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A che serve la Cooperazione italiana allo sviluppo di altri Paesi?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

800px-BRIC_svgdi Michele Marsonet. Serve ancora all’Italia la “Cooperazione allo sviluppo”? La risposta a tale quesito non è semplice come potrebbe sembrare. Da un punto di vista ufficiale certamente, visto che la nostra cooperazione si inserisce in quella dell’Unione Europea e non ci conviene essere assenti nella strategia degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo.
Del resto la suddetta cooperazione è molto incoraggiata dalla Farnesina, che giustamente la considera strumento essenziale della nostra politica estera al pari delle varie missioni di “peacekeeping” che vede contingenti di soldati italiani impegnati in molte parti del mondo. Qualche dubbio sorge, tuttavia, quando si consulta la lista delle nazioni che hanno diritto agli aiuti sul sito del Ministero degli esteri. Vi si trovano ben quattro dei cosiddetti BRICS: Brasile, India, Cina e Sudafrica (con la sola esclusione della Russia).

La domanda è: si tratta davvero di Paesi in via di sviluppo? In un certo senso sì, anche se tutti sono caratterizzati da una forte crescita del PIL e da una quota sempre crescente nel commercio mondiale. Ed è opportuno rammentare che Brasile e India non si sono certo distinti per la cordialità di rapporti nei nostri confronti. Si pensi, per citare solo gli episodi più noti, al caso Battisti per quanto riguarda il Brasile e ai due marò del San Marco tuttora detenuti in India.

Per altri versi le quattro nazioni dianzi menzionate appaiono, più che Paesi in via di sviluppo, potenze emergenti (o già abbondantemente emerse come Cina e India) che dedicano grandi risorse al rafforzamento del loro apparato militare. Se, per assurdo, a una di queste nazioni venisse in mente di attaccarci, dubito che il nostro esercito potrebbe opporre una seria resistenza.

Sorge allora spontanea un’altra domanda: se tale è la situazione, e vista la nostra permanente crisi economica, perché dobbiamo spendere soldi per aiutarli? La risposta è simile a quella fornita all’inizio. Noi siamo deboli, loro in costante ascesa. All’Italia conviene quindi tenerseli come amici anche quando ci prendono a sberle in faccia, come hanno per l’appunto fatto – e continuano a fare – Brasile e India.

Il quadro cambia poco se passiamo agli altri Paesi inseriti nella lista del MAE. Vi troviamo, per esempio, Algeria, Marocco, Angola, Nigeria, Argentina, Cile, Perù, Indonesia, Vietnam e – addirittura – la Croazia. Pur non facendo parte del gruppo dei BRICS, si tratta di nazioni che vantano una crescita costante del PIL almeno nell’ultimo decennio. Il contrario di noi, viene spontaneo pensare, giacché il nostro PIL boccheggia e i più ottimisti ne intravvedono una timida ripresa solo agli inizi del 2015.

Si noti inoltre che anche Paesi ancora nella fase dello sviluppo vantano PIL in crescita. Mi è capitato di sentirmelo rammentare da un docente di un’università africana che ha progetti di cooperazione in corso con l’ateneo al quale appartengo. Niente sconti, insomma. Gli italiani devono aiutare e al contempo capire di essere in declino, mentre i destinatari degli aiuti sono in crescita. Quanto meno deprimente.

Bisogna naturalmente riconoscere che i fondi stanziati per la Cooperazione allo sviluppo da Stato e Regioni hanno subito tagli pesantissimi negli ultimi anni (e come potrebbe essere altrimenti?). E questo ha a sua volta causato la crisi di molte onlus che dalla cooperazione traggono la loro fonte di sostentamento, con le inevitabili ricadute occupazionali nel comparto.
Concludo notando che, forse, sarebbe il caso di pensare meno alla cooperazione e più agli Istituti di cultura italiani all’estero e alla Dante Alighieri. Dislocati presso ambasciate e consolati, gli IIC diffondono la lingua e la cultura italiana nel mondo. Quando possono, ovviamente, poiché hanno subito tagli così pesanti da comprometterne in molti casi la stessa esistenza. Un segnale pessimo per una nazione come la nostra, che della cultura intesa in senso lato – umanistica e scientifica – ha sempre fatto uno dei suoi punti di forza.

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