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RB Blog 4/ Brasil… dolce dormir. Riflessioni e considerazioni in chiusura di un mondiale di calcio… disastroso (per noi).

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

brasil_2014_cFa tristezza vedere che l’Olanda ci ha soffiato con merito il nostro posto a sedere tra le quattro grandi potenze del calcio mondiale. Erano quattro appunto: Brasile, Germania, Argentina e Italia. Sono le nazioni che hanno fatto la storia di questo gioco e che tutte insieme hanno vinto circa 15 coppe e infiniti secondi, terzi, quarti posti.

Quest’anno l’Olanda ci ha tolto la sedia da sotto il sedere ed è triste. E triste perché il mondiale brasiliano (il primo mondiale social?), è stato bellissimo, coinvolgente, colorato. È stato il mondiale in cui il calcio è diventato per la prima volta il secondo sport più seguito negli Stati Uniti; fino ad ora, come direbbe Sheldon Cooper, in Texas pensavano che il football europeo fosse un complotto comunista.

Ma la faccenda è triste pure perché gli italiani, dopo anni di brutte notizie, di problematiche economiche, di corruzione politica senza pari, di disdicevoli pratiche partitiche (che a leggere le ultime notizie non smettono mai di essere), avrebbero meritato un momento diverso. Un momento di svago e un momento di rispetto, quel momento di rispetto che la nazionale allenata da Cesare Prandelli non è riuscita a dare. Perché me la prendo tanto con Cesare Prandelli? Perché lui era l’allenatore, era il coach e sua è la responsabilità. Il concetto di responsabilità è infatti un concetto importantissimo che spesso molto spesso da noi è completamente ignorato. Nello sport come nella politica, nella vita civile come nel campo dell’amministrazione pubblica. Del lavoro.

Il concetto di responsabilità è opposto al concetto di “fare a scaricabile”. Quello che in Italia si predilige 99 volte su 100. La posizione acquisita, desiata, sognata, qualunque essa sia è un ideale scranno che è ricettacolo di immeritati privilegi e fugge ogni dovere. La faccenda è pure aggravata da comportamenti “di contorno” ancor più incomprensibili. Per esempio, quella malaugurata interpretazione del concetto di vincolo amicale laddove anziché invitare un amico, in questo caso Prandelli (ma vale per tutti), a riconoscere il fallimento, a ritirarsi con serenità e a guardare verso altri traguardi da raggiungere, dati personaggi lo invitano… a restare.

“Ridicolo! Ecco la gran parola! Ecco la paura alla quale si sacrificano la reputazione passata e la felicità futura”. Lo diceva Alexandre Dumas padre e non vedo ragioni per dubitare della sua saggezza.

Rina Brundu

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