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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

QUEI COMPAGNI RIBELLI – Storia di “Gianna” e “Neri” uccisi dopo i fatti di Dongo.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

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25-aprile-1945-prefettura-di-milanoprobabilmente-lultima-foto-da-vivo3di Riccardo Alberto Quattrini. Sotto una pioggia battente due giovani donne Gianna e Clara, viaggiano nei dintorni del lago di Como in una 1100 nera con il serbatoio quasi a secco. Manca poco all’alba del 28 aprile 1945. Un destino comune unisce la bella ventiduenne che ha ancora sul corpo i segni delle torture dei nazifascisti e la bruna amante di Mussolini. Per entrambe èstata pronunciata una sentenza di morte.

E’il romanzo che si puòleggere nel nuovo libro di Mirella Serri “Un amore partigiano – Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”(Longanesi, pagg. 218 euro 16,40) vi èal contempo un intrigante storia di due donne Claretta e Gianna, la prima la donna del Duce l’altra partigiana che, con il compagno Neri contribuirono alla cattura di Mussolini e della Petacci. Il contorno èla lotta intestina che animòin quel periodo le lotte partigiane.

Luigi Canali, meglio conosciuto come “Capitano Neri”, intellettuale, attivo militante comunista e antifascista, capo carismatico della Resistenza comasca dove ebbe un ruolo attivo, come testimone, nell’arresto e nell’esecuzione di Mussolini. E’il 7 maggio 1945 quando la sua figura sparisce nel nulla. E’da quel fatto che Giuseppina Tuissi, detta “Gianna”inizia a domandare ai suoi compagni che fine abbia fatto il “Capitano Neri”. Gianna militante antifascista ebbe un ruolo di primo piano negli avvenimenti di Dongo durante l’arresto e la fucilazione di Benito Mussolini. Alta, slanciata, occhi azzurri, capelli neri che in quel periodo erano tinti di biondo, molto graziosa, dai partigiani chiamata anche la piccola Gianna per via della giovane età. Nata il 23 giugno 1923 ad Abbiategrasso dove fece l’operaia alla Borletti e poi impiegata all’ospedale di Baggio. Il padre Umberto era fabbro, il fratello Cesare e il fidanzato Gianni Alippi detto “Galippo”, erano attivi militanti antifascisti ed operavano nella resistenza. Il fidanzato venne sorpreso il 30 agosto 1944 mentre stava preparando un attentato contro la Muti, arrestato, torturato per tutta la giornata ed infine fucilato la sera stessa insieme a tre compagnia ridosso del muro di via Tibaldi a Milano.

E’il 23 giugno 1945 quando venne gettata da una scogliera al Pizzo di Cernobbio, la compagna di vita di Luigi Canali. Aveva solo ventidue anni.

Insieme avevano lottato per un ideale, condiviso gli orrori della carcerazione e della tortura, insieme avevano contabilizzato l’oro di Dongo sottratto al Duce. L’oro, i soldi nutrimento da sempre della corruzione e dell’ingordigia e dell’illegalitàdell’uomo. Essi si accorsero, infatti, che il partito per il quale avevano sacrificato se stessi, era un universo fatto di violenza dove regnava la legge del terrore. Fu per questo che furono assassinati. Luigi Canali per aver rotto la legge dell’obbedienza assoluta, lei vittima per aver cercato la veritàsulla sua scomparsa. Entrambi, dopo essere stati condannati a morte da un tribunale partigiano rosso, incriminati con l’accusa di essere traditori. Mirella Serri nel suo romanzo, solleva il coperchio su questa pagina del comunismo italiano a lungo rimossa. La tragica avventura di “Gianna”e “Neri”non èsoltanto un episodio della Resistenza ma anche di di quella che per anni cercòdi mantenere l’idea del mito. Italo Calvino ricordòche nei gruppi partigiani c’era di tutto: ladri, gentiluomini e assassini. Poi ci furono le violenze che “Gianna”e “Neri”subirono, in carcere, da parte dei nazifascisti. Nel libro della Serri, la figura dipinta dagli storici, anche di sinistra, come Franzelli, hanno dipinto Claretta come un tipo di donna interamente dedita al proprio uomo. Ma la vera personalitàemerge dalle lettere che scrisse a Mussolini del periodo di Salò. Il Duce stesso riconosce che èla persona piùodiata dagli italiani, piùdi lui stesso. Ed era la verità. Detestata tanto dai fascisti quanto dagli antifascisti. Claretta piùantisemita e filonazista dello stesso Duce, sembra avere in pugno Benito. Gli chiede di lasciare la moglie, Donna Rachele, e lui negli ultimi tempi sembra essere disponibile a tale soluzione. Agli storici èsempre piaciuta la figura di Claretta, donna devota che si sacrifica per amore del suo Ben, come amava chiamarlo in privato. Gianna invece, come scrive la Serri, si sacrifica veramente per amore. Viene imprigionata dai partigiani garibaldini che, dopo la scomparsa di “Neri”, le impediscono di andare in cerca del suo uomo. Una volta liberata, lei cocciuta, insiste nella sua determinazione ed èperciòche viene uccisa proprio nel giorno del suo ventiduesimo compleanno. La madre di Canali incontròTogliatti, e in seguito anche sua moglie Rita Montagnana. Togliatti promise che avrebbe reso giustizia, ma non fece nulla. Come sia potuto accadere che i presunti mandanti ed esecutori siano passati, nei libri di storia, come eroici protagonisti della lotta armata; èla propaganda che da subito si mise in moto per scrivere la storia dalla parte dei vinti.

Di quella brutta storia vi sono molte vicende oscure, ma una cosa ècerta la data del 27 aprile 1945 quando Luigi Canali incontreràsulla sua strada colui che gli cambieràper sempre il destino: Benito Mussolini. E’proprio il “Neri”, dopo che a Dongo venne fermato il Duce, gestisce la custodia del prigioniero. E’lui che si oppone fermamente all’omicidio di Mussolini, sostenendo che si doveva formare un tribunale che concedesse al prigioniero il diritto di difendersi in un regolare processo. Infatti cercòdi portarlo in salvo prima nella caserma di Germasino, poi a Moltrasio dove sarebbe dovuta giungere un’imbarcazione americana per portare via il Duce. Infine lo portòa Bonzanigo di Mezzegra nella casa di amici, i coniugi De Maria. E’il “Neri”, dunque, uno fra quelli che vide cosa accadde veramente quel 28 aprile 1945 a Bonzanigo di Mezzegra, sia a Mussolini che alla Petacci. Con una scusa fu lasciato a Como, assieme a Walter Audisio (il fantomatico colonnello Valerio) che rimase a litigare per ore coi compagni di partito per farsi consegnare un camion (convinto ancora di andare a prendere Mussolini e gli altri gerarchi per condurli in carcere a Milano). Nel frattempo il comandante di tutte le brigate garibaldine, nonchénumero due del partito comunista, Luigi Longo, salìin macchina con Michele Moretti (commissario politico comunista della 52^ brigata), Dante Gorreri e Alfredo Mordini il comandante “Riccardo”. Essi si diressero spediti nella casa dei De Maria per eseguire la sentenza di morte. Quando verso le 10, 10 e 30 del mattino Luigi Canali riesce a ritornare nella casa dei De Maria, accompagnato da Aldo Lampredi (rimasto apposta a Como per tenerlo a bada) troveràMussolini giàmorto. Circa un’ora piùtardi qualcuno faràfuoco anche a Claretta Petacci. Alle 16 e 10 i corpi di Mussolini e della Petacci verranno posizionati davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, per la sceneggiata da tramandare alla storia, dove qualcuno, forse Moretti, spareràsui loro cadaveri “in nome del popolo italiano”. Ecco, dopo quel tragico 28 aprile il “Capitano Neri”non si piegheràpiùalle direttive di partito cercando di far prevalere la sua onestàmorale, s’opporràfermamente all’uso che i comunisti vorranno fare dei documenti sequestrati a Dongo e di tutto l’oro requisito sui camion della colonna fascista.

A distanza di mezzo secolo, i responsabili di quel terribile duplice omicidio sono ancora sconosciuti. La verità, comunque, fu quella che Luigi Canali detto il “Capitano Neri”era diventato uno scomodo testimone di fatti inenarrabili, ed un serio ostacolo alle ruberie comuniste e al loro strapotere che presto si sarebbe instaurato in Italia.

Mirella Serri Un amore partigiano – Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza

(Longanesi, pagg. 218 euro 16,40)

 Featured image, 25 aprile 1945: Mussolini abbandona la prefettura di Milan. Questa è l’ultima foto che ritrae Mussolini vivo.

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3 Comments on QUEI COMPAGNI RIBELLI – Storia di “Gianna” e “Neri” uccisi dopo i fatti di Dongo.

  1. Francesco Blasi // 11 May 2014 at 11:53 //

    Una recensione compromessa da troppi refusi (era forse la “brutta copia”?), e tuttavia non si riesce a capire dove finiscono le convinzioni dell’autrice e cominciano quelle del recensore. Appare comunque poco probabile che Neri sia stato assassinato soltanto perché voleva per il duce -ipotesi comunque da dimostrare- un regolare processo.

    Che l’eliminazione di Mussolini fosse necessaria (orario, luogo e modalità non hanno importanza, sotto questo profilo) lo ha avvalorato anche la vicenda italiana posteriore al conflitto e il carattere stesso degli italiani, disposti a dimenticare presto -anzi, subito- e a riabilitare chiunque; e, purché questi abbia ancora un alito di respiro, a riportarlo volentieri al governo.

    No. Come Hitler e molti altri, Mussolini doveva purtroppo morire. Del resto, era un destino che si era scritto da solo. La pretesa “cattiveria” dei comunisti e il marcio che allignava anche nelle file dei partigiani sono prodotti genuini della Storia, per la quale vale la legge principe della fisica: “A ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria”.

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    • Riccardo // 14 May 2014 at 19:07 //

      L’immagine suggestiva che ci ha tramandato la Resistenza di chi combatteva contro i tedeschi e fascisti per liberare l’Italia, era soltanto il primo tempo di una rivoluzione destinata a fondare una dittatura popolare, agli ordini dell’Unione Sovietica che, con il cosiddetto rubinetto sovietico, seguitò ad immettere liquido nelle casse del Pci dall’atto di nascita del Congresso di Livorno del 1921, fino alla caduta del comunismo. Gli ultimi flussi risalgono al 1979-80. Di certo qualcosa si aspettava in cambio di tutto quel denaro. E dunque, chi in piazza cantava, e canta “Bella ciao” era ed è convinto, che tutti coloro che si ritenevano partigiani, abbiano combattuto per la libertà d’Italia. Sbagliato. Luigi Longo e Pietro Secchia, quando lasciarono il confino di Ventotene, avevano già in mente le azioni terroristiche dei Gap secondo loro necessarie, consapevoli comunque che le rappresaglie che ne sarebbero seguite, erano necessarie per allargare l’esplosione della guerra civile. Se tutto ciò non è avvenuto è per certi versi grazie alla figura di De Gasperi che ha salvaguardato la libertà dell’Italia e degli italiani.

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  2. Inserisco questo qui

    La ragione di partito contro i partigiani

    Una di quelle storie orrende che si vorrebbe non avvenute, come la strage di Porzǔs (vittima, tra gli altri, il fratello giovane di Pasolini, Guido, volontario partigiano). Dell’infamia politica.

    Racconta la storia di Gianna e Neri, due partigiani, ferventi comunisti, che furono uccisi dai loro compagni. A distanza l’uno dall’altra, poiché erano diventati guardinghi, ma senza scampo, la caccia fu implacabile, anche perché impunibile. “Giustiziati”, si disse. Per nessun altro tradimento che l’essersi trovati al comando di Piero Bellini delle Stelle, “Pedro”, nell’occasionale cattura di Mussolini. Depositari temporanei, sempre occasionali, delle famose carte del dittatore poi scomparse e fatte ritrovare selezionate. Nonché testimoni scomodi del trafugamento dell’“oro di Dongo”, i pochi o molti denari, ori e tesori che Mussolini aveva con sé nel camion in fuga.

    Mirella Serri ne fa una storia d’amore oltre ogni ostacolo. La vera storia è squallidamente tremenda. Bellini delle Stelle, che ne fu ossessionato tutta la vita, possiamo assicurarlo per conoscenza personale, ne aveva già scritto nei veri termini – ma anche lui con molta prudenza. Con “Gianna” e il “capitano Neri”, nomi di battaglia, furono uccisi “Sandrino”, altro partigiano, loro amico, l’amica e confidente di “Gianna” Annamaria Bianchi, e il padre della Bianchi. Tutti furono uccisi da ignoti, senza che mai si celebrasse un processo, o allora senza colpevoli, ma si sa che furono vittime della Volante Rossa, la milizia armata del Pci.

    Ancora negli anni 1970 si aggirava per Milano l’onorevole missino Servello, che, giovanissimo milite repubblichino al seguito di Mussolini a Dongo, era stato arrestato per qualche giorno per il trafugamento dell’“oro”. L’onorevole era stato arrestato, forse per salvarlo, quando un giornalista suo zio fu assassinato da un nutrito gruppo di fuoco a Milano sotto casa, dopo che aveva annunciato di avere le prove che il tesoro se l’era preso il Pci. Il giorno dopo l’assassinio il Procuratore militare di Milano, il generale Leone Zingales, emise mandato d’arresto per Mario Moretti, un commissario politico del Pci nella Resistenza, poi rifugiato in Slovenia. Dopo che Zingales era stato rimosso, a pochi giorni dal mandato.
    Mirella Serri, Un amore partigiano, Longanesi, pp. 217 € 16,40

    http://www.antiit.com/2014/04/la-ragione-di-partito-contro-i.html

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