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Ancora sull’antisemitismo metafisico di Heidegger dopo la pubblicazione dei “Quaderni neri”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Heidegger_4_(1960)_croppeddi Michele Marsonet. La pubblicazione dei “Quaderni neri” di Martin Heidegger continua a riservare sorprese. Mentre era nota la sua adesione al nazismo, si è invece molto discusso se fosse realmente antisemita, anche perché alcuni episodi importanti della sua vita sembravano testimoniare il contrario. Per esempio la relazione sentimentale con la grande pensatrice ebraica Hannah Arendt, oppure il fatto di essere stato prima assistente e poi successore in cattedra di Edmund Husserl, fondatore della fenomenologia e lui pure ebreo.

Ebbene, a questo punto ogni dubbio è fugato. Il filosofo tedesco antisemita lo era sul serio, e in modo tanto radicale da togliere il fiato. Lo mette opportunamente in luce Donatella Di Cesare, docente alla “Sapienza” di Roma, che dei suddetti “Quaderni” si sta occupando da tempo dedicando anche al rapporto tra Heidegger e gli ebrei una monografia uscita l’anno scorso. L’autrice, in un recente articolo sul “Corriere della Sera”, invita alla prudenza e afferma che, anche dopo la lettura dell’opera, non bisogna cedere alla tentazione di processi sommari.

Per quanto mi riguarda non sono d’accordo con questo atteggiamento prudenziale. Può darsi dipenda dal fatto che mi sono formato in una tradizione filosofica diversa – quella analitica – senza mai subire il fascino del linguaggio heideggeriano, molto oscuro e intriso di termini ed espressioni coniati “ad hoc”. Il che ha poi dato vita a una scuola di pensiero dominante in vasti settori della filosofia del ’900, e fiorente anche nel primo scorcio del nostro secolo. Forse ha ragione Di Cesare nel notare che il contributo di autori quali Jonas, Lévinas e Derrida non sarebbe neppure concepibile al di fuori dello sfondo fornito dal filosofo di Friburgo. Ma questo non basta certo a giustificare le affermazioni che troviamo nei “Quaderni”.

Prendiamo per esempio una delle frasi più terribili: la Shoah altro non sarebbe che “l’autoannientamento degli ebrei”. Quale significato si può mai attribuire a simili parole? Presto detto. Essendo a suo avviso gli ebrei “gli agenti della modernità”, ne hanno diffuso i mali su scala planetaria. La modernità, a sua volta, è figlia della tecnica, vera causa scatenante di quello che Heidegger definiva “oblio dell’Essere”. D’altra parte quest’ultimo ha bisogno di venir “purificato”, compito che solo i tedeschi possono portare a termine. Dunque soltanto la Germania, in virtù della ferrea coesione del suo popolo, avrebbe potuto – se avesse vinto la guerra – “arginare gli effetti devastanti della tecnica”.

Conta poco, per Heidegger, che i tedeschi siano sempre stati maestri di tecnica, e che avessero conseguito i successi iniziali nell’ultimo conflitto mondiale non solo grazie alla disciplina delle loro truppe, ma anche in virtù della superiorità tecnologica delle armi di cui esse erano dotate. Si tratta di dettagli irrilevanti nel suo quadro concettuale. Conta, invece, che gli Alleati vincitori abbiano impedito ai suoi connazionali di portare a termine il loro progetto planetario di restituire all’Essere il suo splendore, la sua pienezza, sollevandolo dall’oblio in cui il tecnicismo ebraico lo ha sprofondato. Ne consegue che, ai fini della storia dell’Essere, il vero crimine è quello compiuto ai danni del popolo tedesco. Sconfitto proprio quando si era caricato sulle spalle il peso di salvare l’intero Occidente.

Ecco quindi il legame tra tecnica e Shoah. Nei lager gli ebrei sono stati annientati proprio dai loro stessi strumenti. Come dicevo all’inizio si sono, in altre parole, “autoannientati”. Che dire di simili farneticazioni? Che si tratta, per l’appunto, di farneticazioni e null’altro, rivestite con il solito linguaggio oscuro e allusivo. Non sorprende più di tanto che Gianni Vattimo lo difenda scrivendo: “ha commesso un errore concettuale, ma non ci sono sufficienti ragioni per considerarlo un apologeta dello sterminio”.

In realtà il suo antisemitismo è assai più terribile di quello tradizionale perché non sembra avere radici razziali (non si spiegherebbe, altrimenti, il suo amore per l’ebrea Hannah Arendt). Si tratta di un antisemitismo ontologico e metafisico destinato a non morire. Tant’è vero che nei “Quaderni” è intravisto ancora un grande futuro per la Germania e per un’Europa guidata e “redenta” dal popolo tedesco. Un Quarto Reich? Forse. Dopo tutto Heidegger, che prima tenne segreta l’opera, decise in seguito che dovesse essere pubblicata. Non mi si chieda per insegnare che cosa: non saprei dare risposta.

Featured image, photograph of Martin Heidegger. Detail of a phototograph entitled : “W 134 Nr. 060678d – Hausen: Festakt, in der Reihe, Kultusminister Storz, Prof. Heidegger, Dichtel”. Additional reference : Teilbestand W 134 (Neg. BaWü), Teil 1 – Fotosammlung Willy Pragher: Filmnegative Baden-Württemberg, Teil 1.
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