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“Città morte” della Siria: un ricordo.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

800px-Sejilla-ruinsdi Nancy Penrose. Vivono nelle “città morte” della Siria. A Serjilla, tra le rovine abbandonate delle antiche ville romane, i profughi trovano riparo dalla guerra. L’ho visto in un notiziario e ho riconosciuto il luogo dove, alcuni anni fa, feci una felice passeggiata da turista.

Il corrispondente si acquatta vicino a un muro di pietra mentre le bombe gli esplodono intorno. Poco lontano, in locali un tempo destinati agli animali, le famiglie si accalcano. Le telecamere riprendono i volti dei bambini. I loro occhi guardano vacui. Una donna si accuccia vicino al fuoco: “Cosa sono, un terrorista? Cos’è il mio bambino, un terrorista?” chiede rivolgendosi al traduttore. L’obiettivo scova un’altra donna mentre lei si asciuga le lacrime con la mano.

Serjilla dista poche miglia dalla strada che da Hama porta ad Aleppo. Si trova tra le centinaia di rovine bizantine della Siria del nord, battezzate “le città morte” da uno dei primi esploratori europei. Ma queste città erano per lo più grossi villaggi che hanno vissuto di agricoltura per circa cinque secoli, dove si produceva olio, vino, grano. Poi il clima mutò. La siccità e le temperature più alte resero la terra incoltivabile. La peste bubbonica colpì. Vennero le invasioni persiane. Nel 550 a.C., dopo secoli di prosperità, i villaggi cominciarono a decadere.

Il giorno di quella mia visita – nel novembre del 2010 – ero con mio marito, David, e con il nostro autista, un uomo di Aleppo chiamato Abed. Cercavamo la Serjilla descritta nella guida turistica: “…la più misteriosa e suggestiva delle “città morte””. Ed effettivamente il sito era una vasta distesa di strutture pericolanti con finestre vuote ed entrate che parevano occhi scuri sulle facciate degli edifici in pietra. Le estremità triangolari dei tetti spioventi – senza tetto – puntavano verso il cielo. Le facciate erano addolcite dalle forme tondeggianti di archi e colonne. Tutto era tagliato nel massiccio calcaree del nord della Siria, blocchi bianchi adesso erosi, macchiati di ruggine arancione a causa della lenta ossidazione, macchiati di nero dalla muffa diffusa.

Nel vicinato di memorie che sono i viaggi, io ho una casa che è la Siria. Ho iniziato a costruirla prima di partire: ho letto guide turistiche, ho fatto prenotazioni, ho ottenuto i visti di ingresso. Quindi ho attraversato il confine libanese con la dicitura Repubblica Araba Siriana stampata sul passaporto. L’ho ammobiliata grazie alle infinite sensazioni che s’aumentano con il viaggiare: il sapore del succo delle melograne fresche e del te nero dolce; le viste dei castelli dei crociati, dei mercatini sul marciapiede con pingui cumuli di pomodori e di cipolle verdi, di mandarini e di arance, mazzi di prezzemolo e menta; l’ospitalità di una donna beduina che ci ha servito il te in tenda nel deserto giusto fuori Palmyra.

Le foto e i diari, la sciarpa blu con il disegno a forma di pistacchio che ho acquistato nel vecchio “souk” di Aleppo, sono tra i souvenir che mantengono la Siria viva in me. Souvenir. In francese significa ricordare, radicato nel latino subvenire, soppravenire, soccorrere.

Penso spesso alla donna beduina che ci invitò nella tenda di famiglia vicina al punto nella strada dove ci fermammo per lasciare passare una mandria di camelli. Ricordo come ci diede il benvenuto con un sorriso largo e luminoso, gli abiti neri e il foulard a scacchi rossi e bianchi; ricordo come ci accomodammo sui tappeti mentre attendevamo l’infuso di te e zucchero che si preparava dentro il pulitissimo bollitore in acciaio, la maniera in cui tenemmo le tazzine calde per poter bere il te, la nonna quasi cieca che sedeva in una sedia di plastica vicina alla porta della tenda e che mi mostrò le mani per farmi vedere i tattuaggi del suo matrimonio; ricordo come risero Abed e la nostra ospite quando ci offrimmo di pagare, come la donna ed io ci avvicinammo l’una a l’altra mentre David ci fotografava.

Come posso conciliare le notizie di oggi con i dolci ricordi di quel mio viaggio? Come può ciascuno di coloro che incontrai, ciascun cortese estraneo, non essere stato cambiato dalla devastazione che si è riversata sulla Siria? Siccome ero là, siccome mi faccio queste domande, ascolto. Guardo. Leggo. Riconosco il vecchio “souk” di Aleppo adesso quasi distrutto; le meravigliose rovine romane di Palmyra, adesso bombardate, il museo saccheggiato. E poi ci sono i corpi: sparati alla testa, legati, tirati fuori dalle acque del fiume Oronte vicino a Hama. I morti e i feriti dispersi fuori dai panifici dove le folle affamate si erano radunate. I bambini asfissiati avvolti in lenzuola.

Alcuni dei sopravissuti si sono rifugiati a Serjilla, mentre la mia dimora della memoria è coperta della polvera nera del dolore.

Nota: grazie mille a Nancy per avermi segnalato questo suo bellissimo lavoro. La versione originale la potete trovare qui The Dead Cities of Syria.

Translated into Italian by Rina Brundu, in Dublin, 23/03/2014.

First published in Shenandoah: The Washington and Lee Literary Review, Spring 2014, Vol. 63, No. 2.

Featured image, rovine di Serjilla, fonte Wikipedia.