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Con dita intrise di sole – Poesie di Franco Ventura

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

337px-Carmelo-bene-by-origadi Gigi Montonato. Quante anime nel Salento! Quanta diversità! Uno pensa che il Salento sia Vanini, e si sbaglia; come si sbaglia se pensa che sia San Giuseppe da Copertino o Vittorio Bodini o d. Tonino Bello o Carmelo Bene. Il Salento è aperto a tutti i venti; ogni vento trasporta i suoi pollini. Ciò che nasce spesso è capriccio di incontri, di combinazioni imprevedibili; forse un minimo comun denominatore c’è, ma vallo a trovare!

Così pensavo trovandomi tra le mani il libretto di poesie di Franco Ventura, un pittore di Sannicola, che  a me ha sempre portato una ventata di leggerezza e di freschezza coi suoi pastelli, coi suoi santi “devozionali” e i suoi paesaggi dai colori vellutati, ingenui, sacrificali: a me che ho sempre l’animo in tumulto e quel che vedo e sento m’ispira asprezze di risposte, preferibilmente solitarie; e salgo sulla torre ad urlare alla luna con la speranza che da più vicino possa udirmi.

Ventura compie il miracolo di ammansire, come fa l’esperto coi cani ringhiosi. Che ce l’abbia il poeta il minimo comun denominatore? Bah! Beato lui, allora, che ha immagini e parole medicamentose!

Chiama a raccolta tutti Ventura in questo suo libro, fin dalla dedica: i genitori, i suoi cari, gli amici e lo fa con l’animo grato, perché sente di aver avuto qualcosa in dono dagli altri. Poeta è chi si sente sempre in debito. Gli altri sono una moltitudine. Lui li ha cercati e li ha trovati: Luigi Scorrano, che gli fa la prefazione, d. Luigi Ciotti che gli impreziosisce il libro con una nota, e poi tanti, tanti altri in elencazione dei nomi più significativi di cinquant’anni di arte e cultura salentina; tutti, che, per poco, o per molto hanno corrisposto alla sua amicizia. Un bel lavoro antologico, in chiusura, curato da Alessandro Errico.

Il titolo di questo suo ultimo libretto di poesie, Con dita intrise di sole (Tuglie, 5 emme, 2014) gli proviene sicuramente dal suo essere pittore. C’è un rapporto immediato tra colori e sole, gli uni dipendono dall’altro; e il pittore s’intride le dita negli uni e nell’altro.

La raccolta si divide in tre sezioni, non esplicitate ma evidenti; ognuna delle quali, infatti, si caratterizza per un diverso stato d’animo, introdotta da un pensiero tematico di un personaggio diverso: Langston Hughes, Papa Francesco e Don Tonino Bello; ed è illustrata da disegni dell’autore.

Nella prima sezione domina il dolore, a rischio di disperazione, di non credere più nei sogni. «Quando i sogni se ne vanno – dice il poeta citato in epigrafe – la vita è un campo arido gelato di neve» (L. Hughes).

I tempi sono amari e bisogna fare acrobazie per sperare. Acrobati della speranza, infatti, è il brano che apre questo primo mannello di versi. Un senso di diffusa sofferenza pervade la maggior parte delle tredici liriche. Immagini di disperazione: «la vita …si spegne in un involucro di stracci». Il poeta s’afferra «con la sola forza delle pupille / a quest’orlo di sogno / che …salva / dal risucchio dell’abisso»; il sole presto è adombrato dalle nubi; il «vento…scompiglia i … sogni / assiepati sulle rampe della notte». Parole che evocano immagini di tormento: «vomiti d’onde assassine…inghiottite urla… strazia i nostri risvegli»; le parole sono disancorate, strozzate in gola, corpi inabissati, sprofondati nei pantani; e su tutto il silenzio. Occorrono nuovi inni d’umiltà, che «il cuore potrà finalmente intonare / …/ con le sublimi armonie / delle sue pulsioni». Non v’è dubbio che la tragedia degli immigrati e il degrado sociale abbiano ispirato e influenzato il poeta e ferito il suo animo di credente e di cittadino.

E’ l’impegno civico di Ventura, che non dimentica l’Unità d’Italia, la memoria delle grandi tragedie dell’ultima guerra mondiale, l’impegno di farsi latore di sensibilità collettiva, prendendo in prestito le parole di Papa Francesco: «E’ la memoria dell’eredità ricevuta che dobbiamo, a nostra volta, trasmettere ai nostri figli», che fa tornare al poeta la positività della vita, un senso di ritrovato ottimismo. Ora il poeta «Spera che non sia pula…lo sciame dei suoi pensieri…Sogna che lasci / un pugno di brace viva / la fiammata della sua parola». Sembra che faccia il controcanto ai versi della prima sezione: tutto torna a brillare, purché si mettano da parte l’indifferenza, l’arroganza, la smemoratezza: «un sorriso mai scordato…il lieto ricordo di un evento…l’eco d’una voce cara…riporta / questo vento frizzante d’aprile».

Introdotta dalle parole di Don Tonino Bello la terza sezione sembra essere quasi il terzo tempo di una partita che il poeta gioca con se stesso e coi suoi lettori. «E’ la bellezza che salverà il mondo…Coltivate la bellezza». Al superbo rivolge l’invito a «fissa[re] lo sguardo al cielo», perché «Trivella di luce è la verità», a «Cerca[re] oltre le scaglie d’odio», ché «Se vuoi…Anche dalle più profonde feritoie / dei tuoi dubbi / germoglieranno primavere…» e «Avranno rami curvi / al peso di dolci primizie / quei germogli / che ora cercano aria / fra cumuli di trascuranza».

Probabilmente ridotta a pensieri la poesia perde fascino, suggestione e bellezza; ne guadagna in luce. Chi è aduso a cercare il senso delle parole non può accontentarsi che di questo.

Featured image, portrait of Camelo Bene, author Origafoundation, source Wikipedia English.

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