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Eliminare il senso comune? Impossibile

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

220px-ThomasReiddi Michele Marsonet.  Il dibattito circa la consistenza ontologica del senso comune è assai antico e continua ai nostri giorni, con l’avvertenza che la scienza ne ha spesso sminuito l’importanza puntando alla sua sostituzione mediante la cosiddetta “immagine scientifica del mondo”. La scuola scozzese del ’700, e in particolare Thomas Reid, ha sottolineato la sua indispensabilità, mentre chi adotta un punto di vista ermeneutico è indotto a sostenere che l’aspirazione primaria “anche” della ricerca scientifica è l’interpretazione, vale a dire la spiegazione razionale dei fatti. Tuttavia ogni spiegazione scientifica, per un ermeneuta, si applica a un oggetto predeterminato in qualche misura da un’interpretazione anteriore e più vasta di quella che le varie scienze possono elaborare. Gadamer ha sostenuto con forza tale tesi in Verità e metodo.

Non occorre tuttavia scomodare l’ermeneutica per accorgersi che l’accettazione dei dettami del senso comune è tutt’altro che scontata in ogni ambito filosofico. Lo si può desumere da queste polemiche espressioni del popperiano Bryan Magee, in cui è nettamente percepibile l’ostilità verso una parte della tradizione analitica britannica: “Considero l’esaltazione del senso comune una catastrofe intellettuale. A prescindere da qualsiasi altra considerazione filosofica, non dobbiamo dimenticare che la scienza moderna ha dimostrato come dietro ogni momento della nostra esperienza si nasconda una miriade di verità e realtà non percepite in alcun modo dal senso comune, verità e realtà spesso stupefacenti e tutt’altro che intuitive, talora molto difficili da comprendere e accettare anche quando le troviamo vere”. Bertrand Russell, ancora più esplicitamente, definì quella del senso comune “una metafisica dell’età della pietra”.

Rammentando che in effetti nulla ci assicura circa l’effettiva correttezza della cornice del senso comune, ci si può chiedere se in base a essa si possa costruire una vera e propria ontologia. E a tal riguardo i filosofi contemporanei hanno rifiutato (con poche eccezioni) di vedere il mondo dell’esperienza quotidiana come un oggetto di considerazione teoretica. Penso che occorra evitare l’identificazione tra realtà fisica e mondo del senso comune, identificazione che è invece abbastanza diffusa (anche se spesso non esplicitata) nel pensiero contemporaneo: essa sembra caratterizzare, per esempio, le tesi di Richard Rorty e – almeno in una certa misura – quelle di Donald Davidson. In altri termini non bisogna confondere strutture della realtà-in-quanto-tale con strutture della realtà-del-senso-comune: certamente esse non possono essere identificate, anche se parecchi filosofi paiono ignorare il problema o sottovalutarlo, forse non ritenendolo importante.

La conoscenza propria del senso comune riveste grande importanza poiché le nostre normali credenze sono non soltanto efficienti nel risolvere i problemi posti dalla quotidiana interazione degli esseri umani con il mondo circostante, ma anche molto adattabili, essendo in grado di mantenersi con successo in funzione nel passaggio da una situazione all’altra, e pure di generazione in generazione, anche di fronte a cambiamenti talora epocali delle condizioni ambientali. Proprio per questo è utile il tentativo di costruire teorie non solo delle nostre credenze di senso comune, ma anche di diversi aspetti della realtà ordinaria in cui viviamo e operiamo.

L’importanza dell’immagine del mondo fornitaci dal senso comune è stata tematizzata dai filosofi anche in epoca contemporanea. Gli esempi del secondo Wittgenstein e di Wilfrid Sellars sono noti, e in particolare quest’ultimo ha insistito sulla discrasia tra la summenzionata immagine del mondo e quella fornita dalla scienza. E’ a questo livello, allora, che il filosofo interessato all’ontologia si trova di fronte a tre possibilità: (1) svalutare l’immagine del senso comune a favore di quella scientifica (come fanno positivisti vecchi e nuovi); (2) svalutare l’immagine scientifica a favore del senso comune (strategia che come prima ho rilevato è adottata da Rorty e da altri); oppure (3) delimitare per quanto possibile i confini delle due immagini cercando di appurare se, o fino a che punto, esse siano realmente alternative.

Vi sono vari tentativi volti a fondare e a giustificare una sorta di “fisica ingenua”, di carattere pre-scientifico, basata sulle normali credenze da noi intrattenute nella vita quotidiana e – è opportuno sottolinearlo – giudicate per lo più false dalla scienza. Ecco quindi manifestarsi la volontà di fondare una ontologia della succitata immagine del senso comune. Si noti che parecchi autori intendono formalizzare detta ontologia mediante assiomi che dovrebbero essere intuitivamente accettabili.

Si potrebbe dunque dire che, al pari di quanto sostiene Davidson, si parte dall’assunto che tutti gli esseri umani in quanto tali condividano un insieme di credenze fondamentali le quali costituiscono la base del loro comportamento. Com’è noto il filosofo americano ritiene tali credenze causate ma non giustificate dal mondo esterno. La loro giustificazione è una questione di coerenza interna all’immagine del mondo del senso comune, anche se egli si spinge a giudicarle, per la maggior parte, vere. Ma supponiamo di costruire un robot in grado di lavorare efficientemente in un ristorante. La macchina dovrebbe compiere gran parte delle azioni che un essere umano farebbe nelle medesime circostanze. E’ evidente che, dovendo il robot possedere in questo caso una teoria del mondo come lo vediamo, non potrebbe usare la fisica standard, poiché le teorie di quest’ultima non sembrano effettuare le giuste scansioni, per tipo e dimensione, della realtà.

Ne consegue che, pure nell’eventualità di poter trovare soluzioni esatte per ordinarie equazioni fisiche, sarebbe in genere impossibile estrarne le informazioni intuitive richieste per ulteriori azioni. Non resta che una conclusione plausibile. Occorre dotare il robot di una teoria che tenga conto delle proprietà e delle relazioni indispensabili nel nostro agire quotidiano, vale a dire della già citata teoria completa della realtà ordinaria. Il risultato è una rifondazione – e rivalutazione – della “fisica ingenua”, in quanto tale contrapposta a quella scientifica che apprendiamo dai manuali. Non solo. Anche la logica standard sembra essere di scarsa utilità in questo caso.

Ma, com’è ovvio, c’è qualcosa che non convince in questo tipo di approccio. Le radici della possibilità che il mondo, inteso nella sua struttura ontologica, sia veramente diverso da come appare al senso comune risiedono nell’incapacità da parte di quest’ultimo di spiegare una serie assai vasta di fenomeni, e non certo nell’assorbimento acritico – come Feyerabend ipotizzava – delle filosofie platonica e democritea. Come al solito le considerazioni di Feyerabend sono brillanti, ma ciò non toglie che esse restino, in ultima analisi, delle semplificazioni. E’ comunque sorprendente osservare come i filosofi si lascino spesso prendere dall’entusiasmo ogni volta che si manifesta la benché minima occasione di ristabilire la loro autonomia – o addirittura superiorità – nei confronti della scienza.

Non si tratta tanto del fatto che i principi centrali del senso comune sono stati sovvertiti da una tendenza che intende consegnare tutte le nostre credenze ordinarie all’ambito dell’errore sistematico. La verità, in questo modo, viene tutt’al più a essere confinata a una realtà che sta “oltre l’apparenza”, e analogamente l’ontologia finisce per essere confinata alla mera ripetizione della fisica post-galileiana. Occorre piuttosto capire in che misura il senso comune – che come sappiamo sbaglia assai spesso – possa fornirci un quadro plausibile, a livello ontologico, della realtà in cui siamo inseriti e della quale facciamo parte integrante. Tutto ciò rammentando un’osservazione di Sellars che è fondamentale per questo discorso. In un’immagine del mondo può darsi una verità-relativa-a-quell’immagine, anche se resta aperta la possibilità che tale immagine sia globalmente falsa.

Ecco alcune osservazioni a questo riguardo. Si ammette che “verità” da un lato e “verità del senso comune” dall’altro non sono la stessa cosa. Si ammette altresì che la fisica ingenua non è la fisica, e infine che piano ontologico e piano psicologico vanno tenuti distinti. Quando qualcuno sostiene che è possibile costruire una teoria comprensiva del mondo del senso comune, gli si può obiettare che una teoria simile è impossibile perché essa costituisce lo sfondo che regola la nostra vita: non possiamo cioé osservarla e giudicarla da un punto di vista esterno e neutrale. Diverso è il caso delle teorie scientifiche, poiché esse vengono costruite e valutate sempre partendo dalla teoria di sfondo del senso comune. Le affermazioni della fisica quantistica – si pensi all’esempio del gatto di Schrödinger – ci sembrano di primo acchito assurde proprio perché vengono filtrate dal repertorio di credenze che il senso comune ci mette a disposizione, credenze che noi tutti condividiamo nelle linee generali.

Nulla tuttavia impedisce di considerare la fisica ingenua in senso puramente pragmatico – vale a dire come un insieme di regole pratiche – oppure dal punto di vista psicologico, e cioè una disciplina che studia le credenze condivise dagli esseri umani circa l’ambiente (non solo fisico) in cui vivono. In tal senso, la fisica ingenua rientra nel dominio di competenza della psicologia sperimentale. Non dovrebbe sfuggire la differenza che corre fra gli approcci summenzionati. Da simili considerazioni si può tranquillamente derivare la conclusione che il complesso delle nostre credenze ordinarie costituisce, di per sé, un vero e proprio sistema di verità.

E una simile considerazione è difficilmente contestabile, a patto, ovviamente, che si sia disposti a parlare di verità-relativa-a-un-contesto: in questo caso, quello del senso comune. Il fatto che l’immagine del senso comune trascenda il pensiero del singolo individuo garantisce che verità ed errore si trovano effettivamente “al suo interno”; in altri termini, abbiamo dei criteri che ci consentono di discernere il vero dal falso nel mondo dell’esperienza quotidiana. Da un punto di vista ontologico più esteso, tuttavia, tutto ciò non garantisce affatto che vi sia corrispondenza tra immagine del senso comune e mondo, ed è proprio la scienza a farci comprendere un fatto filosoficamente così importante. Potremmo insomma essere nella condizione di vivere all’interno di un’immagine che, benché valida e utile dal punto di vista pratico, è falsa sul piano ontologico.

Il mondo del senso comune è indissolubilmente legato alla presenza di esseri come noi che, grazie a un particolare tipo di apparato percettivo, vedono la realtà articolata in un certo modo. Proviamo a immaginare un alieno dotato di un apparato percettivo del tutto diverso dal nostro e sbarcato sul nostro pianeta prima della comparsa dell’uomo. E’ ragionevole supporre che egli avrebbe visto un mondo diverso, e i dinosauri, per esempio, non gli sarebbero apparsi come oggi appaiono a noi nelle ricostruzioni dei paleontologi. Anche l’alieno avrebbe una teoria del senso comune, ma diversa dalla nostra. Ne segue che la realtà del senso comune non può essere immaginata indipendentemente dalla nostra esistenza.

Featured image, Thomas Reid.

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