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Politica 2014: i buoni, i brutti, i cattivi. E sui furbi e i fessi di Giuseppe Prezzolini.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Rina Brundu. Scagli la prima pietra chi, seguendo le recenti vicende politiche italiane, non si sia sentito un poco confuso. Disorientato. Il fatto è che, come accadde ad Einstein, anche a noi due cose sembrano sostanzialmente infinite: l’universo e le “vie oblique” della classe politica italiana, ma riguardo l’universo non ne siamo ancora sicuri. Di “sicuri” ci sono solo la morte e le tasse, anche se, essendo qualcuno riuscito nell’impresa di resuscitare, la nuova TASI potrebbe pure essere l’unico elemento certo con cui ci si dovrà confrontare. Prima di tutto per tentare di capire che cosa vuol dire.

Ma sono tutti così terribili questi nostri rappresentanti politici d’inizio 2014? A leggere le loro gesta mediatiche, riportate con abbondanza di particolari dai giornali pro e contro, una possibile categorizzazione potrebbe essere questa:

I buoni. Nel momento in cui si scrive, i buoni sono capitanati da Matteo Renzi che, per tanti versi, ricorda un Trinità d’annata; un Trinità interpretato da un Terence Hill nel fiore della gioventù. Naturalmente di Terence Hill, Renzi non ha né la bellezza né il carisma, né quel quid che lo ha reso unico e immortale, ma è pur vero che come Trinità riuscirebbe a tenere banco senza troppe difficoltà sia ad una riunione di reduci comunisti contro-tutti e contro-tutto sia ad un elegante Tea Party bostoniano frequentato dalla crema della società. Lo status-quo, credo, è procurato dal fatto che Renzi ci sa fare,  dice le cose giuste al momento giusto e le cose sbagliate (che pure propone con generosità), le cosparge di un velo obliante di ideale panna montata nella cui inebriante dolcezza il general populace si perde. I rappresentanti del gentil sesso prima dell’altra metà del cielo. Vero è però che “buono” non fa necessariamente rima con “affidabile”, “capace”, “risolvente”. Su questi aspetti time will tell con maggior discernimento di quanto possiamo fare noi e dunque meglio muovere innanzi.

Altri “buoni”, che si individuano con una veloce scorsa ai giornali, sono l’Alfano del grande-inciucio, il Premier Letta, i dirigenti di Fratelli d’Italia e gli ex-dirigenti PD oramai ridotti al rango di chierichietti, o dolci putti con le ali. Trinciate.

I brutti. Brutto vuol dire molte cose. Per esempio, secondo George Savile, marchese di Halifax: “Non c’è niente di più brutto della ragione quando non è dalla nostra parte”. Io modificherei leggermente questa scrittura in: “Non c’è niente di più brutto della ragione quando non è più dalla nostra parte” e quindi non esiterei ad indicare Silvio Berlusconi (la Pascale mi perdonerà!), come il leader indiscusso dei brutti. In questo caso però lungi da me l’idea di tracciare un qualsiasi parallelo, anche solo accennato, con il mitico, grandissimo Bud Spencer.

I cattivi. Sarà per colpa di Casaleggio, o per colpa delle continue sparate goliardiche dal blog; o, meglio ancora, per colpa della decisa riluttanza a mercanteggiare i suoi credo finanche con i nuovi rappresentanti della vecchia casta, sta di fatto che la Grande Stampa, quasi all’unanimità, assegna la corona di “cattivo” a Beppe Grillo. Insomma, sarebbe Grillo il Lupo Cattivo (straordinario!) della situazione e ogni cappuccetto-rosso (sarà un caso?), che osa fargli visita nella capanna nel bosco con proposte indecenti dovrebbe ormai sapere del destino che l’aspetta. Detto altrimenti, il cattivo Sentenza (Lee Van Cleef) de Il buono, il brutto, il cattivo (1955) di Sergio Leone, gli farebbe un baffo all’ex comico genovese. E  ho detto tutto.

Nella lista dei “cattivi” non si può però non includere l’onorevole Renato Brunetta, che della “cattiveria” millantata ha fatto un’arte remunerante: chapeau!

Ma è davvero così? E sono davvero valide tutte le altre etichette etiche appiccicate sulle spalle e/o sulla fronte – un po’ per culo, un po’ per sfortuna, un po’ per grazia e/o colpa dei soliti amici della parrocchia – degli altri politici? Anche questo dubbio mi assillava.

Nel dubbio, sono allora ricorsa alla saggezza di un grande giornalista italiano per trovare l’illuminazione: Giuseppe Prezzolini. Costui, infatti, nella sua raccolta di aforismi Codice della vita italiana (1921), non la manda a dire su quale sia la nostra vera natura di cittadini italici: politici e non. Il resto è silenzio. O vergogna, che dir si voglia.

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220px-PrezzoliniDei furbi e dei fessi

1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.

4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.

11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.

12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.

13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.

14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.

15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.

16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.

Featured image Lee Van Cleeff, il brutto di Il buono, il brutto, il cattivo (1966) di Sergio Leone. Seconda immagine Giuseppe Prezzolini.

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