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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Il sottile fascino del nylon

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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800px-PA6-PA66di Riccardo Alberto Quattrini. Uno sciroppo colloso, filante come formaggio fuso, questo ciò che apparve agli occhi degli inventori nel 1937 del primo campione di Nylon appena sintetizzato, nei laboratori della Du Pont. Una rivoluzione alla quale certo non pensava il francese studioso di chimica Eleuthère Irènèe Du Pont de Nemours, quando - immigrato nello stato americano del Delaware - nel 1802 aprì un impianto per la produzione di polvere nera. Proprio da quella piccola azienda di tipo familiare nel 1938 uscì il nylon inventato da Wallace Hume Carothers, pioniere della moderna chimica delle “grandi molecole”, morto suicida, pochi mesi dopo, aver ottenuto un enorme successo. La prima fibra sintetica fu definita “resistente come l'acciaio e delicata come una ragnatela”. Che farne, si chiesero gli scopritori di quella strana pasta? La prima idea, le grandi fortune nascono anche così, fu quella di filarla come seta per farne calze da donna. Da quel momento, Nylon e seduzione femminile sono legati da un filo invisibile e ininterrotto.

L’anno successivo le calze di nylon iniziarono a essere vendute in pochi negozi di Wilmington, la cittadina dove aveva sede la Du Pont. Il successo fu immediato e travolgente. Giacché per acquistarle donne e uomini arrivavano persino da New York, la distribuzione fu avviata subito in tutto il Paese americano, sino a raggiungere, dopo il primo anno, la quota di sessantaquattro milioni di paia vendute.

Nel 1940 con l’inizio della Seconda guerra mondiale, la produzione di calze in nylon fu interrotta, le donne finivano col disegnarsi sulle gambe, quella cucitura posteriore che caratterizzava le loro amatissime compagne quotidiane. Durante la guerra, il Nylon svolse un servizio a tutto campo, che dura tuttora: tende, paracaduti, tute militari, cordami, fili da sutura chirurgica, rinforzi per pneumatici. Terminato il conflitto, riapparvero in tutta la loro desiderabilità. E fu subito un delirio: davanti ai negozi si formavano lunghe code di donne (come pure di uomini “incaricati” all’acquisto) e, fra di esse, non mancò nemmeno qualche lite furiosa per l’accaparramento.

Le calze di Nylon sbarcano in Europa con i soldati americani come il chewing gum e la Coca Cola. Il boom continuò per tutti gli anni Cinquanta e raggiunse l’apice negli anni Sessanta: le minigonne di Mary Quant che, con un colpo di forbice, rivoluzionò la moda. Le gonne in similpelle con gli stivali di plastica resero obbligatorio il collant. Scomparvero i reggicalze, torneranno in seguito sul filo di una più sottile seduzione, intanto le fibre sintetiche hanno conquistato tutta la biancheria femminile e gran parte del resto dei capi d’abbigliamento.

Sono anche gli anni della pop art. Andy Warhol, George Segal e gli altri espongono gli oggetti della vita quotidiana, legittimando la presenza dell’arte di ogni materiale non nobile, il Nylon e le altre plastiche in prima fila.

Non poteva, di certo, restarne immune il cinema, al fascino del nylon. Kim Basinger le lanciava in faccia a un Mickey Rourke curioso e divertito. Nella locandina de: “Il laureato” di Mike Nichols, abbiamo un primo piano delle gambe di Anne Bancroft che s’infila il collant davanti a un giovane Dustin Hoffman. E “Bella di giorno”, del 1967 per la regia di Luis Buñuel con Catherine Deneuve, Jean Sorel e Michel Piccoli. Anche i film italiani risentirono di quel richiamo seducente. Sophia Loren le tirava giù lentamente di fronte a un Marcello Mastroianni sussultante e impaziente. Una provocante Silvia Mangano, nel ruolo della mondina, indossava delle lunghe calze nere, nel film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis, con un giovanissimo Vittorio Gassman. Altro film simbolo fu “Malizia”, di Salvatore Samperi, con una giovane e bellissima Laura Antonelli che turba i sogni del giovane Alessandro Momo. Anche Carlo Verdone in “Un sacco bello” nei panni di Enzo il bullo voleva andare a Cracovia con l’amico Sergio, portandosi stilografiche e collant per conquistare le donne polacche, dicendo: “Ognuna di queste è un coito”.

Insomma, che fosse “Ieri, oggi e domani” o “Nove settimane e mezzo”, non c’è stato spogliarello femminile che non abbia avuto nelle calze un ingrediente di seduzione fondamentale. La calza perciò, è da sempre un’arma di seduzione del gentil sesso. E gli uomini lì, inebetiti e avvinti da una trasparenza malandrina e tentatrice, di un pizzo o di un ricamo ammiccante. Ma il menage quotidiano dei nostri tempi impone pragmatismo. Si lavora, si corre, si compete, c’è poco tempo per fare le civette e per giocare alle “sex bomb”. La donna con gli uomini combatte, non amoreggia. Allora ecco il collant: pratico, veloce e resistente, anche se nemico giurato del maschio e barriera, a volte insormontabile, per un improvviso impeto ormonale. La scelta può cadere altrimenti sulla sbarazzina calza di cotone o addirittura sull’orribile gambaletto, autentica tomba dell’eros. Il reggicalze è ormai in soffitta, mentre le gloriose autoreggenti, che pure non tramontano mai, restano lì, nel cassetto, in attesa di momenti speciali sempre più rari.

Featured image, formula di struttura di due nylon: il nylon 6,6 (in alto) e il nylon 6 (in basso).

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