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IL TEATRO DI DIONISO, o la democrazia nell’arte.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Sebastiano_Ricci_-_Dionysus_(1695)di Riccardo Alberto Quattrini. Scena, dramma, tragedia, coro, dialogo: sono queste le parole che diedero origine al teatro occidentale derivate e riferibili alle forme drammatiche sorte nell’antica Grecia. La parola “teatro” è connessa al verbo greco “theaomai” guardare. Pertanto il teatro è “il luogo in cui si guarda”.

La leggenda attribuisce le prime forme di teatro al musico Tespi.

Ci narra Plutarco nella Vita di Solone che, (in un anno che le cronache ateniesi fissavano tra il 535 e il 532 a.C.) Solone, il saggio legislatore di Atene, fosse lì quando Tespi mise in scena il primo spettacolo teatrale della storia dell’umanità. Solone, sempre curioso di apprendere cose nuove e amante dei divertimenti, fosse andato di buon grado a vedere lo spettacolo del musico. Ma più il dramma procedeva e più Solone s’infuriava. L’attore, uno solo, come si usava all’inizio, dialogava con il coro rappresentando una vicenda del mito. Fingeva di essere chi non era, di incarnare un eroe o un   dio. E questo a Solone non piacque. Alla fine dello spettacolo, affrontò Tespi con durezza, agitandogli il bastone sotto il naso. “Non ti vergogni di raccontare tutte queste fandonie davanti a così tanta gente? Che ne sarà della nostra città se simili divertimenti vi prendono piede?”. Questo rappresenta ciò che ricorre, invariabilmente, ogniqualvolta si affaccia un nuovo mezzo di comunicazione.

La sorte del teatro, infatti, anticipava quella del cinema, della televisione, di internet. Chi è abituato alle forme tradizionali della comunicazione, come Solone, che era anche un grande poeta lirico, vede nelle novità un segno di crisi e decadenza.

Come aveva insegnato il sommo Omero, le storie degli dei e degli eroi dovevano essere cantate dai poeti, come sempre si era fatto. Che un uomo indossando una maschera, pretendesse invece di essere lui stesso un dio o un eroe era una bestialità. Ma questa era l’essenza e la straordinaria novità del teatro. La finzione, l’invenzione di un mondo altro da quello quotidiano. Oggi può sembrarci banale, ma 2500 anni fa era rivoluzionario.

Solone, come molti di coloro ostili al cambiamento, perse la sua battaglia. Bastarono pochi decenni affinché il teatro divenisse una delle forme d’arte più importanti della città di Atene. In seguito all’ellenizzazione di tutto il Mediterraneo orientale da parte di Alessandro Magno, non c’era città degna di questo nome che, accanto alle terme e ai ginnasi, non vantasse anche un teatro.

Il teatro, per gli Ateniesi del V secolo a.C., era dunque un grande spettacolo popolare, nella cornice di una festa religiosa dedicata a Dioniso. Un’occasione in cui tutta la città si ritrovava riunita, come in un’assemblea, per rimettere in discussione i suoi valori essenziali e i fondamenti stessi della vita associata. Le opere dei grandi drammaturghi greci, che ancora oggi sono annoverati, a ragione, tra i capolavori supremi dell’ingegno umano come: Eschilo, Sofocle ed Euripide per la tragedia; Aristofane e Menandro per la commedia. Non erano, come quelli dei tempi moderni letterati o intellettuali, ma semplicemente uomini di teatro: registi, musicisti, coreografi, e in origine attori essi stessi dei loro drammi.

Tutto, dunque, ebbe inizio con Tespi, personaggio semileggendario, giunto ad Atene dall’Icaria, verso la metà del VI secolo. Si narrava che il suo carro trasportasse i primi attrezzi di scena, arredi scenografici, costumi e maschere teatrali.

Per l’evoluzione del genere comico, fondamentali furono i Phlyakes (Fliaci). I Fliaci, erano attori professionisti con un carattere nomade, provenienti dalla Sicilia, erano soliti muoversi su carri che fungevano anche da spazio scenico. Gli attori portavano maschere molto espressive, una stretta camicia e rigonfiamenti posticci, il costume prevedeva anche un grande fallo, esibito o coperto dalla calzamaglia.

Se da sempre l’origine del teatro aveva affascinato filosofi e storici di allora come Aristotele, il quale sosteneva che il teatro derivava da rituali e canti dionisiaci che prevedevano la partecipazione di un coro. Anche i moderni non furono da meno se consideriamo il celebre saggio che Friedrich Nietzsche, allora professore di filosofia classica a Basilea, pubblicò nel 1872 dal titolo: La nascita della tragedia.

Il coro o specificamente “coro greco” è un elemento fondamentale del teatro dell’antica Grecia. Il coro costituisce, fino alla nascita della tragedia, l’avvenimento principale delle dionisie, le festività annuali in onore del dio Dioniso. I coreuti, originariamente dodici, portati quindici da Sofocle, eseguivano passi di danza cantando o recitando ditirambi (canti corali in onore di Dioniso), dapprima frutto di un’improvvisazione poi, nel VI secolo a.C. organizzati in una forma narrativa. In seguito, il capo del coro, si sarebbe progressivamente ritagliato il ruolo di prim’attore dove, in seguito, se ne sarebbero aggiunti anche altri. Ma, secondo una ferrea convenzione, mai più di tre, cui il teatro greco tenne sempre fede. E tutti sempre e soltanto maschi: come accadrà ancora, secoli dopo, nel teatro elisabettiano, le donne non potevano recitare.

Fu il teatro greco a inventare intorno al V e IV secolo a.C., la mecchanè, una sorta di gru composta da bracci di legno e da un sistema di pulegge, esso serviva per sollevare una persone, che veniva calata in mezzo al coro per simulare l’intervento di un dio sulla scena, da cui deriva l’espressione latina Deus ex machina. I’accezione di tale espressione si è poi ampliato nel tempo, andando ad indicare qualsiasi soluzione di una storia che non presti il dovuto riguardo alla logica interna della storia stessa, era una sorta di soccorso, un aiutino, a favore dell’autore quando non sapeva come concludere la storia nel modo voluto. Euripide nella Medea nel 431 a.C., è un notevole esempio dell’uso di questo marchingegno da parte di un personaggio non divino.

Anche allora iniziarono a diffondersi i concorsi meglio conosciuti come agoni, in cui era messo in palio un premio per il miglior poeta. Gli Ateniesi presero sul serio tali gare, creando delle vere tifoserie. L’arconte eponimo, massima autorità politica di Atene, una sorta di presidente della Repubblica, aveva il compito di vigilare sulla regolarità di tali agoni. Spettava a lui decidere, ogni anno, gli autori che venivano ammessi alle gare. Compito dei giurati era quello di determinarne il vincitore. Essi in numero di dieci, venivano estratti a sorte da alcune urne custodite sull’Acropoli fino al giorno delle gare. Ogni spettacolo era sponsorizzato da un ricco personaggio che si chiamava corego, egli si
assumeva l’onere di tutte le spese necessarie (costumi e vitto per la compagnia teatrale, scenografie etc.). Essere corego di un dramma di successo poteva comportare un non indifferente prestigio politico. Troppo alta era dunque la posta in gioco, pur se era prevista la pena di morte a chiunque manomettesse le urne, per impedire casi di brogli e minacce ai danni dei giurati, per assicurare la vittoria a un’opera piuttosto che a un’altra.

Basti pensare che, tra i coreghi, figuravano i più grandi uomini politici ateniesi. Temistocle, il vincitore della battaglia navale di Salamina (480) a.C.), che spezzò il sogno persiano di conquistare la Grecia, sponsorizzò una tragedia del poeta Frinico che metteva in scena proprio quella battaglia.

Lo stesso fece Pericle, allora giovanissimo, quando nel 472 a.C. si assunse le spese della tragedia dei Persiani di Eschilo, ancora una volta incentrata sulle guerre persiane e sull’episodio di Salamina. Eschilo stesso aveva partecipato alle guerre contro l’invasore persiano: era in prima fila, nella fanteria pesante degli opliti, nella piana di Maratona (490 a.C.), stringendo lo scudo rotondo nella sinistra e la lunga lancia nella destra, ed era anche lui andato all’attacco delle navi nemiche ormeggiate sulla spiaggia.

I Persiani di Eschilo, rappresentata per la prima volta nel 472 ad Atene, è in assoluto la più antica tragedia che ci sia pervenuta integra. La tragedia è ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove Atossa, madre del regnante Serse, e i dignitari di corte attendono con ansia l’esito della battaglia di Salamina. La battaglia di Salamina fu una battaglia navale che ebbe luogo verso la fine di settembre del 480 a.C., quando la flotta greca, guidata da Temistocle e Euribiade di Sparta, sconfisse la flotta persiana nello stretto che collega il golfo Saronico alla baia di Eleusi.

In un’atmosfera cupa e luttuosa, colma di presagi funesti, che induce a non gioire per una vittoria, ma a meditare sul dolore e sulla precarietà che accomuna tutti gli esseri umani, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Poco dopo arriva un messaggero, che porta l’annuncio della totale disfatta dei Persiani. La battaglia viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte, poi con l’analisi delle fasi dello scontro e infine il quadro desolante delle navi distrutte in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto.

Lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa. Lo spettro dà una spiegazione etica alla disfatta militare, giudicando la giusta punizione per la tracotanza di cui si è macchiato il figlio, nell’aver osato cercare di conquistare il Mar Egeo con la sua flotta.

Arriva infine il diretto interessato, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il proprio lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia.

Era comune, nei primi decenni della storia del teatro, che i drammi narrassero vicende contemporanee, mentre solo in seguito l’argomento della tragedia divennero le storie dei grandi eroi e delle grandi eroine (Agamennone, Edipo, Antigone, Eracle, Medea etc.) tratte dal vasto patrimonio mitologico dei greci. Non bisogna pensare, tuttavia, che drammi come i Persiani fossero banali celebrazioni patriottiche. Eschilo, che nelle guerre persiane aveva combattuto, perdendo anche un fratello morto sul campo, e davanti a persone che avevano sofferto duramente la violenza degli invasori, vedendo le loro case incendiate e i loro parenti uccisi; come Frinico, prima di lui, racconta le guerre persiane dal punto di vista del nemico. Sarebbe come se, per commemorare le vittime delle Torri Gemelle, un presidente degli Stati Uniti facesse trasmettere a Times Square un film che partecipa al dolore dei parenti di Bin Laden per la morte del leader di Al-Qaeda. Oggi impensabile. Onore, dignità, correttezza, era ciò che provavano i soldati allora impegnanti nelle battaglie, anche le più cruente.

Era ciò che il teatro permetteva allora: una zona franca, in cui si poteva dire tutto ciò che era impossibile dire dalla tribuna dell’assemblea. Le critiche, anche le più feroci, alla democrazia ateniese, erano ammesse, come quelle che Euripide fa pronunciare all’araldo nella sua tragedia Le Supplici. Il sistema patriarcale e maschilista su cui si reggeva la società ateniese poteva essere messo in discussione nelle tragedie in cui i personaggi femminili come Clitennestra o Medea rifiutavano il loro ruolo subordinato e prevalevano sui maschi. O nelle commedie, in cui, come nella Lisistrata o nelle Donne nell’assemblea (Ekklesiazousai) di Aristofane, le donne prendevano il potere e deliberavano persino sulla guerra. Quello del teatro era davvero un altro mondo. Per questo le rappresentazioni avevano bisogno di uno spazio tutto loro, uno spazio sacro a Dioniso, signore dei travestimenti e degli inganni.

E’ solo nel 487 che la commedia entra ufficialmente negli agoni teatrali. Ha il suo massimo esponente in Aristofane, vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo a.C. Le sue opere sono di un’eccezionale e straordinaria fantasia. Una comicità sbrigliata, oscena, incredibilmente creativa sul piano del linguaggio e delle trame, che non risparmia nessuno degli uomini in vista nell’Atene di quel tempo. Se fuori dal teatro nessuno avrebbe tollerato simili insulti, tutto ciò era possibile sulla scena. I personaggi di Aristofane potevano impunemente additare al ludibrio i maggiorenti della città. Potevano dire che Cleone, il leader politico più influente dopo la morte di Pericle nella peste del 430 a.C., era un rozzo criminale, ladro e guerrafondaio. Potevano trattare Socrate, il sommo tra i filosofi, come un ridicolo ciarlatano che misura le zampe delle pulci e studia i peti delle zanzare. Potevano aggredire verbalmente tutti i poeti rivali di Aristofane, compreso il grande Euripide, nella realtà aristocratico e poeta raffinatissimo, ma sulla scena comica figlio di un’ortolana che scrive versi privi di senso. Il pubblico, peraltro, non restava indifferente a tutte queste provocazioni. Non dobbiamo immaginarci un teatro antico alla stregua di quelli moderni, dove tutti stanno seduti compunti. Il teatro di Dioniso ad Atene, per esempio, doveva essere una bolgia infernale. Gli spettacoli duravano giorni, in una non-stop che andava dall’alba al tramonto. Gli spettatori bivaccavano in teatro, mangiavano fichi secchi e bevevano vino a volontà, tiravano ortaggi agli attori che non fossero di loro gradimento. Un allievo di Aristotele, il grande scienziato Teofrasto, nella sua deliziosa operetta intitolata I caratteri, ci parla del tipo d’uomo disgustoso che, in teatro, applaude quando gli altri non lo fanno e fischia quando tutti approvano; e che, quando c’è un momento di silenzio, si alza e fa un rutto perché tutti si voltino. Meglio allora il tipo dello Sciocco, che si limita a dormire durante le rappresentazioni e non si sveglia neppure quando tutti sono usciti. Del resto, a teatro, allora, non c’erano le cortesi signorine che ti accompagnavano al tuo posto numerato. C’era invece un corpo speciale di energumeni che era incaricato di mantenere l’ordine e portava il nome significativo di rabdouchoi, mazzieri. E’ necessario tenere presente il fermento culturale che caratterizzava l’Atene di quegli anni. Filosofi e pensatori stavano dando vita ad una rivoluzione del pensiero che sarebbe stata alla base della cultura europea nei secoli e nei millenni successivi, ma che veniva vista, come tutte le novità, con sospetto dagli ambienti più conservatori della città, i quali vedevano minacciati la religione ufficiale ed i valori tradizionali.

E dunque, dalla culla di Atene, il teatro si diffuse in tutto il mondo antico. Cambiò natura, e divenne meno anarchico e meno violento, ma anche meno politicamente rilevante, di quanto fosse all’inizio. Anche gli imperatori romani lo amarono: ma il teatro non fu mai più, ciò che fu 2500 anni prima ad Atene.

 Featured image, Zeus e Semele, dipinto di Sebastiano Ricci, 1695 ca, Firenze, Uffizi.

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