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L’acchiappaspettri politici: Gianfranco Fini. E sull’ossimoro “politico con i coglioni”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Gianfranco_Fini_croppeddi Rina Brundu. Parafrasando Marx non sarebbe azzardato dire che in questi giorni c’é uno spettro politico che si aggira per l’Italia, è lo spettro di Gianfranco Fini. Come ogni degna entità eterea è ricomparso quasi all’improvviso, per fare mea culpa, per dire che l’alleanza Forza Italia-PD per le riforme è cosa buona e giusta, ma anche per avvertire che la destra deve fare qualcosa presto e bene se non vuole che questo sia solo l’inizio del ventennio renziano.

Come dargli torto? Il termine “ventennio”, dopo le esperienze mussoliniane e berlusconiche, suscita brividi anche in un neonato non ancora svezzato. Scaglino la prima pietra coloro che all’idea di vent’anni di aperture di genuflessi telegiornali RAI con il faccione sorridente e paffuto di Matteo Renzi, non hanno segretamente considerato l’idea dell’espatrio, magari in un atollo del sud privato di qualsiasi connessione telefonico-digitale. Sono problemi del primo mondo direbbero qui in Irlanda: saranno pure problemi del primo mondo ma sempre problemi di una data gravità restano.

A dire il vero il “problema” maggiore rispetto a questi argomenti lo pone proprio la figura risuscitata di Gianfranco Fini: difficile fare politica con gli spettri! Fini è infatti uno di quei pochi personaggi che non sarebbe dovuto sparire repentinamente dalla scena politica, almeno non sarebbe dovuto sparire così come è sparito. Nessun politico che mostra i coglioni dovrebbe sparire, e non importa il carattere ossimorico dell’espressione “politico con i coglioni”.

La sua battaglia per la leadership nel PDL (un PDL che aveva contribuito a creare portandovi dentro la sua Alleanza Nazionale), sebbene somigliasse ad una sorta di disfida eroica stile Davide contro Golia, era stata una rara cosa degna dentro le marce dinamiche del ridicolo teatrino politico nostrano. L’attuale debacle e frammentazione del principato forzista berlusconiano dimostra più di mille scritture a sostegno quanto le critiche finiane al modus governandi del “principe” di Arcore fossero corrette. Ma quella presa di posizione finiana era giusta anche in termini ideali, laddove il principio di fare valere le proprie opinioni in libertà, di non sottostare mai ad alcun diktat dittatoriale, da qualunque parte provenga e qualsiasi sia il suo intento, dovrebbe essere un principio fermo di ogni democrazia moderna e matura.

Meno degna, molto meno degna, appare quindi la decisione di Fini di sparire dalla scena pubblica dopo quella battaglia to-remember. L’impressione che ha lasciato nei tanti (me compresa che pur lo ammiravo), è stata quella di voler tirare i remi in barca, di una resa silenziosa, di una accettazione passiva delle vergognose campagne di stampa contro. Un passo falso che potrebbe avere segnato la sua carriera politica per sempre. Ricomparendo all’improvviso, in quest’epoca di politica post-rivoluzione digitale, il suo spettro non appare solo etereo e spaesato, ma anche vecchio, vecchio di milioni di anni e sicuramente fuori luogo.

Featured image, Gianfranco Fini.