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Claudio Magris. Di ignoranza e di “cultura”. E a difesa di Google e di Wikipedia.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

Rina Brundu

449px-Larry_Page_in_the_European_Parliament,_17_06_2009di Rina Brundu. Odio il termine “ignorante”. Nel mio immaginario è termine che descrive soprattutto chi lo usa. E i suoi limiti. Anche per questi motivi sono sobbalzata sulla sedia quando ieri, sul Corriere.it, ho letto l’articolo di Claudio Magris “Perché siamo diventati così ignoranti”. Catenaccio: Google, Wikipedia e la Rete – un eccesso di informazione che minaccia la cultura.

Anticipo che nello scritto che segue, scritto teso a confutare gli argomenti presentati dal dottor Magris nel pezzo di cui sopra, finanche il “vocabolario” usato da questo noto scrittore, peccherò senz’altro di lesa-maestà-intellettuale, ma non intendo chiedere venia per questo; non lo farò se – come spero – riuscirò a motivare in maniera sostanziale le ragioni della mia critica.

L’articolo in questione oltre ad avermi fatto “sobbalzare” sulla sedia mi ha infatti lasciata parecchio perplessa. Per esempio non mi riesce di capire come si possa scrivere che un “eccesso di informazione” minaccia la cultura. Addirittura che “Google, Wikipedia e compagnia bella” siano gli agenti patogeni responsabili del deleterio status-quo. Bontà sua, il dottor Magris si premura di specificare: “Non è strano che la cultura possa essere indebolita da un eccesso di informazione che impedisce di selezionare e di riflettere e mette in difficoltà i tempi dell’autentica cultura, che non è cumulo di nozioni bensì capacità di critica e autocritica, passione e distanza. Cultura, diceva Lin Yutang, è amare e odiare con fondamento. È strano invece che a impoverirsi paurosamente sino al ridicolo sia l’informazione, anche la pura e semplice informazione priva di riflessione”.

Peggio che andar di notte! Oltre la parola “ignorante”, odio il termine “autentica cultura”. Mi fa paura, mi ricorda scene del nostro passato neppure troppo lontano, scene che ho visto magistralmente rappresentate nel film “The Pianist” di Roman Polański (2oo2), un film che raccomando al dottor Magris e non solo a lui. Ma soprattutto è il “gist” del paragrafo appena citato che mi lascia con la forte impressione che il dottor Magris stia confondendo il concetto di “scrittura digitale” con il concetto di cultura. Cultura, infatti, non è solo amare e odiare con fondamento come diceva Lin Yutang, cultura per me (ma, fortunatamente, non solo per me), fa equazione con il respiro dell’universo. Tutto è cultura: povera, ricca, knowledgeable, svagata, dimenticata, futura, presente, finanche assente; e, in questo senso, non vi sono persone più “acculturate” di altre.

Ci sono invece – senz’altro, dottor Magris – persone più knowledgeable di altre; ma ,pensi un po’?, alcune tra costoro sono proprio gli spiriti che hanno creato e ancora fanno vivere due straordinari strumenti messi a nostra disposizione dal loro genio: Google e Wikipedia. E perché questi strumenti sono tanto straordinari? Perché l’informazione non è, non sarà, mai abbastanza (di fatto la nostra libertà intellettuale è direttamente proporzionale alla quantità di dati misurabili cui riusciamo ad accedere!). Usare invece l’informazione con criterio è altra cosa. La faccenda pertiene alla capacità di metodo che ciascuno di noi ha saputo fare sua nel tempo, alla bontà della metodologia che usiamo per districarci tra le diverse fonti informative. Non tutte eccellenti ma, a loro modo, tutte degne! Di fatto anche la contro-informazione è cultura, sovente espressione dello spirito ribelle di Dio che vive in noi. Di sicuro di uno spirito intellettualmente-ribelle molto simile a quello di acuni dei suoi figli più ispirati: da Oscar Wilde a Bernard Shaw, dai folli, pazzi, strafottenti, geniali, imprevedibili autori dei capolavori letterari, a quelli dei capolavori pittorici e, in verità, di ogni arte sotto il sole.

Detto questo, non credo che farei un grande servizio agli autori del libro citato dal dottor Magris nel suo articolo (che l’articolo si risolva in realtà nell’essere una mera recensione editoriale?), a sostegno delle sue tesi, citandoli di mio. Ciò perché leggendo il pezzo pubblicato sul Corriere.it, sembrerebbe che questi autori abbiano proceduto a denunciare la mancanza di “cultura” dei tempi, usando come benchmark “l’incredibile ignoranza” dei nostri politici nei loro diversi interventi. Ciliegina sulla torta, Claudio Magris scrive: “XXX e YYY (nda: omissis pergli autori che non voglio citare), simpatizzano col centrosinistra, ma per equità non risparmiano l’ignoranza dovunque la trovino”.

Mi permetta dottor Magris: trovo lo statement bizzarro! E allo stesso modo trovo ridondante quando non obsoleti, retorici e molto nazional-popolari, i suoi statement relativi alle supposte pecche della classe dirigente; queste pecche infatti ci sono senz’altro (e non solo tra i rappresentanti della classe dirigente!), ma quando si tratta di andare a toccare le capacità di intelletto di Tizio e di Caio sparare nel mucchio può essere controproducente. Per esempio, posso dire con una data sicurezza che pochi dei suoi “eletti” e “colti” (perché immagino ci siano, se non altro per manichea necessità), abbiano regalato all’umanità, di oggi e di domani, grazie al loro sapere, ciò che hanno saputo donare Larry Page, Sergey Brin e Jimmy Wales.

E se non sa chi sono (magari perché non presenti nella Sua lista dei “colti” e degli “eletti”): please, do google them and search for the related wiki articles!

Note:

a) Il link al pezzo su Corriere.it

Featured image, lo straordinario Larry Page al Parlamento europeo nel 2009.

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info@ipaziabooks.com

15 Comments on Claudio Magris. Di ignoranza e di “cultura”. E a difesa di Google e di Wikipedia.

  1. Francesco Blasi // 28 February 2014 at 01:46 // Reply

    E’ un articolo che spara nel mucchio, dimenticando che l’ignoranza in Italia è stata istituzionalizzata già molto prima dell’avvento della rete con mediocri libri di testo scolastici e una classe di insegnanti selezionata per soli titoli e -occasionalmente- per raccomandazione, comunque quasi mai sulla misurazione scientifica della motivazione professionale. E che prima della rete, come anche dopo, gli italiani leggono poco e spesso male, venendo così preventivamente vaccinati dal presunto eccesso di informazioni disponibile in internet.

    Se Magris si riferisce alla media di acculturazione e al grado medio di padronanza della lingua ricavabili dagli scambi sui social network, incorre allora in un errore di contestualizzazione: se è vero che le performance registrabili nei lanci e nelle successive conversazioni non sono generalmente proprio brillanti, avrebbe potuto anche immaginare quale fosse il livello culturale delle telefonate e delle lettere scambiate in Italia fino agli anni Novanta. Di sicuro, avrebbe capito che perlomeno non è cambiato nulla; che siamo “ignoranti” non più di prima.

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  2. Perché inorridire di fronte alle accuse d’ignoranza lanciate Magris?

    Abbiamo paura di perdere il nostro autoreferenziale status d’intellettuali impegnati e colti?

    Suvvia un po’ di umiltà non guasta certamente.

    Io mi ritengo ignorante, non tanto perché compulso google nevoticamente magari per sapere chi sono gli eccelsi autori citati nell’articolo di critica alla tesi dello scrittore, ma perché cerco proprio la tanto disprezzata autentica cultura, la quale non si nutre degli eccessi grossolani e criminali dell’informazione sia stampata che telematica (prodotta magari da un esercito di spin doctor per la più accurata manipolazione – fra gli altri – del colto e dell’inclita), ma perché desidero da buon dilettante colmare le lacune del mio sapere e coltivare meglio il mio spirito, servendomi anche di strumenti semplici, artigianali ma efficaci, dimenticando tutto ciò che va dimenticato dell’immenso ciarpame propinato, sui mass media e sul web, dagli innumerevoli, piccoli, insulsi, superflui guru della nostra povera e schiodata società, i quali non sanno far altro che biascicare banali predicozzi. Altresì inutili, farraginosi, artefatti, retorici, ridondanti, bolsi e maledettamente falsi.

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  3. Bravissimo, Francesco, hai fatto un’analisi ottima e hai usato un termine chiave, ovvero il “contesto”. Che in questo caso si presta, nelle sue significazioni multiple (che vedo, hai pure colto benissimo), a variegata analisi.

    Non così ha fatto purtroppo un mio carissimo amico – persona a cui voglio molto bene e persona colta come poche ma che oggi mi ha inviato un’email nella quale tra le altre cose si leggeva “Urgente e anzi urgentissimo: come t’è venuto in mente d’insolentire Magris, finissimo germanista, grosso narratore, una delle persone più aperte che scrivano? Che non dice nulla di quello che gli imputi e anzi il contrario. Debbo dissentire. Non siamo in una rete sadomaso, ma la flagellazione è giusta, ti toccherebbe (lo sapevi, quando hai scritto…).

    Mi duole, ma non ci siamo proprio. Parto dalla risposta a questo mio amico e poi voglio fare nuove considerazioni sul pezzo di Claudio Magris che francamente mi ha fatto arrabbiare parecchio, come tutto ciò che tocca la didattica (in senso lato). Il know-how infatti per quanto mi riguarda non è un’opzione intellettuale ma è una conditio sine qua non.

    Al mio amico dico semplicemente questo.
    1) Io non ho insolentito nessuno. Le mie critiche sono sicuramente forti e dirette ma riguardano sempre il lavoro preso in considerazione (con tanto di backup tecnico-analitico), mai le qualità morali e intellettuali di chi quel lavoro ha prodotto, come da deontologia del sito.
    2) Rosebud non è il bar all’angolo. Non è un club di chierichietti e neppure il circolo di lettura tenuto dal maestro di quartiere dove il general-populace beve e annuisce ad ogni virgola dettata dal sommo-scrittore dell’opera che passa il convento, per lettura, nella data settimana. Rosebud è un sito con le palle dove non si soffre alcun complesso di subalternità intellettuale e dove le persone sono invitate a dire la loro in maniera molto aperta e libera.
    3) Di norma non metto mai i miei pezzi in prima: per motivi tecnici, di decenza e per motivazioni mie, stavolta però questo articolo passa subito in prima e ci starà fino a domani. Un modo come un altro per ribadire che qui non si accettano prevaricazioni intellettuali da qualunque parte arrivino. Ne abbiamo tanta di stampa ammaestrata, inchinata, genuflessa davanti ai “venerati maestri” ma così non sarà mai su Rosebud; prima di trasformarlo in momento-aneuronico, questo angolo libero, lo chiudiamo. Simili comportamenti infatti non saranno mai associati al mio nome, ovvero al nome con cui firmo sempre tutto ciò che scrivo. Anche quando scrivo boiate, spesso.
    4) Dulcis in fundo, non solo il dottor Magris ha scritto ciò che io ho riportato nel mio pezzo, ma anche di peggio e quindi, qui in calce faccio un breve follow-up su quel mio dire di ieri…

    Nello specifico, trovo l’articolo di Claudio Magris:
    1) Ingenuo e disinformato
    2) Diseducativo
    3) Pericoloso

    Naturalmente non sono scesa dall’albero proprio ieri. So bene che tipologia di discorso da diatriba classicista e classicizzante (in senso lato) – condito da una buona dose di saggezza contadina – tentava di imbastire il dottor Magris, ma ho scelto di non dar spago a quella linea di ragionamento per un motivo molto semplice: chi scrive, soprattutto se ha una nomea, ha una responsabilità intellettuale e questi non sono tempi per sparare scritture senza pensare troppo. Tanto per fare o dire la cosa “cool”, quando /kul/ fa sinonimo con elitario.

    Dico e reitero perciò che lo scritto del dottor Magris è prima di tutto ingenuo. Ed è ingenuo perché già 20 anni fa – quando quest’isola bellissima era terra di conquista dei pionieri high-tech e in Italia la comunicazione digitale era usata soltanto da un ceto di privilegiati, noi avevamo capito che la Rete è il luogo che insegna a conoscere i proprio limiti per eccellenza. Ne fece le spese, tra gli altri, uno scienziato che costruì un problema tecnico-matematico a suo dire complicatissimo e promise un milione di dollari a chi lo avesse risolto. Si raccontava che ad un navigatore qualunque occorsero meno di 28 minuti per risolvere il dilemma e intascare il dinero. Il tutto per dire che quando si scrive in Rete – lungi dal fare “marchette” – occorre dimostrare la sostanza della tesi di fondo, altrimenti si rischia il ridicolo. E la Rete – a differenza del mio amico – non ha entità-illuminate da preservare, per nostra fortuna.

    Dico e reitero perciò che lo scritto del dottor Magris è disinformato. Non vi è dubbio alcuno (esistono anche corpose ricerche fatte da importanti università su questo argomento), che i tempi che stiamo vivendo lungi dall’essere “ignoranti” sono i tempi di maggior splendore della nostra capacità di intelletto a tutto tondo (ma chi frequenta di norma Claudio Magris? A questo punto me lo chiedo). O per dirla con i mitici Chuck Lorre e Bill Prady “It’s indeed a great time to be alive!”. Estendendo il ragionamento su altri fields non è azzardato neppure dire che i nostri sono anche i tempi eticamente più illuminati, dove il maggior numero di Paesi al mondo godono di una data idea di democrazia e tanti altri possono aspirare a raggiungerla. C’è ancora tanto da fare, nessuno lo nega, ma se penso solo al dramma vissuto nei secoli passati da infiniti giovanetti e giovanette nella cattolica Irlanda dei preti pedofoli allora divento subito istantaneamente credente e ringrazio il Cielo per abitare l’Irlanda di oggi…

    Ingenuo e disinformato insieme, quando non ridicolo, è quindi il tentativo di dare una connotazione “ignorante” ai tempi che viviamo… usando come benchmark il grado di “acculturazione” della nostra classe dirigente politica: ridicolo, appunto!

    Dico e reitero perciò che lo scritto del dottor Magris è diseducativo nel suo “incitare” a coltivare visioni intellettuali edeniche, mitologiche persino, quando tale scritto fa passare l’idea, sottintende la favola, che siano esistiti, in passato, tempi intellettualmente migliori di quseti: una bugia, una falsità! Oggidì esistono invece, da un lato, grossissimi problemi di digital-divide che procurano disoccupazione (quanti giovani, soprattutto in Italia, non sarebbero a spasso se avessero gli skills richiesti da questi-tempi!); e dall’altro esistono personaggi brillanti, affascinanti, che anche mercé gli strumenti tecnici che utilizzano con maestrià hanno saputo creare per loro stessi un bagaglio culturale unico, che spazia dalla filosofia degli immensi filosofi greci, alle trame scritturali dello straordinario Aaron Sorkin, dai gizmos prodotti dal genio visionario di Gene Roddenberry alle immortali atmosfere kafkiane ed eliottiane, alla poesia prodotta ovunque nel globo e in ogni tempo, alle teorie fisiche più avvanzate che ci rendono orgogliosi di essere uomini. Questi sono i tempi che viviamo dottor Magris e le assicuro che non sono affatto ignoranti come sostiene lei!

    Dico e reitero infine che lo scritto del dottor Magris è pericoloso perché incita a costruire barriere e a dividere gli individui in “acculturati” e “ignoranti”. Ebbene sappia dottor Magris – e questo lo dico anche al mio amico che tanto l’ammira – che i personaggi di cui sopra e che ammiro io barriere simili non ne costruirebbero mai. Perché un’altra cosa che insegna questa Rete a cui lei guarda with such patronizing attitude…. È… che tutto ha valore. Ha valore etico, estetico (ma non solo) nel suo essere così com’é.

    Cultura, lo ripeto, fa equazione con il respiro dell’universo e thank God for that!

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  4. Ottimo per lei signor Ussaro ma mi perdoni se non commento… è mio costume confrontarmi su simili questioni solo con chi si firma con nome è cognome. In vent’anni di scrittura online – e di tante boiate sparate online, di cui vado orgogliosa – non vi è stata una sola volta in cui tali boiate non fossero seguite dal mio nome e dal mio cognome…

    Oltre il know-how per me l’onestà, e l’onestà di metodo, è tutto. Di fatto se il dottor Magris un giorno passasse di qui avrebbe ogni diritto di sapere che le critiche di cui sopra le ho fatte io. E che gliele riconfermo in toto.

    All the best.

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  5. Il mio nome è in chiaro, dopo il mio pseudonimo, tanto quanto il suo, signora Rosebud.Ossequi

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  6. Io sono Rina Brundu non signora Rosebud. Mi perdoni, ho cliccato sul suo avatar…ora vedo il suo nome e cognome…. meglio, grazie tante. Niente di personale… sono solo allergica ai nick. Lunga storia. Ma fatto molto importante. Best regards.

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  7. Francesco Blasi // 1 March 2014 at 11:25 // Reply

    Condivido in toto, Rina. A me è sembrato da subito un articoletto modesto e senza pretese, un tipico riempitivo del Corriere ai tempi di internet; tempi in cui i giornali (anche quello in cui io lavoro, se è per questo) hanno assunto il trend generale della superficialità estemporanea di cui in certe sue manifestazioni la rete appare oggi portatrice esemplare.

    Nello scritto di Magris c’è un’ansia moraleggiante, quella che tradisce precipitosamente i fini di un discorso senza scomodarsi nello sviluppo dimostrativo, operazione che peraltro avrebbe fatto desistere il suo autore dal procedere oltre per manifesto fraintendimento tra etiologia e sintomatologia. E’ un po’ come tanti interventi in buona fede fatti dai comuni utenti della rete, i quali vogliono manifestare una loro sensazione ma non si fermano anche solo un minuto a ragionare per verificare se quanto stanno scrivendo è un’affermazione almeno di buon senso oppure una verità spicciola e ingenua buttata lì tanto per contribuire al discorso.

    Lui stigmatizza al principio la “nuova” cultura della rete in quanto preda di una deriva nozionistica, avulsa dagli schemi classici del pensiero critico fatto di sedimentazione di lungo periodo dei concetti. Ma poi fallisce rumorosamente nella dimostrazione quando tenta di delineare esempi di mostri creati dalla rete, cadendo in una contraddizione che fa dubitare financo della credibilità, a oggi, della sua opera di scrittore. Infatti, cita proprio persone che hanno dimostrato una clamorosa ignoranza su nozioni di base da scuola elementare; e così evidenzia, senza avvedersene, che la sua visione di cultura è proprio legata alla conoscenza delle nozioncine che tanto ha appena fatto sapere di aborrire.

    In realtà lui, e lo ammette con candore, non ha alcuna dimestichezza con la rete. E non c’è da stupirsi che usi un atteggiamento da terrore precolombiano di fronte all’immaginazione di quanto mortalmente pericoloso potrebbe celarsi dietro le invalicate colonne d’Ercole. Della rete ha una visione esclusivistica, anche se in negativo, esattamente come il mondo altrettanto esclusivo degli “intellettuali”, anche questa classe e ambito astratto dalla realtà, estrapolazione artificiosa finalizzata alla creazione di una cupola protettiva e senza finestre pensata per perpetuare con partenogenesi una stirpe di eletti sempre più autoreferenziale.

    La rete, in questo discorso, è un accidente. Rappresenta la realtà pulsante della vita che ieri usava altri, più rudimentali e meno potenti mezzi di socializzazione. Questi, esattamente come internet, certi intellettuali hanno rifuggito e rifuggono, in quanto platee da cui, oltre al fischio ingeneroso basato su una soggettiva e rancorosa animosità, potrebbe partire anche un’esauriente dimostrazione dell’errore fatale in cui cadono tutti coloro che nella Storia hanno pensato di accrescere il loro potere delimitando una casta di legislatori del buono e del giusto.

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  8. Ottima elaborazione, Francesco. E adesso che i miei bollenti spiriti si sono calmati diciamo veramente come stanno le cose, che altrimenti sembriamo pazzi scatenati.

    Bottom-line è che il problema è un problema meramente editoriale. In Italia più di altri luoghi è sempre esistita questa pratica similclientelare: io editore-di-grido pubblico un testo che ha bisogno di avere visibilità, chiamo il mio amico-fratello che gestisce un sito-di-grido e gli propongo un pezzo su quel testo scritto dallo scrittore-di-grido. Lo scrittore di grido – persona capace ma anche buona, non immune, come tutti, all’adulazione – non vuole negare il favore all’editore di grido e in fondo gli piace stare sul sito di grido e quindi imbastisce quattro pirlate moraleggianti che sa bene che il 99% dei suoi lettori non contesterà mai.

    O meglio, non avrebbe contestato mai. Questo era in realtà il modo di fare cultura dei tempi passati. Pensa a quanti grandissimi hanno sofferto dal non avere (per il semplice fatto che avevano il coraggio delle loro opinioni e delle loro idee) un editore o un amico di grido. Di fatto, oggidì, è proprio la rete a fare le loro vendette. In tutti i campi: dal cinema (pensa al caso straordinario di Totò), alla scrittura, pensa a Guareschi e ai suoi psico-drammi coi politici di grido che l’hanno fatto finire pure in carcere… etc etc….

    Ma, dicevamo, fortuna che oggidì c’è la Rete. E la Rete non è sciocca come può parere (forse avrebbe preferito soltanto che un editore volendo dare visibilità ad un suo testo, cosa buona e giusta, ne pubblicasse uno stralcio lasciando ai lettori la possibilità di giudicare con la loro testa). La Rete non è affatto sciocca è, pensa un po’, è capace di comprendere benissimo queste datate (ma non lodevoli) dinamiche e dunque di distinguere tra il Magris autore di questo articoletto e il Magris intellettuale colto e raffinato, come diceva il mio amico.

    Morale? A mio avviso è che non bisogna mai temere di esprimere una critica (quando fatta senza offendere), o di dire una verità, raccontare una impressione. Ovvero, bisogna essere nichilisti turgeneviani anche con le cose della scrittura, soprattutto con le cose della scrittura. È questa infatti l’unica via sicura per crescere… non bene… meglio! Degni uomini e donne dei tempi straordinari che viviamo!

    “Un nichilista è un uomo che non s’inchina a nessuna autorità, che non accetta sulla fiducia nessun principio, per quanto sia il rispetto di cui quel principio è circondato”.
    Ivan Turgenev, Padri e figli, 1862

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  9. Francesco Blasi // 1 March 2014 at 14:01 // Reply

    Insomma, sarebbe la più classica delle marchette. E la rete -questa è una buona notizia per Magris- si presta idealmente a queste operazioni più e meglio del vecchio e cartaceo buon giornale. Ecco: è entrato in rete facedone un uso classificato tra quelli deteriori. Gli ignoranti, la cultura e il pensiero critico erano specchhietti per le allodole; l’armamentario degli intellettuali olimpici.

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  10. La ragione per cui ce la prendiamo di più con lui è perché è un intellettuale valido i cui testi sono stati usati anche nelle scuole, negli esami di Stato: da qui una responsabilità civile e culturale sostanziale.

    Per il resto tutto è marchetta nei siti di informazione italiani. Pensa soltanto ai libri di Vespa e, ancor peggio, al casino fatto poche settimane orsono (che oramai sembra due decadi fa – tanto il casino era privo di fondamento) col libro di Friedman e il suo pseudo-scoop.

    E tantissimi allocchi ci sono cascati, probabilmente hanno pure acquistato il libro per poi ritrovarsi, a fine lettura, semplicemente più leggeri della pecunia spesa.

    Assicuroti che i testi che fanno parlare di loro stessi in virtù del contenuto non hanno bisogno di tanto fracasso, il loro titolo muove di bocca in bocca e soprattutto non vengono dimenticati dopo due settimane.

    Ma, concordo, che io sono troppo inflessibile. Vado a fustigarmi, autoflagellarmi come Silas il monaco albino del danbrownico Codice da Vinci… in omaggio a Magris lo farò intensamente, cercando la frusta nelle migliori biblioteche impolverate e mettendoci impegno e convinzione. Sic.

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  11. Mi sono spesso chiesto quale sia l’ignoranza concepita dalla persona colta e, altresì la cultura immaginata dalla persona ignorante. Io sto in mezzo perché penso di essere un po’ ignorante e un po’ colto. Mi pare evidente che molte persone siano propense a condividere questo mio principio, ma credo poche, compreso me stesso, siamo disposti a condividere un modello di ignoranza in funzione di un medesimo modello di cultura. Non parlo di diversi modelli, ma dello stesso modello. Qua mi fermo perché già qualcuno mi dirà che la cultura è universale e non è racchiudibile in un modello.
    E’ vero, ma …!

    Mio nipote, Jacopo, il 6 febbraio alle ore 19.17 sul suo diario di FB scrisse:
    “Qualunque cosa tu stia facendo, controlla e ricontrolla sempre che la tua mente è connessa alla presa del tuo cuore”.

    Piacque ai suoi amici e io mi permisi di rispondere:
    “… e, quando l’impulso è sospinto dalla passione, il cuore sia collegato alla mente”.

    Non gli piacque questa mia osservazione e rispose:
    “eh no. è la mente che collega, è la mente che porta attenzione. il cuore la nutre e la guida. ma solo quando essa si degna di ascoltare il cuore il cuore non può collegarsi alla mente per il semplice fatto che non può agire di per sé. Azione è proprietà della mente, che può scegliere come agire. Ma soltanto quando rinuncia a tutte le complicate vie che si è costruita, e finalmente si affida al cuore, solo allora il cuore potrà finalmente agire, e solo allora la libertà sorgere”.

    Replicai
    “Quando t’incazzi, dal cuore, s’arriva per via diretta alla voce e ai gesti e, qualche volta ti fai male battendo il pugno sul tavolo. Per giunta, mi hai costretto a sostenere una difficile discussione con tua Zia Maria sul disuso del congiuntivo. Certo c’è ancora da stabilire dove passi la diretta. Tu che sei bravo a seguire i circuiti potresti risolvere semplicemente il problema, coinvolgendo anche zio Andrea. Solleviamo il polverone e vediamo cosa succede. Ah, non è finito. Anche i cani s’incazzano e non sono particolarmente dotati di mente, ma di cuore molto più di noi.”

    Due ore dopo c’era la controreplica:
    “grazie ancora del commento, e anche dell’amore per la lingua italiana. Risolvo semplicemente, come mio solito, cioè con tutta la calma del mio cuore. L’incazzatura è una reazione automatica, condizionata da pattern che si sono ripetuti in passato. Le reazioni automatiche sono date dal sistema nervoso, non dal cuore. L’uso del congiuntivo, almeno nel mio uso, non è per niente in disuso, anzi. Infatti è stato intenzionale. Se avessi messo il congiuntivo, il mio messaggio “…che la tua mente sia connessa…” avrebbe avuto molta meno forza! l’indicativo presente è il tempo della certezza, qui e ora! Niente fantasie e voli pindarici! Inoltre con congiuntivo nella prima frase si crea ancora di più un contrasto, evidenziando maggiormente la realtà presente dell’indicativo!”

    Il dibattito ebbe termine il 27 febbraio 2014 alle ore 21.13 con questa mia nota che comunque non chiude il discorso.
    “Bravo! Hai convinto anche la zia! Reazione da Pattern è un concetto che risale a un modello riduzionionistico del fenomeno che innesca l’istinto. Si tratta di una filosofia che tende ad escludere il trascendente dall’etica e dall’estetica, per non parlare dell’estasi religiosa”.

    A questo punto capii che entrambi eravamo ignoranti in qualcosa, ma entrambi avevamo il gap culturale che ci perseguita da secoli. Ma qual è il modello giusto che posa essere condiviso da tutti? La domanda mi assilla al 31 gennaio 1997, il giorno precedente a quello del collocamento a riposo.

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  12. Much Ado about Nothig direbbe Shakespeare. Infatti l’articolo di Magris è un semplice elzeviro che sostanzialmente si può sintetizzare affermando che internet è un potente strumento di erudizione, non sufficiente ma necessario alla cultura. Quindi bisogna saperlo usare, evitando lo scoglio della perdita di tempo provocata da una sovrabbondanza di notizie diffuse in una salsa di pubblicità. Montale scrisse che la cultura non si impara, ma si nasce colti. E’ evidentemente una provocazione che ha una sua verità. In effetti la cultura è impossibile da definire quanto il vocabolo arte. Come anche la parola numero, che tutti sanno cosa è, come per cultura o arte con soli larghi margini di indeterminazione che danno luogo a questo tipo di polemiche. Mentre la parola erudizione è accettabile in quanto chiaramente accumulo di nozioni, indispensabili per fare cultura. Tutto qui. Ma il post di Rina e i botta e risposta conseguenti sono pienamente condivisibili, anzi hanno permesso precisazioni e osservazioni acute, ivi compreso il congiuntivo che io evito di usare.

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  13. Ti ringrazio caro Andrea ma il mio non è un botta e risposta, è una stroncatura sonora di un modus operandi editoriale discutibile e una stroncatura critica di un modo di fare analisi epidermico e senza pensare. Nonché delle prassi letterarie-clientelari.

    Inoltre, il giorno in cui ammaestrassi la mia scrittura-online ad essere secondo dettame grammatico di Tizio o di Caio e non in virtù dle mio mood, sarebbe il giorno in cui andrei a fare lezione di analisi testuale (e dei tempi digitali) da Magris, appunto… temo che non sarebbe che nel futuro remoto, molto remoto… Ripeto, Rosebud non è la scuola serale, da questo punto di vista ci sono luoghi-virtuali molto più adatti. E… sempre a proposito di clientelismo-mentale.

    Last but not least the overall item is far from being much ado about nothing. Actually, there is enough there to explain why nowadays Italy DOES NOT exist from a literary point of view. And not only from that point of view. Old and present sins cast long shadows. Best Regards.

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  14. “Quando t’incazzi, dal cuore, s’arriva per via diretta alla voce e ai gesti e, qualche volta ti fai male battendo il pugno sul tavolo. Per giunta, mi hai costretto a sostenere una difficile discussione con tua Zia Maria sul disuso del congiuntivo….”

    grazie signor Bondanini per il suo intervento. Ad occhio direi che conoscere l’usage del congiuntivo in diverse lingue (anche andare alla sua radice) è cosa molto semplice (credo abbiamo fatto tutti qualche corso di filologia linguistica etc etc), imparare invece ad incazzarsi, ad inalberarsi davanti alle furbizie (letterarie et non) italiane, è altra faccenda. E richiede quel maggior coraggio che, sovente, tra le nostre sacre sponde, difetta.

    Best regards

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    • Aggiungerei anche che – su quasi 2000 articoli pubblicati da Rosebud, dove ce ne siamo anche dette di tutti i colori – questo è quello che mi ha fatto incazzare come nessuno. E ancora mi resta come l’impressione che il messaggio non sia passato: Italians, pur di baciare la mano all’autorità farebbero qualunque cosa!! Extraordinary Forse è meglio chiudere e aprire un angolo di cucina… se solo sapessi da dove cominciare, immagino dal congiuntivo fritto!

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