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Popper e i pericoli del pensiero utopico

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Karl_Popper2di Michele Marsonet. Secondo Karl Popper tentazione totalitaria e tentazione utopica sono strettamente connesse. Per l’utopista la prima cosa che bisogna fare è la determinazione di un fine ultimo. “Scegliere il fine è la prima cosa che dobbiamo fare se vogliamo agire razionalmente, inoltre dobbiamo far attenzione a determinare i nostri fini ultimi da quelli intermedi o parziali che, di fatto, sono soltanto mezzi, o fasi lungo la via che porta alla meta finale. Questi principi, se applicati al campo dell’attività politica, richiedono la determinazione dello Stato ideale, prima che sia intrapresa qualunque azione pratica”.


Tali sono, dunque, i cardini di quella che il filosofo austriaco chiama “ingegneria sociale utopica”, e alla quale contrappone “l’ingegneria sociale gradualistica”. Il politico che adotta l’ingegneria gradualistica “deve avere coscienza del fatto che la perfezione, ammesso che sia raggiungibile, è estremamente lontana e che ogni generazione di uomini, e quindi anche la vita, ha le sue esigenze; forse non tanto l’esigenza di essere resa felice, perché non ci sono mezzi istituzionali atti a rendere un uomo felice, quanto l’esigenza di non essere resa infelice, nei casi in cui l’infelicità può essere evitata”.

Di conseguenza, “il gradualista cercherà di adottare il metodo idoneo a individuare (e a combattere) i più gravi e i più urgenti mali della società invece di cercare il suo bene ultimo. Questa differenza tra l’approccio utopico e quello gradualistico è di estrema importanza. E’ la differenza tra un metodo ragionevole di migliorare la sorte dell’uomo e un metodo che, se realmente tentato, può facilmente portare a un intollerabile accrescimento della sofferenza umana. “E’ la differenza fra un metodo che può essere applicato in ogni momento e un metodo la cui adozione può facilmente diventare un alibi per il continuo rinvio dell’azione a una data successiva, quando le condizioni risultino più favorevoli. Ed è anche la differenza fra il solo metodo di migliorare le cose che finora ha avuto successo in qualsiasi luogo e un metodo che, dovunque è stato tentato, ha portato soltanto all’uso della violenza invece della ragione”.

In realtà, l’esistenza di mali sociali, cioè di condizioni nelle quali molti esseri umani soffrono, può essere individuata con relativa facilità. Ma è infinitamente più difficile ragionare a proposito di una società ideale. I progetti gradualistici sono  relativi a situazioni singole, mentre il tentativo utopico di realizzare uno Stato ideale, usando un modello ideale di società, è tale da richiedere un forte potere centralizzato di pochi e, quindi, da portare verosimilmente all’instaurazione di una dittatura. La critica all’approccio utopico non si ferma qui. Questo approccio, infatti, può avere valore pratico soltanto se si parte dal presupposto che il modello originario, forse con alcuni aggiustamenti, resta la base del lavoro fino al suo completamento. Ma ciò richiederà del tempo. Sarà un tempo di rivoluzioni, sia politiche sia spirituali, e di nuovi esperimenti, di esperienze in campo politico.

Bisogna quindi aspettarci che idee e ideali cambieranno. Quello che era apparso come lo Stato ideale alle persone che elaborarono il modello originario, può non apparire più tale ai successori. Se si ammette ciò, allora l’intero approccio utopico finisce in frantumi. Il metodo di stabilire dapprima un fine politico ultimo e poi di cominciare a muoversi verso di esso è futile, se ammettiamo che il fine possa essere considerevolmente modificato durante il processo della sua realizzazione. Può in qualsiasi momento risultare che i passi finora compiuti abbiano di fatto allontanato dalla realizzazione del nuovo fine.

Non c’è dunque un metodo razionale per determinare il fine ultimo o la società ideale. Il modello di società ideale può mutare nell’arco di un tempo abbastanza breve. E “qualsiasi differenza di opinione tra ingegneri utopici deve quindi portare, in mancanza di metodi razionali, all’uso della forza invece che della ragione, cioè alla violenza”. In realtà, l’utopista mira a riplasmare l’intera società secondo un piano regolatore preciso, punta a “impadronirsi delle posizioni chiave” e a estendere il potere dello Stato finché Stato e società siano diventati identici; e “inoltre mira a servirsi di queste posizioni chiave per comandare le forze storiche che plasmano lo sviluppo futuro della società fermando questo sviluppo oppure incanalando la società nel senso stesso dello sviluppo previsto”. Su questo piano si manifesta il totalitarismo dell’utopista, il suo sogno di un controllo totale sulla società, di una pianificazione cui nulla sfugga.

Ma questo sogno è del tutto irrazionale. Inoltre, il metodo utopico, oltre a escludere la proliferazione delle ipotesi risolutive, l’individuazione e la correzione degli errori, conduce a un pericoloso attaccamento dogmatico al modello per il quale sono stati fatti innumerevoli sacrifici. Non possiamo permetterci il lusso di far pagare agli altri i prezzi troppo alti dei nostri sogni. Come Socrate, l’ingegnere sociale gradualista sa quanto poco sappia. Sa che è soltanto dai nostri errori che possiamo imparare. Perciò avanza un passo alla volta, confrontando con cura i risultati previsti con quelli effettivamente raggiunti e stando sempre in guardia per avvistare le inevitabili “conseguenze non volute” di ogni riforma; eviterà di intraprendere riforme di una complessità e di una vastità tali che risulti impossibile per lui districare le cause dagli effetti, e sapere che cosa veramente stia accadendo. Occorre, insomma, evitare gli esperimenti rischiosi, specie quelli più azzardati. E, per fare meno male possibile, dobbiamo apprezzare gli errori di laboratorio: il laboratorio della storia è, purtroppo, pieno di errori che hanno generato grandi sofferenze.

Tuttavia, nonostante le cose stiano così, il pensiero utopico esercita un fascino spesso travolgente. Esso convince e attrae, ed è per la democrazia un pericolo in continuo agguato. Privi di memoria storica, gli utopisti disprezzano le istituzioni democratiche. Vogliono tutto e subito, e proclamano i loro ideali permeati di passione civile e di una – presunta – superiore moralità. In questa prospettiva, l’utopista appare come il nobile rivoluzionario e il riformista democratico come un gretto reazionario. Se si crede nella democrazia occorre essere vigili e critici nei confronti delle forme di pensiero utopico, e questo perché l’utopista è l’alter ego del totalitario.

Adottando il punto di vista popperiano non è mai possibile cominciare da capo. Noi siamo eredi di una tradizione, e se vogliamo arrivare a qualche risultato da qualche punto bisognerà pur partire, e con determinati mezzi piuttosto che con altri. L’utopista presume così di conoscere il bene e il male in senso “assoluto”. In base a questa sua presunta conoscenza, vuole costruire un uomo a sua immagine e somiglianza. Le sue idee non sono in funzione degli uomini; questi, invece, debbono essere in funzione delle sue idee, dei suoi sogni illuminati.

Come nella scienza non si sa mai tutto, così in politica non si può mutare mai tutto. E, allora, che fare? A questo interrogativo Popper risponde: “Se dovessi dare una semplice formula o ricetta direi: agisci per l’eliminazione dei mali concreti piuttosto che per realizzare dei beni astratti. Non mirare a realizzare la felicità con mezzi politici. Tendi piuttosto a eliminare le miserie concrete”. Non bisogna permettere che i sogni di un mondo perfetto distolgano dalle rivendicazioni degli uomini che soffrono qui ed ora. I nostri simili hanno diritto ad essere aiutati, ma nessuna generazione deve essere sacrificata per il bene di quelle future, in vista di un ideale di felicità che può non realizzarsi mai.

Da quanto ho detto, ben si comprende allora che l’atteggiamento utopico è opposto a quello della ragionevolezza. L’utopismo, anche se spesso si presenta nelle forme di una sorta di razionalismo, altro non può essere che uno pseudorazionalismo. Il fascino che il futuro esercita sugli utopisti non ha niente a che fare con la previsione razionale. Il vero razionalista, al contrario, è sempre consapevole di quanto poco sa.

Featured image, Sir Karl Popper in 1990, source Wikipedia
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