PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

“Anna Karenina” di Joe Wright (2012). E perché Anna Karenina si suicida?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

220px-Ilya_Efimovich_Repin_(1844-1930)_-_Portrait_of_Leo_Tolstoy_(1887)«Tolstoj fu la luce più pura che abbia illuminato la nostra giovinezza in quel crepuscolo denso di ombre grevi del diciannovesimo secolo che tramontava.» Romain Rolland, Nobel per la Letteratura

di Rina Brundu. Si fa fatica, oggidì a concordare con Dostoevskij quando scriveva che «Anna Karenina in quanto opera d'arte è la perfezione... e niente della letteratura europea della nostra epoca può esserle paragonato». Di sicuro si fa ancora più fatica dopo avere visto il film “Anna Karenina” di Joe Wright (2012) con Keira Knightley nel ruolo di Anna, Aaron Johnson che interpreta il  Conte Aleksej Vronskij (l’amante) e Jude Law nel ruolo del compassato ufficiale governativo Aleksej Karenin, il marito di Anna.

Per quanto si possa dissentire dall’opinione di Dostoevskij è indubbio infatti che dentro la rappresentazione wrightiana l’opera di Tolstoj si presenta “costretta”, laddove il suo respiro epico-narrativo viene soffocato dentro una pesante sovrastruttura teatrale, che muove con imperdonabile levità, libertà, dalle atmosfere del teatro elisabettiano a quelle del teatro giapponese, distanti milioni di anni luce dalle necessità della Russia imperiale di fine XIXsimo secolo. Di fatto, nulla, se non il tocco-macchietta viene preservato dell’atmosfera autoctona che ha fatto essere, in prima istanza, il grande romanzo tolstojano e non si può usare, a scusante del malfatto, l’essere l’”Anna Karenina” un ritratto a tinte forti della classe sciocca e leggera per eccellenza, quella aristocratica. Ma se si fa fatica a concordare con l’entusiasmo di Dostoevskij, è difficile anche essere d’accordo con lo stesso autore del romanzo, Lev Tolstoj, il quale nel 1881 rinnegò la sua creatura e scrisse ad un critico: “Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più!”.

No, proprio “schifo” no! A mero livello di plot e di interpretazione ci sono diversi elementi davvero “convincenti” sia nel film di Wright che nel romanzo. Per esempio, trovo di gran lunga più credibile, rispetto alle necessità del nostro moderno-sentire, la Knightley della Garbo nel ruolo dell’anti-eroina Anna (Greta Garbo interpretò quella parte nel 1935, nel film diretto da Clarence Brown, film vincitore, tra l’altro, della Coppa Mussolini per il miglior film straniero alla Mostra del Cinema di Venezia). Un altro cammeo-sui-generis che si fa amare nella produzione del 2012 è, secondo me, la buona performance di Jude Law che rende oltremodo affascinante il character Aleksej Karenin. Per quanto mi riguarda Aleksej Karenin è anche il vero grande eroe del romanzo toslstojano. Escludendo infatti il subplot che racconta la storia d’amore di Nicolaj (il fratello anarchico e rivoluzionario di Levin, ovvero di quel Levin eroe-puro e disinteressato che vive una relazione sentimentale edenica e “positiva” con Kitty, in opposizione alla liaison-dangereuse Anna Karenina – Aleksej Vronskij), e dell’ex-prostituta che si prende amorevole cura di lui durante la sua malattia, un subplot che io considero la storia-d’amore ideale dentro questo romanzo – e ha un valore etico sostanzialmente superiore anche alla love-story Levin-Kitty – per me l’Anna Karenina-romanzo risolve la maggior parte del suo merito nello straordinario ritratto dell’ufficiale governativo Aleksej Karenin, marito tradito e uomo che sembra fare fatica a nascondere la grande profondità del suo animo. Una posizione-contro la mia, una posizione che mi porta a interrogarmi su come si sarebbe potuto presentare questo romanzo se scritto solo qualche decade più tardi, in un’epoca modernista che gli avrebbe permesso di scandagliare e mostrare visioni-altre della vera essenza dei suoi eroi.

Ma, in barba allo “schifo” provato dall’autore, il romanzo “Anna Karenina” è da salvare soprattutto per quella fondamentale domanda che, dal tempo della sua scrittura fino ai nostri tempi veloci e digitali, continua a far sorgere spontanea sulla bocca dei suoi lettori, senza che questi sappiano che tutti, chi prima chi poi, l’hanno formulata e senza che si sia mai trovata una risposta davvero valida: perché Anna Karenina si suicida?

Dato che sull’argomento si è scritto di tutto e di più, io penso che aggiungere qualcosa a tale “letteratura” abbia senso solo se noi diamo il nostro personale parere in merito, magari motivandolo alla luce delle necessità dei tempi che viviamo, e senza “guardare” al già-detto e già-scritto. Finanche, ignorandolo. Di fatto come donna di questi nostri giorni “diversi”, elettronici nell’essenza”, di questi tempi di-crisi, il suicidio di Anna mi è totalmente incomprensibile, persino il suo modello-di-donna mi è totalmente incomprensibilie. In questo senso concordo con la visione tolstojana di una eroina incapace di prendersi sulle spalle le responsabilità delle sue scelte, finanche folle quando inconsciamente si aspetta che sia l’idealismo a cambiare le regole (the rules). Mentro scrivo questo mi accorgo che Anna è eroina sostanzialmente “romantica” in senso tecnico; talmente “romantica” che in quest’epoca più pragmatica della storia del mondo Anna diventa anti-eroina, insomma, un modello da non raccomandare: non per le sue scelte d’amore ma per la sua mancanza di coraggio.

Bottom-line, la mancanza di coraggio è, nella mia visione delle cose, il peccato più grande del character Anna Karenina; e, in virtù di quel peccato, mi è impossibile provare ammirazione per lei. Mi è impossibile redimerla post-mortem. Ed è sempre in virtù di quel peccato, infine, che non mi riesce di concordare con il già citato giudizio critico-letterario di Dostoevskij: di fatto, le dinamiche di un’opera letteraria “perfetta” conservano la loro validità tecnico-letteraria e morale (in senso lato), nei millenni e non importa il resto (per inciso, non fa mai uno shifting da testo “perfetto” a opera tecnicamente-romantica e fondamentalmente, socialmente, disimpegnata).

Il merito più grande del romanzo? A mio parere il suo contribuire, ancora al giorno d’oggi e in maniera sostanziale, a preservare il mito del suo autore: Lev Tolstoj. Lui sì, un uomo, un autore, uno scrittore e uno spirito straordinario, senza se e senza ma.

Featured image, Lev Tolstoj, ritratto da Il’ja Efimovič Repin nel 1887