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Giornalismo online: chi era l’omino nero sul tetto di San Pietro? O della “santità” del direttore Vespa. E sui “poteri forti” di Luigi Bisignani.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

imagesdi Rina Brundu. Vivere l’Italia mediatica dei giorni della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II è qualcosa di straordinario: per certi versi è come venire trasportati indietro al tempo di quell’Italia pre-rinascimentale dove gli intrighi di corte nostrani erano gli intrighi dei palazzi papali, dove imperatori, re, vassalli, valvassini e valvassori europei si ingegnavano in ogni modo e maniera per non suscitare le ire del successore di Pietro di turno, per servirlo e riverirlo come si conveniva, per riceverne in cambio.. favori. Poi venne il tempo di Enrico VIII e le cose cambiarono un poco, ma non troppo.

Di sicuro non cambiarono in Italia. E se è vero che nel mezzo millennio trascorso da quel tempo anche i pastori della Chiesa si sono adeguati (vedi il grande esempio dell’attuale pontefice), se è vero che i “fedeli” tutti hanno più o meno compreso dove tracciare il confine tra le necessità della Fede e gli obblighi morali dell’uomo tout-court, stupisce l’ottusità, lo spirito di riverenza, il tono obsoleto, l’intenzione agiografica propugnata senza pudore e senza vergogna dai nostri canali radio-televisivi e da Rai1 in particolare.

A mio avviso, c’è qualcosa di profondamente diseducativo nell’immagine data dal paese mediatico in questi giorni sugli scenari internazionali. In quest’immagine di sempinterna italietta provinciale chiusa dentro i credo conclamati, fiduciosa solamente nelle possibilità del metafisico cattolico, determinata ad incensare le verità rivelate. C’è qualcosa che fa male al cuore se si pensa che la nostra è stata pure la patria di Giordano Bruno, di Galileo Galilei, che è stata la patria di Enrico Fermi ed è tuttora la patria di una fisica rampante tutta tesa a guardare oltre i boundaries della nostra ignoranza cronica.

Non sto dicendo, naturalmente, che la tv di Stato di un paese profondamente cattolico non doveva trasmettere la diretta della beatificazione dei due nuovi santi, sto dicendo che secondo me ci si doveva limitare a quell’unico programma, come hanno fatto in tutti gli altri paesi del mondo. È stato stucchevole infatti il contorno di infiniti servizi giornalistici acritici, di interviste condite di gossip parrocchiale, di “inviati speciali” cool e trendy – a momenti in odore di santità anche loro – mandati un po’ qua e un po’ là a spese del contribuente tartassato, di film ad-hoc che sono boiate agiografiche pazzesche, di testimonianze dal gregge per il gregge che più si ammonticchiano più ci danno idea di quanto sia sottile il confine tra il sublime e il ridicolo.

“Il direttore” (Chiarelettere) è l’ultimo political-thriller di Luigi Bisignani, è uscito in questi giorni. Una delle tematiche di fondo è proprio l’incidenza dei “poteri forti” (sindacati, banche, corporazioni varie, etc), sulla vita civile dello Stato. Con tutto il rispetto per il pur accorto Bisignani, mi è difficile pensare che possa esistere in Italia un “potere” più “forte” di quello esercitato dalle gerarchie ecclesiastiche sulle vacillanti istituzioni secolari, dove le prime “costringono” le seconde alla maniera di un serpente boa messo a digiuno forzato da tempo immemorabile. Un “potere” esercitato in maniera continuativa e senza tregua in virtù di una sorte di Sindrome di Stoccolma che pure lo attanaglia, e nonostante la natura obsoleta e anti-francescana della sua essenza.

Ma mentre mi chiedo ancora cosa ci faceva il presidente del consiglio del nostro Stato laico a quella cerimonia, non ho dubbi che l’immagine-to-remember, quella che meglio di tutte le altre racconterà lo status-quo mediatico ai nostri figli, sia “l’icona” pubblicata quest’oggi dal Corriere.it (fonte Ansa), che mostra il “direttore” della trasmissione giornalistica Porta a Porta, al secolo Bruno Vespa, sul tetto di San Pietro. Se il paragone non fosse improponibile per infiniti altri motivi, si potrebbe forse dire che è stato un “colpo” simile al vedere Carl Bernstein e Bob Woodward sul tetto dell’Abbazia di Westminster in attesa che passi Sua Maestà: impensabile, fantascentifico!

Impensabile ma conferma del fatto che l’unico giornalismo possibile nel nostro paese sarà sempre e soltanto quello di tipo mecenatico pre e post-rinascimentale. Ad un tempo è indubbio che pure di “direttore” ce n’è stato e ce ne sarà sempre e soltanto uno: e adesso lo vogliamo anche santo, SUBITO!

Featured image, Giordano Bruno.

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2 Comments on Giornalismo online: chi era l’omino nero sul tetto di San Pietro? O della “santità” del direttore Vespa. E sui “poteri forti” di Luigi Bisignani.

  1. La scienza, oltre i principi che fanno funzionare il frullatore, deve cedere il passo alla sapienza che ricerca nello spirito la salvezza dell’uomo. Roma ha vissuto un grande momento spirituale e spiace, per l’occasione, vedere esposti argomenti che potrebbero esser meglio trattati tra sportelli o meglio, tra i buchi della serratura. Rammentare Giordano Bruno e Galileo Galilei, per l’occasione, suona male in un momento in cui l’uomo, più che per farsi più bravo di Dio con le sue portentose scoperte e invenzioni, ha bisogno di ascoltare il buon Dio, attraverso i due Santi: Papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Un fatto certo che alla Rai hanno straparlato i soliti Vaticanisti.

  2. … Eh sì! Ma considerato che l’autore parla di quel Direttore che ha fatto del suo giornale un organo di stampa e divulgazione per politici e procuratori consociati alla sinistra, sembra che ci sia un mezzo con cui, chiuse le porte, dai buchi della serratura appaiano quei fatti che i lettori avrebbero dovuto leggere da quarant’anni ad oggi. Tengo a precisare che l’autore in questione non porta il nome di Michele, e chi sia il Direttore, chiedetelo all’autore.

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