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25 novembre 2014 – Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: dal femminismo al femminicidio, dal caso Moretti-Zurru a Samantha Cristoforetti, la prima italiana nello spazio.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Marywollstonecraftdi Rina Brundu. La “Rivendicazione dei diritti della donna: con critiche sui soggetti politici e morali” (1792) di Mary Wollstonecraft è uno dei testi cardine della cosiddetta filosofia femminista. Purtroppo però, nonostante la tanto accorata quanto frettolosa difesa dei diritti dell’altra metà del cielo, per noi moderni viene molto difficile considerare femminista un testo dove tra le altre considerazioni l’autrice scrive: “Non si concluda che io voglia invertire l’ordine delle cose; ho già concesso che, giudicando dalla loro costituzione fisica, gli uomini sembrano destinati dalla Provvidenza ad avere maggiori virtù....” et bla-bla-bla infelicemente validando la datata idea di una superiorità morale (in senso lato) e fisica del genere maschile.

Non c’é lungo viaggio che non inizi con un primo passo è quello della Wollstonecraft – e delle tante altre donne della sua epoca – resta comunque un coraggiosissimo primo passo, da apprezzarsi perché é anche grazie a lei se noi donne di oggi possiamo “dissentire” in manier netta e sostanziale dalle sue posizioni. Di fatto, il problema del femminismo post-rivoluzione digitale e dei perniciosissimi crimini (vedi il femminicidio), che ne giustificano la sua esistenza, la sua necessaria rinascita in quanto movimento di protesta, è dato soprattutto da un quanto mai degradato background culturale. E per “degradato background culturale” intendo un desolante panorama sociale sovente tratteggiato con il pennello della dilagante ignoranza di ritorno che caratterizza i nostri tempi, intinto in salsa social, ma non solo.

L’aspetto che mi colpisce di più quando parlo o sento parlare di femminismo è proprio il fatto che se ne debba ancora discutere. Che lo si debba menzionare ancora. Solo pochi anni fa, pensavo al femminismo come a un glorioso movimento di protesta che aveva fatto il suo tempo, che non mi apparteneva né culturalmente né per necessità e che come cittadina di questa età diversa faticavo anche a comprendere. Poi, col passare degli anni, ho capito che mi sbagliavo, che il rischio era quello di comportarmi come una talpa. Ho capito che purtroppo le battaglie del femminismo erano tutte ancora da combattersi e che non potevo usare la mia fortuna di donna indipendente che di quegli ideali di lotta non aveva avuto bisogno, per voltar loro le spalle. Al contrario, bisognava aprirsi agli stessi, lottare per quei datati traguardi sebbene con le “armi” che meglio ci appartengono. E in parte l’ho fatto, lo faccio ancora, anche tra queste pagine, soprattutto tento di non fare mai marcia indietro, là dove ha un senso farlo.

Confesso dunque che  mi è difficile comprendere una qualsiasi donna che – davanti ad un uomo padre-padrone, ad un uomo violento, ad un marito ubriaco, ad un compagno che non sia tale veramente (non si può mai essere “compagni” di qualcuno se non si è prima di tutto compagni nello spirito), non faccia fagotto e si allontani subito. In genere, tenute  nel dovuto conto le situazioni in cui la condizione di subalternità di genere è determinata da degrado personale e sociale (in senso lato), e sulle quali è impossibile dirimere categorizzando, resto convinta che i modelli formativi ed educazionali restino un’arma importante per “risolvere”, per coltivare una vera speranza di cambiamento. Proporre “modelli” validi spetta alla famiglia e alla scuola, ma vero è che nella società iperconnessa e interattiva che viviamo oggi, i modelli vengono proposti anche da una molteplicità di fonti: dai media, dalla classe politica, dalla televisione, da chi si propone in Rete a qualsiasi titolo, etc.

Non ho alcun particolare desiderio di proporre un mio modello, ma qualora lo facessi non ho mai fatto mistero che il mio modello sarebbe quello di una donna indipendente, preparata, istruita, capace e con le palle (che non è un elemento di secondaria importanza e che non fa equazione col modello Sue-Ellen!). Non a caso tempo fa menzionai il modello Fabiola Gianotti, e lo feci quando la signora Gianotti non era ancora la futura direttrice del CERN di Ginevra, ma raccontava al mondo ogni dettaglio dell’esperimento ATLAS che, insieme ai colleghi, l’aveva portata ad individuare il celeberrimo bosone teorizzato da Peter Higgs. Sullo stessa linea oggidì non esiterei a proporre il modello Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana nello spazio. E non solo perché va nello spazio ma per il fenomenale background di conoscenza tecnica unito alla grande capacità di apertura verso gli altri che sembra avere. Basta guardarla quando sorride e quando non si prende troppo sul serio.

Dalle stelle a… terra, e qui posso senz’altro affermare che non sono miei modelli né la Rosy Bindi che “spara” a zero sulle giovani colleghe di Partito che sarebbero al loro posto solo perché belle e piacenti (perché? Forse che al tempo del comunismo duro e puro e dei compagni tutti d’un pezzo non era la stessa cosa?), né la Alessandra Moretti deputata del PD che critica la Bindi per le sue posizioni facendo bandiera del motto «Dobbiamo e vogliamo essere belle, brave, intelligenti ed eleganti». Preferisco di gran lunga essere come mi pare e piace ma de gustibus non si discutono.

Piuttosto si può senz’altro discutere del curioso “incidente” digitale che ha indirettamente interessato la Moretti. A leggere il Corriere.it sembrerebbe che a seguito di una intervista fatta dallo stesso quotidiano a questo onorevole, il prof Marco Zurru, docente di Sociologia dell’Economia all’Università di Cagliari, avrebbe postato su un sito alcuni commenti “volgari”. Nello specifico il professore (che poi si è scusato) avrebbe scritto:«La fi… al potere, un disastro sociale». Apriti cielo!! Il professore sarebbe stato prontamente deferito al comitato etico dell’ateneo e probabilmente verrà spedito adesso a Guantanamo, anzi dovrà andarci a piedi nudi camminando sulle braci ardenti… Che esagerazioni!

 A parte il fatto che il commento, comparato a tante puttanate che si leggono in Rete è veramente soporifero, e a parte il “tanto di capello” per non averlo postato in forma anonima (mi perdoni, professore, un momento di rinc.. viene davvero a tutti!), non capisco proprio questo ennesimo stracciarsi le vesti in piazza di tutto il corpo docente. Più seriamente non capisco e non approvo l’imposizione, da parte di chicchessia (preciso che non ho letto di nessuna presa di posizione della Moretti e nel caso ha fatto benissimo), di modelli femminili infettati dal tarlo del vittimismo.

Dico invece che secondo me la faccenda si poteva concludere subito con modalità molto più degna – stile matriarcato sardo –  e senza porgere l’altra guancia (mai farlo, perché é proprio partendo dalle piccole sopraffazioni lasciate cadere che si arriva alla cultura femminicida!). La fi… al potere, un disastro sociale? Sempre meglio dallo sfascio universale procurato da quasi duemila anni di ininterrotta politica del cazzo!

—-

Post Scriptum.

Rivendicazione dei diritti della donna: con critiche sui soggetti politici e morali” (1792) di Mary Wollstonecraft – chi vuole può scaricare il PDF dell’originale inglese qui wollstonecraft1792

Post Scriptum 2.

Alle donne vorrei dire che comunque non bisogna farsi il sangue troppo cattivo con la questione della parità tra uomo e donna: è indubbio infatti che prima o poi la dovremo concedere!

Featured image, Mary Wollstonecraft by John Opie (c. 1797)
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16 Comments on 25 novembre 2014 – Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: dal femminismo al femminicidio, dal caso Moretti-Zurru a Samantha Cristoforetti, la prima italiana nello spazio.

  1. Antonella // 23 November 2014 at 03:19 //

  2. Ciao Salvo, non amo questo mio “parto” che trovo un’accozzaglia di pensieri buttati giù senza “sviluppo”, ma non ho purtroppo tempo da dedicare e ad un tempo non voglio togliere dal sito questo scritto perché contiene sprazzi di salutare incazzatura.

    Detto questo sono d’accordo con te e basta che tu cliccli su questo link
    https://rinabrundu.com/2012/12/13/sono-nata-femmina-purtroppo-considerazioni-e-pensieri-ispirati-dallarticolo-sul-femminicidio/

    per trovarvi questa mia datata considerazione

    “La storia di V.I. racconta un’altra versione dei fatti. Così come un’altra versione dei fatti la raccontano ogni giorno le notizie dei “femminicidi” che stanno avvenendo in Italia. “Femminicidio” è un termine che non mi piace. Lo trovo obsoleto. Radical-chic. Invasivo. Tuttavia, a ben guardare, è davvero l’unico che possa raccontare con esaustiva drammaticità la “mattanza” femminile del momento. “Mattanza” femminile che è sempre avvenuta comunque.”

    Insomma, da quel tempo ad oggi, concordo con la mia considerazione di allora: questo argomento gravissimo non può diventare questione di semantica o fonte di discussione estetica per grammatici accorti. A volte bisogna saper dire cane al cane e questo è uno di quei casi.
    Ciao

  3. Salvo,

    pensavo mi conoscessi meglio, io di norma non tendo mai a compiacere niuno e su dati argomenti non scherzo.

    Immagino che anche tu abbia studiato filologia. Se hai studiato filologia sai benissimo che la nascita di tantissimi termini, lungi dall’essere parto meditato è sovente frutto di errore, pensa solo ai tanti “errori” di interpretazione dei monaci dediti alle attività di conservazione testi nelle abbazie inglesi. Ci sono storie straordinarie in questo senso.

    Ma a mio avviso qui stiamo uscendo dal seminato. Il termine femminicidio – nonostante la sua indubbia mancanza di qualità estetica (in senso tecnico) – descrive senz’altro il fenomeno che sta interessando l’Italia post rivoluzione digitale, post liberazione social, etc, ovvero il fenomeno della mattanza femminile come conseguenza dell’incapacità maschile di risolvere il “problema” su altri livelli. Un poco come se si tornasse all’età delle caverne per manifesta incapacità di procedere altrimenti.

    E di femminicidio bisogna parlare non dirimere sulla dignità del termine. Le parole sono convenzioni linguistiche nulla più nulla meno e parlare fuori da quella “convenzione” significa isolarsi e parlare ai muri. Che non rispondono.

    Abbraccio ricambiato

  4. Aggiungo, in alternative suggerisci un termine tu…

  5. Salvo,
    prima di tutto non ti devi scusare perché questa è una discussione e un’opinione solo perché viene messa in discussione, appunto, non significa che non viene rispettata….

    Detto questo, intanto che significa il “nostro” mestiere è…. ? Mica appartengo a categoria demarcata…. o eticamente elevata…. se non si educa o si informa, come avviene per gli uomini si spaccano pietre… o altro…

    Per quanto riguarda la terminologia ho già detto che sono d’accordo con te da un punto di vista di mera estetica linguistica, ma penso anche che la soluzione che proponi non sia corretta… perché le parole oltre a denotare connotano.

    Se vuoi, il termine che proponi tu “omicidio”, è molto più femminista del termine femminicidio, ma la parola “omicidio” denota un atto non connota un fenomeno. Purtroppo però il femminicidio è proprio questo: un fenomeno pernicioso dilagante, un fenomneno specifico, che caratterizza la realtà socio-culturale italiana che stiamo vivendo.

    Detto altrimenti omicidio e femminicidio, indipendentemente dal riferimento di genere, non sono sinonimi, tutto qui.

    ciao

    • Da un punto di vista linguistico sono d’accordo (odio questo termine), ma ripeto il fenomeno di cui parlo non riguarda solo l’atto finale bestiale, riguarda tutto il percorso sovente fatto di umiliazione quando non di botte…
      Fermo restando che a me farebbe girare le scatole una qualsiasi “affermazione” che attentasse alla libertà del mio essere…

      Sono situazioni patologiche molto serie… e talvolta, occorre dirlo, quasi giustificate dalle donne che le subiscono….

      Ecco perché servono modelli diversi. Anche qualche lezione di Karate a dire il vero servirebbe…

  6. Perdonami Gavino ho passato qualche anno all’università a studiare filologia e linguistica e credo proprio di non confondere le questioni etimologiche con l’usage dei lemmi anche in contesti giornalistici…

    Sono anche a disposizione di chiunque metta la cosa in dubbio…

    Ripeto… le parole vanno usate nel contesto di riferimento e con le connotazioni dovute non a seconda del nostro mood del momento…

    Altrimenti tanto vale usare tutti (o tutte) la lingua che le donne cinesi crearono proprio per sfuggire alla tirannia maschile, quella lingua era cosa loro e nessuno poteva contestarle!—ma nessun’altro le capiva…

    ciao

  7. Ciao Gavino,
    i punti che si tentava di fare erano due.

    Primo. Da un punto di vista tecnico, ogni matricola impara alla prima lezione che le parole sono per loro natura neutre. Non esistono parole “pure”, belle, brutte, cattive… Esistono termini che nascono a seguito di svariati processi, sovente di errori, fraintendimenti, situazioni che poi passano nell’usage, se vuoi nel dominio pubblico e diventatno convenzione accettata da tutti. E quindi acquistano significato universale.

    La parola femminicidio può piacermi e non piacermi (di fatto non mi piace sin dai tempi in cui sentivo Vendola utilizzarla, ne ho pure scritto), ma è ormai entrata nel linguaggio comune e quindi dobbiamo accettarla. Perché se usiamo il termine omicidio non stiamo parlando di femminicidio, che è altro.

    Per darti un esempio chiaro di cosa voglio dire segnalo questo articolo che è letto moltissimo sul sito, migliaia di letture…
    https://rinabrundu.com/2012/12/13/sono-nata-femmina-purtroppo-considerazioni-e-pensieri-ispirati-dallarticolo-sul-femminicidio/
    anche oggi in questa giornata le letture sono state davvero tante..

    Ebbene, ecco alcune delle chiavi di ricerca che le persone hanno usato proprio oggi per arrivare su Rosebud a quell’articolo. Come vedi il termine femminicidio è usato moltissimo e noi non possiamo ignorarlo. Anche volendo. Ciao

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  8. Gavino non c’entra nulla quell’articolo che era un esempio di quanto sia diffuso il termine
    Ecco un altro esempio

    https://www.google.it/?gws_rd=ssl#q=femminicidio

    Ci sono 841000 entry in google…

    Le mode sono una cosa la storia della nostra lingua è cosa altra e va studiata e compresa nelle sue metodologie.

    ciao

  9. Maurizio Sale // 25 November 2014 at 20:26 //

    L’averlo buttato giù a braccio, all’impronta o, mègius, a bolu comente diamus dèvere nàrrere sos sardos,non è affatto una scriminante o una esimente. Trovo l’articolo zeppo di luoghi comuni, blando come arringa, debole come spirito,ma in fondo simpatico e , a suo modo delicato e suadente.
    Ancora non ti (o dovrei dire “la”?) conosco a fondo come scrittore (sì ,sì scrittore , ché scrittrice è deplorevole) per cui mi riservo di interloquire con maggior dovizia e precisione più avanti nel tempo, se ancor me ne sarà concesso, da te e da Domineddio.
    Ma una cosa carina te la voglio dire: mi trovi d’accordo con te più o meno su tutto, tranne su quanto scritto sopra, nell’articolo in questione.
    Grazie infinite per lo spazio.
    Un abbraccio e …à bientôt.
    Maurizio Sale da Cala Gonone.
    P.S. Non ti mi nèghides, ca deo so agigu befulanu.

    • Sulla levità dell’articolo credo di averla già preceduta come può vedere da quanto scritto nei miei commenti ma né scrittore né scrittrice meglio spirito che scrive…

      Sul resto che lei sia d’accordo o meno è nel suo diritto esserlo e nel mio diritto fregarmene, sarebbe meglio però, per essere più credibili, che si prenda tutto il tempo, qui in calce per togliere i luoghi comuni ed esprimere il suo pensiero in merito… le sue idee…

      Dopo, una volta che avremmo capito la profondità del suo pensiero, se ne può parlare per intanto la ringrazio di essere passato sul sito, ma qui non facciamo sconti a nessuno….

      Cordialmente

  10. Maurizio Sale // 25 November 2014 at 20:55 //

    Il Pensiero per essere tale non necessità di profondità a meno che non si voglia ricondurre anch’esso nella mandria dei luoghi comuni.
    Comunque Le chiedo venia,io non ho affatto pensieri profondi, anzi non ne ho affatto di pensieri, per tanto , pur deliziandomi della Sua presa di distanze e della Sua più che ragguardevole acidità, mi ritiro.
    Le provocazioni (se educate e spiritose s’intende) sì, ma le competizioni non mi sono mai piaciute.
    La ringrazio per tutto il tempo che mi ha dedicato e per il sarcasmo.
    Non posso invece ringraziarla per l’approccio .

    A nos lèghere sanos.

  11. Grazie a tutti coloro che continuano a leggere questo pezzo. Mi scuso – in considerazione dell’argomento trattato, che di tutto ha bisogno tranne di interventi estemporanei tanto per dire e tanto per fare – per gli ultimi commenti ma questa è la Rete e bisogna scegliere se adottare metodi di censura totale (che a volte adotto sul sito), o di lasciar vivere…. Lasciamo vivere in questa occasione ma fino a un certo punto e questo lo dico soprattutto per gli autori che continuano a mandare i loro pezzi al sito, e a titolo di garanzia della loro dignità autorale che in questa sede continuerà ad essere protetta. Sempre. RB

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