innovazioni e che faceva conoscere fuori dall’isola la nuova leva artistica sarda.

    La polemica con l’Anchisi portò il poeta a esplicitare le sue convinzioni circa la preferibilità dell’uso de sa limba in luogo dell’italiano, come elemento strutturalmente essenziale del salvataggio della cultura sarda. Fra le annotazioni lasciate a margine della raccolta postuma “Sas urtimas canzones”, scrisse che la lingua sarda “ha la forza, la duttilità e la lucentezza del metallo e percià balza viva come fresca polla dal cuore del popolo a cantare i dolori e le gioie, la forza e la speranza”.

    Molte delle tematiche espresse da Montanaru furono in tempi successivi riprese da Michelangelo Pira, il quale, a proposito di coloro che criticavano una certa “impurità” del sardo usato dal poeta, a lor dire eccessivamente infiltrato da acquisti dell’italiano, scrisse: «Essi non sapevano o non sanno quello che Montanaru aveva capito d’istinto: che nel nostro secolo il sardo, venuto a contatto con la lingua italiana, è venuto modificandosi nelle sue strutture lessicali, sintattiche, morfologiche, fonetiche e semantiche.» Ed inoltre disse: «Egli tentò in definitiva l’integrazione possibile con la lingua italiana all’interno della lingua sarda, facendo brillare in ogni vocabolo di questa quel che “nell’esausta lingua italiana aveva perduto ogni sapore”. […] Con Montanaru il sardo fu ancora una volta lingua, mentre già nelle poesie nuoresi del Satta[7] aveva un sapore dialettale».

    A fronte della corposissima biblioteca personale oggi aperta al pubblico nelle sale del Museo Montanaru di Desulo, il grado di istruzione del poeta fu oggetto di interpretazioni divergenti: se per Raffa Garzia, che ne parlò agli esordi, doveva aver «letto molto, moltissimo, [e] sentito il bello di ciò che ha letto», Pasolini ne presunse invece una «incultura almeno iniziale»[8].

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    • Non sapevo che si fosse occupato di lui anche Pasolini (ma ogni giorno ringrazio la mia ignoranza che mi fa meravigliare).

      Non mi stupisce il commento pasoliniano, però per commentarlo correttamente serve tutto il contesto. Spero che quel termine “incultura” non denoti perché in quel caso non mi farei problemi a mandarlo di nuovo affanculo l’autore delle 120 giornate di Gomorra…

      L’ho fatto spesso e mi preoccupo se poi passa troppo tempo senza ripetermi…

      Sic.

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  34. francu pilloni // 19 May 2015 at 11:31 //

    Mi è difficile saltare sul vostro treno che corre a cento all’ora! E chi vi ferma più?
    Parlare male di Montanaro non è nelle mie corde, ma non sono cieco a non vederne i limiti. Perché quando leggo Est una nott’ ‘e luna mi viene da pensare a T’amo pio bove? Mi sembrano concetti da cioccolatini Perugina.
    Ma avete notato come in quasi tutte le sue poesie si trova sempre un “terra” che fa rima con “serra”?
    Quella per Sebastiano Satta poi, meglio non parlarne. In ogni cosa trovo un distillato delle figure retoriche della “poesia da palco”, che diverte, ma non è cosa seria.
    Salvo, perché gli viene dal cuore, la Ninna nanna per il figlio che, musicata credo da un gruppo a tenores (noin mi ricordo il nome, ma ho LP da qualche parte) è davvero davvero toccante e specchio della cultura del tempo. Molte altre cose sono luoghi comune, esagerazioni che solo a Nuoro (Atene sarda) sanno fare, senza che gli scappi il sorriso.
    Quanto a Nenneddu e alla sua musica, certo che sa molto di rap, con il motivo, melodia o refrain, non so come si dice, ripetuto all’infinito e anche il concetto fondamentale ribadito di continuo.
    No poto reposare, infine, è nata come poesia, se ne sa la storia, solo in seguito è stata musicata con quelle note struggenti che, a parer di profanissimo, sanno un poco di musica da messale. Si sa benissimo anche il nome del compositore, anche se io adesso non l’ho in mente.
    Quanto a Rina, con background da multinazionale, sei una rondine che non fa primavera. Ma ogni volta che giuri di non essere come tutti gli altri sardi, stai facendo appunto atto di sardità. Forse sei la prima o la centesima barritta. Non ti illudere: non ostante Blake, Wolf e gli altri mille, ti batte il cuore per Casula e per Mereu.
    Quindi, esserndo il meno giovane, vi invito ad alzare il piede sinistro da terra solamente quando dovete giurare il falso.
    Sicut erat!

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    • Caro Franco, perdonami, ma non mettermi in bocca cose che non ho mai detto.
      Io questionavo te che ti definivi rassegnato e cosi definivi i sardi.

      Io ti ho solo detto che non sono rassegnata e ti dirò di più. Lo status-quo dipende dalla mia sardità che è sempre con me. Noi sardi non siamo mai stati rassegnati nel bene e nel male, lo dimostra anche la nostra storia più cruenta.

      Concordo invece che mi batte il cuore per Casula e Mereu.

      Ho visto anche il poetare di john donne, metafisico inglese, ma ti assicuro che non mi tocca come mi toccano l’anima alcuni versi di costoro. Diverso è Blake, il cui Tiger Tiger (nonché The Sick Rose) entra in un altro tipo di realm, quello del sublime a tutto tondo e quindi non fa testo in questo contesto…

      Poi a mio avviso, per quanto riguarda la poesia tutto dipende cosa si cerca in quella… Io cerco tante cose e da persona che non vive nella sua patria ti assicuro che quel
      Est una nott’ ‘e luna mi arriva dentro in maniera forte. Non ho bisogno di maggiore complessità.

      Se cerco qualcosa di complesso lascio i poeti e torno dal mio adorato Ed Witten e alle equazioni della quantistica… tutto qui.

      PS Sto ancora aspettando che tu la smetta di fare il birichino e dia il tuo contributo tecnico valido alla discussione.. .da esperto qual sei. Per esempio citando quei tanti validi poeti meno noti che non sono in Rete ma di cui tu sai… e io no. Grazie

      PS2 Meglio però ricopiare anche qualche poesia cosi possiamo verificare tutti…

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  35. @Gavino
    Gavino io non sono usa “sparlare” della mia Sardegna…. il mio DNA di cui sopra è sardo ed ecco perché non sono usa alla rassegnazione.
    Stiamo attenti ai termini e non facciamo confusione tra “sardità” e background italico rassegnato che viviamo… è un errore grave a mio modo di vedere. Molto grave.

    Soprattutto io non parlo dall’alto di un bel niente dato che non sono mai salita su nessuna cattedra. Io parlo in libertà a casa mia, questo sito è casa mia, perché preferisco la libertà… ma mai ho espresso pareri in altri luoghi. Men che meno in cattedra.

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    • Perdonami Gavino ma anche questo pezzo non mi rappresenta
      “Rina, con tutto il rispetto che le si deve, parla e scrive dall’alto delle sue conoscenze e dei suoi studi e quando “sparla” della sua Sardegna so che lo fa col cuore ferito da tutta quella ignoranza (=non conoscenza!) che alita e si radicalizza in certi contesti della nostra politica culturale se non letteraria.”

      Soprattutto perché mi sono sempre scagliata fortemente contro chi da dell’ignorante agli altri e credo di poterlo ben dimostrare. Saluti.
      https://rinabrundu.com/2014/02/27/claudio-magris-di-ignoranza-e-di-cultura-e-a-difesa-di-google-e-di-wikipedia/

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    • Sardismo e sardità non sono la stessa cosa.
      Sardista è il mio amico Mario Puddu… che ci picchierebbe perché non stiamo scrivendo nel suo sardo (sa limba comuna)

      Sardità è un quid dell’anima che viene col DNA di chi è nato in Sardegna. Io la associo a tutto il bene e a tutto il male che ci rende sardi… ed è una faccenda lunga di cui non si può discutere qui in questi post…

      Un giorno magari si potrebbe scriverne un saggio…

      ps Non perdere tempo ad ascoltare me Gavino, il mondo brulica di spiriti saggi. Ciao.

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  36. Grazie invece per avere menzionato Pietro Casu.
    Ho visto che il premio di poesia a lui dedicato è organizzato dal bravissimo Luigi Ladu (la quale cosa mi ricorda che sul sito c’é anche una intervista che feci a Luigi che in passato mi permetteva di pubblicare opera di numerosi poeti sardi).

    Non sono riuscita a trovare sue poesie in Rete, ne hai qualcuna?

    Riprendo la sua biografia dal sito di Filologia Sarda

    http://www.filologiasarda.eu/catalogo/autori/autore.php?sez=36&id=410

    Nasce a Berchidda il 13 aprile 1878 da Salvatore e Maria Apeddu, è il settimo figlio di una famiglia povera e numerosa. È gracile e malaticcio, inadatto ai duri lavori agro-pastorali, per cui viene inviato in seminario. Conseguita la laurea in teologia e ordinato sacerdote nel 1900, insegna lettere nel seminario di Ozieri dal 1901 al 1906 e a Sassari dal 1919 al 1924. È nominato parroco, prima di Oschiri (1906-1908) e poi, dal 1912 all’anno della sua morte, di Berchidda. Acquista ben presto notorietà come predicatore e poeta in lingua sarda di cui impiega il logudorese illustre. Larga eco suscita il discorso in logudorese da lui tenuto a Cagliari il 24 aprile 1926 nella chiesa di Sant’Anna in occasione del Congresso Mariano e alla presenza dei vescovi sardi e del cardinale Gaetano Bisleti.

    Scrive, negli anni compresi tra il 1910 e il 1929, una serie di romanzi di argomento sardo che non solo gli procurano fama e prestigio negli ambienti cattolici nazionali, ma anche dure critiche e dissapori con le gerarchie ecclesiastiche. Il suo vescovo, Francesco Maria Franco, non perde occasione per rammentargli i doveri del sacro ministero e addirittura, nel 1925, dopo una sua “Confidenza d’autore” comparsa sul “Nuraghe” accanto ad una recensione positiva di un saggio sul protestantesimo gli vieta di collaborare con riviste e giornali di orientamento non cattolico. Nel 1910 pubblica, in italiano, Notte sarda il più noto tra i suoi romanzi che viene accolto positivamente dalla critica tanto da essere tradotto anche in tedesco. Ottiene, infatti, gli elogi di Grazia Deledda che lo definisce un “profondo conoscitore dell’anima dei suoi compaesani”. Il Lipparini, oltre a recensire il romanzo positivamente sul “Marzocco”, ne inserisce un capitolo nell’antologia Primavera. Dal canto suo Papini ne cura la pubblicazione a puntate su “La Festa” di cui è direttore. L’opera, di cui si ebbero diverse edizioni (1924 e 1927), negli intendimenti dell’autore, avrebbe dovuto costituire il primo romanzo di una trilogia seguita da Aurora sarda (1922) e conchiusa da Meriggio sardo che non fu, però, mai realizzato. Partecipa con intellettuali della statura di Giovanni Antioco Mura, Filiberto Farci e Filippo Addis al progetto della rivista “Il Nuraghe” di Raimondo Carta Raspi. Contestualmente collabora a diversi giornali e riviste con articoli, novelle e racconti. Ricordiamo in particolare: “Arte e vita”, “Ars Italica”, “La Tribuna”, “Sardegna Cattolica”, “La Domenica del Corriere”, “L’Isola”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Corriere dell’Isola”, “La Nuova Sardegna”, “L’Unione Sarda”, “Libertà”, “Il Corriere d’Italia”, “Matelda”, “Carroccio”, “Il Momento”, “La Festa”. Tra il 1925 e il 1942 raccoglie in volume numerose novelle uscite inizialmente sparse in diversi giornali e riviste della Sardegna e della Penisola. Traspone in sardo la Divina Commedia di Dante e Dei Sepolcri di Foscolo, nonché una serie di opere dei grandi della letteratura italiana e non. Esegue anche la versione dal castigliano di un libro devozionale del padre gesuita Fiorentino Alcañiz. Contemporaneamente di dedica alla stesura di un’imponente opera lessicografica, costituita da più di trentacinquemila voci, senza darla alle stampe, Vocabolario Sardo Logudorese-Italiano. Per i suoi studi sulla lingua sarda ricevette i riconoscimenti del Wagner e del Rohlf. Nel 1950 gli venne attribuito il primo premio “Grazia Deledda” per la poesia dialettale sarda. Muore nel suo paese natale dopo una lunga malattia il 20 gennaio 1954.

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    • Si hai ragione scusa..
      il sito di Luigi ha solo ripreso il bando come fa con tutti questi concorsi…

      Non ho capito: cosa significa che a noi non è dato sapere dei nostril poeti e scrittori? Non mi è chiaro.

      Bene per le alter notizie su Casu…

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  37. francu pilloni // 19 May 2015 at 20:30 //

    Conosco pochissimo Pietro Casu.
    Malignamente dico che, a stare all’enorme quantità di tutto quello che ha scritto e in considerazione anche dei mezzi scrittori di cui si era in possesso in quegli anni, mi pare che abbia scritto troppo e che la qualità ne esca mortificata.
    Certamente era QUALCUNO e non si nascondeva.
    Più o meno, stava trasformando il suo “Logudore illustre” in un’epigono ciceronico: la prima prova di Lingua sarda riformata.
    Di sicuro aveva un disfunzionamento della tiroide.

    Quanto al verso “Est una nott’ ‘e luna” è un bel settenario, il metro dei muttettus. Ribadisce il concetto nell’ultimo verso, ma tra la prima immagine del “lugori” e l’ultima, c’è una certa differenza, anche se ambedue sono poeticamente abusate, dai poeti latini e prima di loro dalla stessa Saffo.
    Ora, metti a confronto la luna di Mereu e la luna di Pedru Mura, di cui dice solamete “pompiande”, che guarda. Nel primo quella ti fa credere nuovamente nella buona sorte, quanto meno. E dimmi che non è banale. In Mura la luna è molto di più di quella di Leopardi, quella del segreto e del mistero, quella che vede e sa, ma non racconta, perché la condizione umana è soggetta a troppe restrizioni e più in là di tanto no riesce ad andare. Che fai tu luna in ciel?
    Chi racconta l’indicibile invece è il ribu, il ruscello che parla da dicembre a marzo e poi sta zitto, ma non parla alle pietre (ricordati il detto “no ind’hant scipiu mancu is perdas”) che sono tra noi, ma alle volubili nuvole e alle stelle lontane.
    Il mistero svelato che resta mistero.
    A me mi piacciono i poeti che mi fanno scoprire qualcosa di nuovo; quelli che mi illustrano le cartoline illustrate mi lasciano un po’ freddino.
    Te lo dico sottovoce, ma tanto mi senti egualmente. Che dici tu, Gavino?
    Questo Pedru Casu era un po’ come Sgarbi, un po’ come quel pete genovese morto da poco. Con la differenza che il prete era amico dei poveri, Casu se la intendeva bene anche con gli abbienti. Come Sgarbi e tanta intellighenzia di sinistra, insomma.

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    • @Franco
      Oh finalmente cominci a fare il serio….
      (Per inciso mi è venuto un attacco di riso poco fa: ma con tutta la merda di questa età che viviamo come si fa ad incazzarsi sulla sardità??? Perdonami Gavino…. Certo che questo non è un blog per signorine vittoriane… Ho appena chiuso una email raccomandando ad un autore di non frequentarlo… Gosh).

      Hai detto una cosa importante, era QUALCUNO. Paradossalmente si innesta nel discorso che avevo con questa persona… su ciò che vuol dire essere qualcuno. A mio avviso significa proprio ciò che dici: non nascondersi. Avere il coraggio. Essere diversi. Per essere così si paga (io ho pagato in maniera sostanziale – poi ne scriverò un giorno), ma nessuno ti può togliere il tuo spirito e questo fa la differenza.

      Di fatto ora siamo qui a parlare del signor CASU il che significa che era qualcuno, o no?
      Come sai ho fatto tanta analisi poetica, ma ora come ora ho appeso gli strumenti al chiodo. Vivo un periodo della mia vita in cui guardo all’epidermide. Quando dicevo che quei versi mi toccavano era naturalmente in senso epidermico… anche una sola parola nella tua lingua, quando non la senti da tanto, ti può toccare… Mi ricordo quando lessi, in Cenere (o forse era l’Elias Portolu?) mi pare, la descrizione che la Deledda faceva degli “odori” della casa… ecco, per me era poesia non scrittura perché mi riportava immediatamente al tempo della mia infanzia… quasi come una macchina del tempo…

      Sull’analisi tecnica quindi mi fido totalmente di te… di fatto non ne facevo una questione di qualità oggettiva ma di percezione personale che è cosa ben diversa…

      Pedru come Sgarbi? So che non lo chiedi a me ma ti dirò che non mi dispiace. Sgarbi mi piace, di pittura se ne intende e non si nasconde… ha il coraggio di mostrarsi così com’é che per quanto mi riguarda è il dono più grande.

      PS Comunque anche Casu è farina di Gavino, tu ancora non ci hai presentato nessuno nuovo… so che puoi farlo…. volendo.

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  38. francu pilloni // 19 May 2015 at 20:34 //

    Volevo dire don Gallo, Dio l’abbia in gloria, ma al momento non mi tornava in testa.

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    • Ecco alcune definizioni di poesia di gente che se ne intendeva

      Torquato Tasso diceva “essere la poesia materia probabile e non andar soggetta a regule invariabili, salve quelle poche generalissime che son quasi comuni a tutte le belle arti.”

      Sfogliando un vecchio manuele di poetica del 1856 di Giovanni Gherardini: “Chiamasi poeta chi possiede la facoltà di concepire l’idea del Bello e di renderlo sensibile ad altrui.
      Quindi la poesia, considerata come produzione del poeta, altro non è che la manifestazione del Bello da esso lui concepito.
      Il fine cui tende la poesia è di signoreggiare il cuore e la fantasia, ovvero l’una e l’altra insieme, rendendo sensibile ad altrui il Bello concepito dal poeta.
      Il mezzo con cui la poesia ottiene questo fine è il diletto.
      Così definita la poesia, si vede che ella regna su tutte le belle arti e che si può trovare in tutte le opere della parola, quindi è piaciuto a taluno, per contrapposto di chiamar ‘prosaiche’ quelle composizioni di qual arte si sia, senza fuoco, senza sangue, senz’anima che sono frutto dell’esperienza più presto che dell’intero sentimento.”

      La più moderna definizione di Poesia dovrebbe essere sicuramente quella che troviamo su Internet da wikipedia.org/wiki/Poesia:
      “La poesia è l’arte di usare, per trasmettere il proprio messaggio, tanto il significato semantico delle parole quanto il suono ed il ritmo che queste imprimono alle frasi: in ciò, la poesia ha in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere emozioni e stati d’animo in maniera più precisa di quanto faccia la prosa.”

      Per Francesco De Sanctis nei saggi critici “la poesia è la ragione messa in musica”.

      Gottfried Benn invece è araldo di una poesia “assoluta” che definisce “la poesia senza fede, la poesia senza speranza, la poesia non diretta ad alcuno, la poesia di parole che si instaura in maniera affascinante.”
      Lacerare con le parole la propria essenza, l’impulso a esprimersi, a formulare, ad abbagliare, a scintillare sfidando ogni pericolo e senza curarsi dei risultati.
      La poesia equivale per lui alla formulazione del nulla.

      Benedetto Croce affrontò il problema generale della poesia, definendola in un primo tempo intuizione pura , cioè priva di ogni finalità pratica, rifacendosi alla definizione datane da Paul Valery nel 1924:
      “Dico poesia pura nel senso in cui il fisico parla dell’acqua pura… L’inconveniente di questo termine è di far pensare a una purezza morale che non c’entra affatto, dato che l’idea di poesia pura è per me al contrario un’idea essenzialmente analitica.
      La poesia pura è insomma una finzione dedotta dall’osservazione, che deve servirci a precisare la nostra idea sulla poesia in generale, e a guidarci nello studio così difficile e importante delle diverse e multiformi relazioni del linguaggio con gli effetti che esso produce sugli uomini.
      Forse sarebbe meglio dire, al posto di ‘poesia pura’, ‘poesia assoluta’, e bisognerebbe intenderla allora nel senso di una ricerca degli effetti risultanti dalle relazioni delle parole, o piuttosto dalle relazioni delle risonanze delle parole tra di loro, ciò che suggerisce, insomma, un’esplorazione di tutto quel dominio della sensibilità che è dominato dal linguaggio.”
      Suggestivo è anche il paragone che fa Valery paragonando il cammino dell’uomo alla prosa e la poesia alla danza.
      In opposizione alla concezione positivistica, il Croce preferì poi mutare la prima definizione in quella di intuizione lirica agganciandosi alla concezione Romantica di Edgar Alan Poe, infine pervenne ad una terza definizione della poesia, che intese come intuizione cosmica, volendo dire che la poesia, pur essendo espressione di un sentimento individuale, contiene però un riflesso della vita universale nel quale ciascun uomo può riconoscersi.
      E poiché i momenti in cui si verifica tale felice intuizione cosmica sono rari e improvvisi, compito del critico è appunto quello di individuarli e, quindi, di distinguerli anche nel corpo della stessa opera, per mettere in evidenza la “poesia” dalla “non poesia”, cioè dalla struttura che è funzionale alla manifestazione della poesia, ma non è essa stessa poesia.
      Poesia è espressione del sentimento individuale del genio poetico.
      Saggio e “azzeccato” è quell’aforismo crociano che dice che fino a 18 anni tutti scrivono poesie…dopo solo i poeti…e gli imbecilli.
      Gli allievi e seguaci di Croce Luigi Russo, Natalino Sapegno, Walter Binni, Mario Sansone, affermarono la necessità di storicizzare l’indagine critica: essi, cioè, affermarono il principio che un critico può veramente intendere compiutamente un’opera di poesia solo se si cala nel mondo culturale e morale dell’autore.
      Antonio Gramsci, Gaetano Trombatore, Carlo Salinari, ispirandosi alla critica marxista, affermarono che un’opera d’arte, compresa l’opera poetica, va, sì, studiata nella sua storicità, ma in rapporto non solo al mondo culturale e morale dell’autore, ma soprattutto alla sua collocazione nell’ambito della struttura economica della società del suo tempo e del suo ambiente con l’intento di distinguere gli autori che hanno lottato per l’emancipazione delle masse da quelli che si son posti al servizio delle classi dominanti.
      Solo con Giuseppe De Robertis nella critica stilistica (pur essa risalente all’insegnamento Crociano) l’opera è considerata in se stessa, al di fuori del tempo e dello spazio in cui fu concepita e realizzata. Appropriata in questa corrente di pensiero la definizione di G. Barberi-Squarotti per cui: “La lettura della poesia non è mai un atto razionale, ma un incontro quasi mistico col suo ritmo segreto, con la sua vita rarefatta.”
      Per Franco Fortini nel parlare comune, ‘poesia’ significa due cose: “Per un verso è un discorso, o ragionamento, o comunicazione, in cui prevalgono elementi di ritmo, cadenze, ripetizioni, immagini che alterano i significati immediati delle parole e che gli conferiscono anche significati interiori.
      Poi c’è un altro significato: quando noi diciamo: ‘questa è poesia’, intendiamo dire qualcosa di elevato e di nobile, di rassicurante o di commovente o di rasserenante, di vivace, pungente, ecc.”

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      • Segnalo che quanto sopra è tratto da questa pagina
        http://lnx.whipart.it/letteratura/3622/poesia-antonio-colecchia.html

        Nella stessa pagina abbiamo anche uno scoop.
        In calce viene detto

        Per Pittau :”…La poesia è la comunicazione interpersonale di messaggi promossa dal poeta e recepita dai fruitori, attuata col linguaggio fonico o verbale e carica di valori estetici; e questi sono valori ritmici e musicali rispetto allo strumento linguistico adoperato, sono valori umani ed esistenziali rispetto al contenuto dei messaggi comunicati.” –

        Ma stannno citando il prof Pittau? Ora glielo segnalo

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  39. Poesia è malattia – Franz Kafka.

    Una delle poche volte che non concord con Franz…

    Scrittura è malattia. Poesia è predisposizione dell’anima – Rina Brundu

    TIE’!!!!

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  40. E ancora…

    Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole
    – dallo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi.

    Poesia è lotta continua contro silenzio,esilio e inganno
    – tratto da “Cos’è La Poesia – Sfide per giovani poeti” di Lawrence Ferlinghetti – ed.Oscar Mondadori, un’opera che sicuramente ci dà la percezione della natura sfuggente e misteriosa della poesia…

    Cos’è la poesia?
    dici mentre fissi nei miei occhi
    l’azzurro dei tuoi occhi;
    cos’è la poesia?
    E tu me lo domandi?
    Poesia… sei tu.
    – da Rime di Gustavo Adolfo Bécquer

    Se poetando io potessi penetrare nel mio petto afferrare il mio pensiero e con le mani deporle nel tuo, senz’altre aggiunte:
    allora, per confessare la verità, sarebbe esaudita tutta l’esigenza dell’anima mia.
    – da Heinrich von Kleist .

    Un volume di versi non è altro che una successione di esercizi magici.
    – da Jorge L. Borges.

    Sulla poesia, io direi adesso che è, credo, il sacrificio in cui le parole son le vittime
    – Georges Bataille.

    La poesia non è fatta per nessuno, non per altri e nemmeno per chi la scrive
    – Eugenio Montale

    Buonanotte.

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  41. francu pilloni // 20 May 2015 at 11:26 //

    Questo tuo von Kleist, se non era un generale della Wehrmacht, era un chirurgo voglioso di penetrare i corpi per spostare pensieri dall’uno all’altro, fors’anche con visceri allegati. Mi ripugna ciò che sottintende, a parte il fatto che vede il poeta come uno che pensa col cuore. Un decapitato, insomma.
    Chi ha ragione, compassionevole ragione, è Battaille che individua le vittime nelle parole, usate a loro insaputa, ed eventuale demerito, dai poeti di “oggi”.
    Ma chi ha ragione da vendere è il tuo Frank Kafka: dopo i 18 anni, chi scrive una poesia o è poeta, o è imbecille. Io mi sono ammalato a 26 anni, in uno dei pochi periodi in cui non ero innamorato di una donna. Se prima mi rodeva intimamente il dubbio, ora me ne sono liberato: sono un perfetto imbecille!
    Quanto al nostro Pittau, concorderei forse con lui se appena avessi capito cosa ha voluto dire con “attuata col linguaggio fonico o verbale e carica di valori estetici”. Per chi non conosce l’etrusco è uno sbattere il muso al buio.
    L’avesse detto in logudorese almeno!

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    • Io sono kafkiana per DNA (questa è anche la ragione per cui mi inc come l’idra di Lerna quando leggo certi romanzi italici). Quindi concordo con costui ma soprattutto con la sua filosofia così ben esplicitata nei suoi racconti, ovvero che la scrittura sia malattia. E morte. Etc Etc.

      Non concordo sulla poesia. La poesia è qualcosa di molto più sottile che però paradossalmente pertiene a tutti non solo al poeta. Vale a dire che la poesia per viverla basta anche soltanto “sentirla”. La poesia è un tramonto, la poesia è una notte lunare, la poesia è uno sguardo d’affetto, tutte cose capaci di essere avvertite da tutti e comprese, come il calore del sole… Etc. ect.

      Invece sulla citazione del professore ho chieso direttamente a lui. Riporto qui parte di quanto mi ha scritto perché gli fa onore: “Sì, quella definizione è mia ed è estratta dalla mia opera “Poesia e letteratura – Breviario di poetica” Brescia 1993. Nonostante che per essa mi abbiano dato un premio nazionale, si tratta forse della peggiore opera che ho pubblicato. E’ pignolissima e pesantissima (di recente ho perfino smesso di rileggerla): ho avuto il grave torto di analizzare il linguaggio della poesia in maniera molto pedantesca: come se, commentando un’opera architettonica, mi fossi interessato anche della composizione chimica della calce adoperata dai muratori.” Tra l’altro il prof mi ha ricordato di avermi regalato il testo che però debbo avere in Sardegna…

      Ma questo fatto non è importante, più importante è lo scoop testé fatto: avere un autore che ammette di avere torto è gesto raro quanto i diamanti sul Gennargentu… ma dice pure tutto su di lui. Io preferisco questi autori qui, è noto.

      Ciao

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  42. Come dicevo sopra…

    Poesia è…
    un tramonto del sole
    una notte lunare
    uno sguardo d’affetto
    un bambino che ride
    un uomo che piange
    un giovane solo
    una ragazza triste
    il vento d’autunno
    la pioggia nel pineto
    la neve che cade
    le formiche d’estate
    il cielo azzurro e chiaro
    un ricordo sbiadito
    un amore dimenticato
    un momento perduto
    un vecchio seduto…

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  43. Sorry, io non posso concordare su Heinrich Von Kleist di cui mi pare lessi all’università Michael Kohlhaas, 1811. Io adoro la letteratura tedesca.

    —-
    Comunque ecco un passo dalla sua lettera alla sorella prima del suicidio. Anche questa è a suo modo poesia.

    « Non posso morire senza essermi riconciliato, contento e sereno come sono, col mondo intero e soprattutto con te, mia carissima Ulrike. Lascia, l’affermazione precisa è contenuta nella lettera ai Kleist, lascia ch’io mi ritiri. In realtà, tu hai fatto per me non dico quanto stava nelle forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana, al fine di salvarmi: la verità è che per me non c’era aiuto possibile sulla terra. E ora addio; possa il cielo donarti una morte solo a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io possa concepire per te. »

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    • Comunque stiamo di nuovo uscendo dal seminato e manca ancora la tua lista di poeti Gavino… cosi come Franco sta ancora evitando di sbilanciarsi sui poeti minori….
      Inoltre, perché non hai postato qualche opera di Masala che, se non ricordo male, consideri un tuo maestro e al quale sei molto legato?

      Noto anche che non ha una pagina wikipedica, come mai? O sono io che non l’ho vista?

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  44. Grazie per la lista. Scusa ho sbagliato io nella search…. cercavo ciccitu ma naturalmente è Francesco. Purtroppo I pezzi su Masala di Franco erano nel mio vecchio sito (Franco non è che li rimanderesti per separata pubblicazione?).

    ————

    Francesco Masala, chiamato anche Frantziscu in sardo o con il diminutivo Ciccìttu nel Logudoro (Nughedu San Nicolò, 17 settembre 1916 – Cagliari, 23 gennaio 2007), è stato un poeta, scrittore e saggista italiano, studioso di lingua e cultura sarda.

    Biografia

    Dopo i primi studi nel paese natale, frequentò il ginnasio a Ozieri, il liceo classico a Sassari e completò la sua formazione laureandosi in lettere all’Università La Sapienza di Roma, con una tesi su Il teatro di Luigi Pirandello, con Natalino Sapegno come primo relatore. Partecipò alla seconda guerra mondiale, combattendo prima sul fronte jugoslavo e poi su quello russo dove, ferito a una gamba, si meritò una decorazione al valor militare e iniziò a scrivere un romanzo su quella tragica esperienza umana e militare. Dopo la guerra insegnò per trent´anni, prima a Sassari e poi a Cagliari, nella scuola media superiore. Nella cerchia delle sue amicizie, affinità culturali e politiche e collaborazioni a varie iniziative figurano personaggi come Emilio Lussu, Aldo Capitini, Giuseppe Dessì, Salvatore Cambosu, Michelangelo Pira, Giulio Angioni, Giovanni Lilliu.

    Giornalista pubblicista (fu critico letterario e artistico a L’Unione sarda negli anni sessanta, ma collaborò anche con La Nuova Sardegna, Paese Sera, Il Messaggero Sardo) e soprattutto fu scrittore bilingue, in sardo e italiano, pubblicò numerosi articoli e libri di poesia e narrativa, di teatro, di saggistica e di critica letteraria. Come poeta trasse ispirazione dalla grande tradizione in versi della sua terra, in particolare dalle opere di Peppino Mereu; nel 1951 vinse il Premio Grazia Deledda e nel 1956 il Premio Chianciano per la raccolta di poesie Pane nero. Come romanziere fu scoperto da Giangiacomo Feltrinelli, che nel 1962 gli pubblicò Quelli dalle labbra bianche, epopea in chiave grottesca della gente di Arasolè sul fronte orientale e di un po’ tutti i “dimenticati dalla storia”. Per il palcoscenico, oltre alla riduzione teatrale del suo romanzo (1972, con il regista Giacomo Colli),[1] collaborò con la Cooperativa Teatro di Sardegna per i testi bilingui dei drammi popolari Su connottu (1976) e Carrasegare (1978), entrambi con il regista Gianfranco Mazzoni. Per la RAI scrisse i radiodrammi Emilio Lussu, il capotribù nuragico (1979), Gramsci ovvero l’uomo nel fosso (1981) e Sigismondo Arquer, al rogo! (1987). Masala si accostò anche alla musica pop collaborando con la cantautrice Marisa Sannia.

    Nel 1981 pubblicò con Vanni Scheiwiller Poesias in duas limbas. I suoi versi, tesi al pari dei romanzi a esaltare un popolo umiliato e offeso dalla storia come quello sardo, sono stati tradotti in spagnolo, croato, russo, ungherese, francese, polacco e portoghese. Del 1984 è Il riso sardonico, raccolta di ricordi e brevi racconti di vita vissuta in cui riso e pianto sono legati indissolubilmente in una comicità paradossale, intrisa di satira pungente nei confronti della classe politica isolana. Vi compare inoltre uno dei temi più cari a Masala, la difesa della lingua sarda, da lui utilizzata in numerose poesie e nel romanzo autobiografico S’istoria (1989).

    “Ciccìttu”, com’era chiamato dagli amici, fu presidente della commissione del Premio letterario in lingua sarda Città di Ozieri e, nel 1978, del Comitadu pro sa limba, che si fece promotore della “Proposta di legge d’iniziativa popolare per il bilinguismo perfetto in Sardegna”, da cui sarebbe poi scaturita la Legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 per la “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”.

    Dalla sua opera più conosciuta, Quelli dalle labbra bianche, nel 1999 è stato tratto il film Sos Laribiancos – I dimenticati, sceneggiato e diretto da Piero Livi (menzione d’onore al Palm Springs International Film Festival), con gli attori Lucio Salis, Sandro Ghiani e Alessandro Partexano. Del 2008 è invece il cortometraggio d’animazione Dopo trent’anni prima, che il fumettista Silvio Camboni ha realizzato ispirandosi al racconto “Apologo dell’uomo bue e dell’uomo cacciavite”, dove Masala contrappone la Sardegna contadina a quella industriale.[2]

    Giulio Angioni[3] colloca Francesco Masala, con Antonino Mura Ena e Benvenuto Lobina, all’apice della paesia sarda, e non solo in sardo, del Novecento.

    In suo ricordo è stato istituito nel 2008, dall’associazione culturale Arcipelago in collaborazione con la Provincia di Cagliari, il Premio Francesco Masala per il teatro.

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  45. Per intanto fidiamoci dell’Angioni….

    Ecco Antonino Mura Ena

    Antoninu Mura Ena (Bono, 17 ottobre 1908 – Roma, 18 luglio 1994) è stato uno scrittore, poeta e pedagogista italiano.

    Biografia

    Dopo le scuole primarie nel paesino di Lula, ospite dello zio sacerdote, Mura termina gli studi superiori a Cagliari e nel 1938 si laurea in Pedagogia all’Università di Roma, relatore Guido De Ruggiero, con una tesi sulla dottrina hegeliana dello Stato.

    Negli ultimi anni d’università inizia a insegnare in un istituto magistrale di Nuoro, nel quale il preside Remo Branca lo aveva incoraggiato a scrivere e aiutato a pubblicare nel 1938 una raccolta di poesie, L’Isola e la città, e una traduzione dal tedesco al sardo di una lirica di Heinrich Heine Eo e tue. Remo Branca e Francesco Pala inseriranno poi la traduzione nella loro antologia[1]. L’anno dopo pubblica il suo primo libro di poesie in lingua italiana col titolo di Nuove poesie, per la casa editrice Novissima[2].

    Nel 1940, agli inizi della seconda guerra mondiale si trasferisce a Pizzoli nel paese natale della moglie. Le conversazioni con gli sfollati e gli eventi bellici portano Mura, dopo aver costituito la sezione del P.C.I locale, a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale. Nel 1946 pubblica (sotto il nome di Antonio Murena) un saggio su Palmiro Togliatti.

    Insegnò Pedagogia nella seconda Università di Roma. È stato libero docente ed è stato autore di libri sul rapporto tra insegnamento e mezzi di comunicazione, di due traduzioni di Sant’Agostino (una, più volte ristampata, del De catechizandis rudibus, Brescia, La Scuola, 1956, 3ª ed. 1971, e una del De Magistro, Roma, Atena, 1965). Mura Ena riprenderà a lavorare ai racconti Memorie del tempo di Lula e alla raccolta di poesie Recuida, e nel 1988 si aggiudicherà un premio speciale al Pompeo Calvia di Sassari[3].

    Alle quattro sillogi, Appentos e ammentos, Recuida, Cunsideros, Tejos cantados, che fanno parte di Recuida, il poeta dedicò gran parte della sua attività, lavorandovi per circa trent’anni. Recuida significa grande ritorno: alla Sardegna e alla comunità d’origine del Goceano e della Barbagia, sebbene nei suoi testi poetici sia stato colto un tessuto di intertestualità da autori del secolo XIV spagnolo, a Federico García Lorca[4] e Antonio Machado.

    Morto nel 1994, è stato in seguito rivalutato[5] dai critici come Nicola Tanda, che si è impegnato per la valorizzazione della sua opera[6].

    La raccolta di poesie Recuida è considerata da Franco Brevini[7] una delle opere più importanti nel quadro della letteratura sarda del Novecento. Ugualmente Giulio Angioni[8] colloca Antonino Mura Ena, Benvenuto Lobina e Francesco Masala in una triade dei migliori poeti sardi, e non solo in sardo, per lo meno del Novecento.

    Ed ecco una sua poesia:

    Peraula bia

    Una peraula bia
    cando est offerta e nada
    ed est sa prima orta
    chi dae bucca bessit,
    in s’istante matessi est accabada.
    Est cunsumida e morta.

    E gai naraian
    chin milli arresionos
    sabidores antigos,
    e serios e bonos.
    e sos appentados
    fideles, bi creian.

    Ma eo,
    chi non so sabidore
    ne antigu e ne nou,
    ma cunsideradore
    de bonu cunsideru
    darelis potto prou
    chi ‘onzi umana peraula
    nada a omine biu, e ascultada
    in risu o in piantu, tando solu
    incomintzat a vivere.
    Ed est de pensamentu eternu bolu

    Antonio Mura Ena

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  46. Benvenuto Lobina

    Benvenuto Lobina (Villanova Tulo, 8 gennaio 1914 – Sassari, 29 dicembre 1993) è stato un poeta e scrittore italiano.

    Biografia

    Figlio di Nicolò (piccolo commerciante originario di Orroli) e Vincenza Mulas, Lobina passa la propria infanzia nel piccolo centro agropastorale. Qui frequenta le prime quattro classi della scuola elementare e nel 1925 sostiene da privatista la licenza elementare presso la scuola di un paese vicino. Nel 1932 è assunto dalle Poste di Cagliari ed abbandona il paese in maniera praticamente definitiva.
    Consegue, in privato, il diploma di licenza media e nei primi anni Trenta fa conoscenza con alcuni giovani intellettuali cagliaritani, con i quali nel 1933 fonda il Circolo Futurista di Cagliari. Nello stesso anno alcune sue poesie sono pubblicate dalla rivista Futurismo di Mino Somenzi.
    Nel 1935 è militare di leva a Sassari, parte volontario per l’Africa dove non sparerà un solo colpo. Trova un impiego civile presso le Poste di Addis Abeba, ma vi rimane pochi mesi.
    Tornato a Sassari è dirigente dell’amministrazione delle Poste. Nel 1944 sposa Licia Baldrati, una collega; durante il suo viaggio di nozze a Villanova Tulo, Lobina si riappropria delle sue radici.
    Gli anni Cinquanta ne segnano la maturazione poetica e il quotidiano sassarese La Nuova Sardegna pubblica in terza pagina i suoi versi in sardo. Terra, disisperada terra, la sua prima raccolta di poesie è del 1975, contiene diciannove liriche in sardo.

    Spinto anche dall’incoraggiamento di altri scrittori, in particolare da Sergio Atzeni e da Giulio Angioni, a dedicarsi alla narrativa nel suo sardo campidanese, nel 1987 pubblica il romanzo Po cantu Biddanoa. L’opera in sardo è da lui tradotta in italiano a fronte pagina. Po cantu Biddanoa è un romanzo storico ambientato a Villanova Tulo nell’arco di tempo che va dal 1918 al 1942, quindi a cavallo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Il romanzo ha ottenuto un grande successo di critica, è ritenuto uno dei punti più alti raggiunti dalla narrativa in lingua sarda. Interessante anche il lavoro compiuto sulla lingua. Nel romanzo esistono tre livelli di narrazione cui corrispondono tre registri linguistici differenti. La lingua del narrante è un sardo meridionale unificato, un campidanese comune. I personaggi parlano il sarcidanese di Villanovatulo. C’è poi una terza varietà di sardo meridionale, quello degli istruiti, che usano un campidanese un tantino più “civile”, mutuando spesso dall’italiano lessico e riferimenti.
    Lobina ha inoltre tradotto in sardo opere di poeti e prosatori ispano-americani.

    Muore a Sassari il 29 dicembre del 1993, ucciso da una leucemia acuta.
    Il primo capitolo del suo secondo romanzo (rimasto incompiuto) Bonas tardas, Magestà, sarà da lui convertito in un racconto prima del decesso e poi pubblicato postumo per la traduzione di Anna Serra nel 2000 nella raccolta Racconti.

    Giulio Angioni[1] colloca Benvenuto Lobina, con Francesco Masala all’apice della poesia sarda, e non solo in sardo, del Novecento.

    Di questo autore ne parla anche il blog di Maurizio Virdis
    https://presnaghe.wordpress.com/2009/07/24/l%E2%80%99arte-poetica-e-narrativa-di-benvenuto-lobina/
    Se non ricordo male Virdis era un prof universitario dei miei tempi anche se non seguii sue lezioni

    Ecco invece un lavoro di Lobina:

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  47. @Gavino
    Grazie per la lista ma ciò che mi piacerebbe costruire è una lista di validi poeti sardi… poi ci guardo. Quanto agli scrittori veri credo si esauriscano con Deledda ( e Satta per un testo)
    Naturalmente sono in tanti che scrivono ma la passione è altra cosa. Chi più chi meno ce l’hanno tutti.

    Vedo poi nei prossimi giorni se riusciamo a incastrare I dati sui poeti dale diverse fonti…concluderebbe questa “discussione” al meglio. Qualcosa io l’ho comunque imparata ma solo perché la mia ignoranza sulle cose di Sardegna è grande, magari per gli altri è diverso.

    ciao

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    • Intanto ecco la lista dei poeti “estemporanei” sardi.
      Tratta da Wikipedia
      Poeti del passato

      Logudorese
      Melchiorre Murenu (Macomer, 3 marzo 1803 – 21 ottobre 1854)
      Pietro Caria, (Macomer, 1852-1934)

      Poetes della prima generazione
      Gavino Contini (Siligo, 12 dicembre 1855 – 24 luglio 1915) è stato sempre considerato uno dei più grandi poeti improvvisatori, definito dai suoi stessi avversari: de sos poetas su mastru, su zigante e altu monte.
      Giuseppe Pirastru (Ozieri, 1858 – 1931)
      Antonio Cubeddu (Ozieri, 25 aprile 1863 – Roma, 23 settembre 1955)
      Antonio Farina, (Fraz. Santa Vittoria Osilo, 1865-1944)
      Salvatore Testoni, (Barore Testone)(Bonorva, 1865 – 1945)
      Antonio Andrea Cucca, (Sassari, 1870 – 1945)
      Sebastiano Moretti, (Pittanu Morette)(Tresnuraghes, 1868 – 1932)
      Peppino Mereu, (Tonara, 1872 – 1901)
      Antonio Piludu, (1868 – ? )
      Maria Farina, (Osilo, figlia di Antonio)

      Poetes della seconda generazione[4]
      Barore Tucone, (Buddusò, 1885 – 1969)
      Barore Sassu (Banari, 25 febbraio 1891 – 1976)
      Raimondo Piras(Villanova Monteleone, 1905 – 1978
      Giommaria Pulina
      Frantziscu Demartis
      Giuanninu Fadda
      Andria Nìnniri
      Cicciu Piga
      Gavino Piredda
      Antoni Piredda

      Poetes della terza generazione[5]
      Giuseppe Sotgiu[6] (Bonorva 24 giugno 1914 – 27 marzo 2008)
      Barore Budrone
      Bernardo Zizi
      Mario Masala
      Antonio Pazzola
      Totoni Crobu Neonelli
      Giuanne Seu
      Frantziscu Sale
      Frantziscu Mura
      Màriu Màsala
      Giuseppe Porcu

      Campidanese
      Francesco Farci Cagliari( SU MANNU )
      Massimino Moi Quartu Sant’elena
      Battistina Melis Lunamatrona nota (BITTIREDDA
      Giovanni Broi Iglesias
      Antonio Ariu Masainas
      Fedele Lai Capoterra
      Efisio Loni Monserrato
      Luigi Taccori Dolianova
      Anselmo Melis Donori
      fratelli Pillai Quartu Sant’elena
      Raffaele Urrru Burcei
      Francesco De Plano Quartucciu (Olata)
      Efisio Pibiri Quartucciu (S’Argalla)
      Pasquale Piras
      Allicu Seui Selargius
      Carlino Pillitu Villasor

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      • Aggiungo questi anche se in alcuni casi sono ripetizioni e comunque non c’é ordine…
        Una qualche idea comunque l’abbiamo.

        Francesco Masala
        Antonino Mura Ena
        Benvenuto Lobina
        Antonio Cubeddu
        Giuseppe Pirastru
        Gavino Contini
        Antonio Farina
        Francesco Cubeddu
        Salvatore Demartis
        Antonio Michele Cuccuru
        Antonio Andrea Porcu Deledda
        Morittu
        Angelo Mundula
        Alberto Capitta

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    • Grazie per la chiarificazione sui poeti. Sugli scrittori non concordo perché per me la qualifica scrittore non fa equazione con uno che scrive e neppure con uno che vende ciò che scrive, ma fa equazione con i concetti kafkiani di cui sopra. Comunque è cosa personale ed esula dal discorso che stiamo facendo qui, meglio non entrarci.
      Aggiungo questi poeti da te indicati alla lista.

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  48. Gavino, in alcuni casi ho notato che sono mischiati poeti e cantadori. Del resto non credo esista alcuna separazione a priori, puoi essere un buon poeta e puoi essere un buon cantadore. Ma dubito che possa essere un buon cantadore estemporaneo se non sei pure poeta…

    E per me possiamo chiuderla qui… non capisco come siamo arrivati da D’Annunzio, passando per Blake ai candatores sardi…

    Misteri dei post scritti un poco a scazzo su Internet!

    Than again, ciao

    Check it out!

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  49. Ripensandoci c’é più capacità artistica nel mignolo di questi signori, che in tutto il freaks circus mediatico sanremese. E non solo lì.

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    • Chi è questo cantore anziano con la giacca più scura, è straordinario! È Zizzi o Masala?

      E sono straordinari i puns che stanno facendo con il nome del terzo cantore PORCU, divertentissimo..

      Mi ricorda molto le performances dei poeti goliardici medievali…

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  50. Bravissimo anche il ragazzo giovane…
    Vale la pena ascoltarlo tutto….

    Inserisco qui anche due altri link interessanti… se ben ricordo dalla mia fanciullezza I tre “tenori” sardi sono Zizzi, Masala e Pazzola…

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  51. francu pilloni // 22 May 2015 at 11:13 //

    Qual è più poesia fra la canzone “Mamma son tanto felice …” stile sanremese e questa “Mama” a tenores di qua sopra?
    Provate a togliere la musica, perché musica aggiunta non c’era, per state al punto iniziale, nella “Pioggia nel pineto”.
    Allora, vedete, che non c’è poesia nelle canzoni messe a confronto.

    Poesia, cos’è?, avete provato a ragionare:

    Forse
    “un tramonto del sole
    una notte lunare
    uno sguardo d’affetto
    un bambino che ride
    un uomo che piange
    un giovane solo
    una ragazza triste
    il vento d’autunno
    la pioggia nel pineto
    la neve che cade
    le formiche d’estate
    il cielo azzurro e chiaro
    un ricordo sbiadito
    un amore dimenticato
    ….”.
    Se mi riesce di fare un paragone, mi vien da pensare a una poesia come ad un insieme di sensazioni che ti arrivano dall’esterno e ti generano emozioni, insomma come a un piatto ben cucinato, dove i sapori e gli aromi si notano e si fondano per la gioia del palato.
    Ora, se dovessi descrivere un ottimo prodotto di cucina, sempre seguendo il parallelismo di prima, dovrei dire:

    Una pietanza, cos’è?

    un bue che pascola nel prato
    un cavallo che corre sulla spiaggia
    un agnello che s’è perso da sua madre
    un ciuffo di erba cipollina
    un cespuglio di rosmarino
    un ceppo di cappero in fiore
    un pesce acquistato al mercato
    due chili di patate
    un tegame di terracotta
    un mestolo di castagno di Desulo
    un fiotto d’olio d’oliva

    Ecco, se pensassi in questo modo, dico che sarei vicino al von Kleist che chiama dolce serenità il proprio suicidio, è solamente un repertare un escremento come una crema al cioccolato.
    Ragazzi, la poesia è una cosa seria.
    Altre attività ci divertono, sono ammirevoli, diciamo anche che ci giungono benvenute e benemerite, ma per favore, non chiamiamole poesia.
    Ne va dell’incolumità intellettuale.

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    • Non so quale sia la tua definizione di intellettualità, ma vorrei ricordarti che il tragico percorso di Von Kleist è cosa molto seria e che quella sua dolce morte è più poetica di qualsia creazione o pseudo-creazione più o meno ispirata.

      Sono assolutamente felice per te che hai una concezione così stratificata e certa di cosa sia poesia. Io resto con la mia definizione perché a mio avviso poesia è tutto e nulla, e espressione di un momento, di un istante catturato-strano ed è una di quelle rare cose che quando le definisci in maniera decisa si perdono, come i colori delle ali delle farfalle quando eravamo piccoli: se li toccavi diventavano polvere lucida.

      Di fatto concordo con Robert Frost
      “Poetry is when an emotion has found its thought and the thought has found words.”
      Poesia è quando un’emozione è diventata pensiero e il pensiero è diventato parola.

      PS In ogni caso all’well-being della mia capacità intellettuale ci penso solo io: non è omologabile.

      Ciao

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  52. Non mi risulta poesia che non sia stata inventata.. mi risulta poesia che non sia stata “sentita” o che non sia stata frutto del dolore dell’anima… come tanta scrittura…
    ciao

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    • francu pilloni // 23 May 2015 at 10:02 //

      Alla fine ci troviamo tutti d’accordo con B RINA.
      Se io ho detto che poesia è “sensazione che diventa emozione”, mentre Frost parla di “emozioni che diventano pensieri che generano parole”, non c’è che da mettere insieme le definizioni per ottenere un concetto su cui concordiamo tutti. Perché se è vero che se mi fermo alle emozioni, non ci può essere poesia, è altrettanto vero che le emozioni sono generate da sensazioni, o suggestioni esterne, come ne avete elencato a proposito.
      Quanto all’omogabilità di ciascuno di noi, cara Rina, hai ragione da vendere, se trovassi qualcuno a comperartela.
      Vedi, Gavino è quanto di più diverso da me, perché io sono comunque diverso in un mondo in cui tutti ci sentiamo e ci ritroviamo diversi.
      Mi piace questo sofisma, perché possiede in sé un impareggiabile paradosso. Infatti, il fatto di essere tutti diversi ci rende almeno simili, sotto un determinato aspetto.
      Cosa vuoi argomentarci sopra, mia cara inomologabile creatura terrena che di nome fai Rina, oggi mi sono alzato così!

      Ho però una cosa seria che mi rode: due o tre volte avete riportato la notizia secondo la quale Benvenuto Lobina fosse stato spinto a scrivere in sardo da Sergio Atzeni e da Giulio Angioni. Ora, a parte il fatto che da tanto Lobina usava il sardo per molte sue composizioni, vi devo ricordare che Atzeni e Angioni erano due comunisti militanti, mentre Lobina aveva tendenze fasciste, post-fasciste, missine?
      Cosa che non nascondeva, perché era uomo tutto d’un pezzo.
      E se ricordate il clima culturale degli anni Settanta/Ottanta, vi sembrerà comunque peregrina l’idea di fraterno collateralismo intellettuale fra i protagonisti della notizia. Oltre al fatto che Angioni soffre del complesso della maglia rosa e chiunque provi a pedalargli vicino è considerato un avversario da battere.
      Ma se qualcuno dice che gli aveva passato la borraccia, vada pure per questa via.
      Quanto alla considerazione ripetuta dello stesso Angioni et alii su Cicito Masala poeta, mi piacerebbe sapere a quanto risale: scommetto 10 a 1 che viene formulata dopo la morte del poeta. In Sardegna usa così, per Masala, per Atzeni, per Lobina, …
      Gavino, vuoi diventare famoso? Non ha che da morire! La via più breve.
      Mia madre diceva, per le cose arrivate fuori tempo massimo: a pustis mortu, comunigheddu! Dopo che è spirato, dategli pure la Comunione!

      PS: Francesco Masala era chiamato famigliarmente Cicito, in logudorese, dagli amici campidanesi invece Cicitu, non certo Ciccittu. Anche da questa errata trascrizione traspare la famigliarità col personaggio. Ma guardate che molti che gli davano del tu, lo chiamavano comunque Francesco. Giovanni Lilliu, per esempio, lo chiamava indifferentemente nei due modi. Non ho mai sentito un ex alunno, pur sessantenne, che non gli desse del lei.
      Ciao.

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