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1871 PARIGI BRUCIA! – O della rivolta del “quarto stato”.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Prise_de_la_Bastilledi Riccardo Alberto Quattrini.

Allons enfants de la Patrie,

Le jour de gloire est arrivé!

Contre nous de la tyrannie,

L’étendard sanglant est levé!

L’étendard sanglant est levé!

Estendez-vous dans les campagnes

Mugir ces feroce soldant?

Ils viennent jusque dans nos bras

Egorgers nos fils et nos compagnes.

E’ la sera del 28 marzo 1871 e all’Hotel de Ville quando i parigini festeggiarono a migliaia e a migliaia cantarono la Marsigliese, inno della rivoluzione del 1789, mentre sul pennone del municipio sventolava la bandiera rossa, e tra le strade si consumò un epico (e tragico) tentativo di autogestione. L’esperimento rivoluzionario che sconvolse Parigi, fu definito da Karl Marx “Un assalto al cielo…”.

Insieme alla ribellione di Spartaco, la Comune di Parigi è parte integrante della memoria storica e simbolica del movimento operaio, nelle sue componenti anarchica, socialista e comunista, indipendentemente dalle divergenti interpretazioni. Per la prima volta i lavoratori, la plebe, prendono il potere, entrano nella stanza dei bottoni e assaporano l’ebbrezza dell’autogoverno e della liberazione. Il “Gazzettino rosa” periodico vicino al nascente socialismo italiano scrisse: “Solo la rivoluzione del 18 marzo di Parigi ha dato l’iniziativa di una grande idea destinata, noi crediamo, a riscattare i popoli da tutte le tirannidi economiche e politiche”. Ed era certamente vero, visto l’afflusso di numerosi volontari da tutta Europa. Fin da subito, quindi, la Comune travalica i confini francesi e assume così una portata internazionale.

Se la rivoluzione del 1789 vide al centro della scena la borghesia definita “terzo stato” in questo frangente, fu proprio il proletariato, ovvero “il quarto stato” a guidare la rivoluzione contro il capitalismo. Una classe che per poco più di due mesi, dal 18 marzo al 28 maggio, diede vita alla Comune di Parigi.

Marx venne allora additato come l’artefice di quella rivolta, anche se all’epoca della rivoluzione parigina era esiliato a Londra, e aveva in realtà, nel settembre 1870, sconsigliato alla classe operaia francese di rovesciare il governo repubblicano in carica, poiché “nella crisi presente […] sarebbe una disperata follia”. Tuttavia Marx affermò anche che la guerra contro la Prussia poteva trasformarsi in rivoluzione e così, quando il 18 marzo Parigi si sollevò, il filosofo rivide i propri giudizi ed elogiò i comunardi, meritevoli a suo dire di aver tracciato “un punto di partenza d’importanza storica universale”. Il 30 maggio 1871 le idee di Marx furono pubblicate nel saggio: “La guerra civile in Francia”, andato a ruba. Marx scrisse che “per il passaggio dal capitalismo al socialismo” la “Parigi operaia sarà celebrata in eterno come l’araldo glorioso di una nuova società”.

Ma quale furono le circostanze che diedero vita a quella rivolta?

Il contesto fu quello a seguito delle sconfitte militari della Francia dell’Imperatore Napoleone III contro la Prussia guidata da Otto von Bismarck. La popolazione di Parigi impose la proclamazione della Repubblica, contando di ottenere riforme sociali. Protagonisti gli operai, organizzati in “club” dove diffondevano un’ideologia che era un mix di elementi giacobini (ereditati dalla rivoluzione del 1789), marxismo e teorie anarchiche e utopiste. Una polveriera ideologica invisa al governo repubblicano. La tensione salì alle stelle il 18 settembre, quando i prussiani giunsero alle porte di Parigi. La componente proletaria del partito voleva resistere a ogni costo, mentre il governo sembrava propenso a trattare la pace. Il movimento operaio invece chiese ai parigini di “salvare patria e repubblica”, temendo un ritorno della monarchia. Come? Fondando al più presto un governo di autogestione.

A questo punto un grande brivido corse lungo la schiena delle classi dirigenti europee. Con gli occhi allarmati, la borghesia assistette alla più seria minaccia al proprio potere e comprese subito la pericolosità dell’esempio comunardo. Quell’infezione, quel virus, potrebbe diffondersi oltre i confini francesi, così reagì militarmente e culturalmente senza mezzi termini. La stampa titolò che i comunardi vogliono instaurare il comunismo, di voler espropriare i ricchi, di massacrare gli oppositori in un’orgia di sangue e di aprire le porte al caos dell’Internazionale.

Quando, il 18 marzo, le truppe governative tentarono di requisire i cannoni in mano ai parigini, la popolazione scese in strada e trascinò dalla propria parte anche molti soldati regolari. Messi in fuga gli ultimi “versagliesi”, i rivoltosi eressero barricate in tutta la città e invasero i principali edifici governativi. Infine, la sera di quello stesso giorno, occuparono l’Hotel de Ville (sede del municipio) e vi issarono la bandiera rossa, simbolo della rivoluzione appena compiuta e della sua anima socialista.

Privi di un piano d’azione, i comunardi non approfittarono però del frangente per attaccare Versailles, lasciando così ai rivali il tempo di riorganizzarsi. Thiers, a capo dell’esecutivo francese in lotta con la Comune, non avendo un numeroso esercito, pregò Bismarck di riconsegnargli gli oltre 100 mila prigionieri di guerra e gli disse: “lasci a me  il compito di compiere la repressione del brigantaggio antisociale che ha preso sede a Parigi a nome della causa dell’Ordine”.

Frattanto i comunardi, passata la grande sbornia dei festeggiamenti, affidarono le sorti di Parigi a un Comitato centrale incaricato di attuare i decreti emessi dal Consiglio. Comitati di vigilanza rionali e rappresentanti degli arrondissements divennero gli esecutori di provvedimenti che in pochi giorni investirono ogni settore della società.

In primo luogo, fu abolito l’esercito delegandone le funzioni al “popolo in armi”. Poi si equipararono gli stipendi dei dirigenti pubblici a quelli degli operai, vennero requisiti tutti gli alloggi vuoti (riassegnati ai bisognosi), si sospesero gli sfratti e si occuparono le fabbriche (affidate agli operai). Vennero quindi stabilite la separazione Stato-Chiesa e la laicità della scuola (non senza eccessi anticlericali, se si pensa che alcuni giornali si dilettarono a definire la Vergine “una prostituta” e Giuseppe “un cornuto”). Oltre a ciò, con gesto simbolico, fu abbattuta la Colonna Vendome, monumento celebrativo dei successi di Napoleone Bonaparte. La rottura con il passato imperiale non poteva essere più esplicita. E fu sull’onda di questo entusiasmo rivoluzionario che il poeta Eugène Pottier compose i versi dell’Internazionale, canzone il cui titolo inneggiava all’Associazione internazionale dei lavoratori, nata a Londra nel 1864.

Oltre agli operai, giocarono un ruolo di primo piano le donne. Già prima della rivolta di marzo molte donne avevano condotto una campagna per i diritti civili, partecipando alle riunioni dei club operai. Con la nascita della Comune, frange operaie femminili combatterono in prima linea conducendo in parallelo una politica per parificare le loro condizioni lavorative e salariali a quelle maschili. Tanta buona volontà fu però compromessa da una generalizzata mancanza di coordinamento. Il che favorì la feroce reazione di Thiers, che il 21 maggio, a capo delle truppe francesi entrò in città.

Dietro le barricate, a difendere il sogno comunitario, si schierò quasi l’intera popolazione, incluse le donne con i figli al seguito. Incuranti di ciò, i soldati avanzarono impietosi trasformando le vie in un mattatoio, tra cannonate ed esecuzioni sommarie di tutti i sospetti comunardi: persino sui cadaveri ci si accanì con le baionette. Bombe a petrolio usate dagli attaccanti causarono incendi in tutta Parigi, ai quali si aggiunsero quelli appiccati dai rivoltosi (si diffuse allora la diceria sulle pétroleuses, comunarde accusate di alimentare il fuoco e per questo uccise a decine). Al culmine della repressione si scatenò una caccia al comunardo nel cimitero Père-Lachaise, dove centinaia di ribelli furono fucilati  contro un muro, oggi dedicato alla loro memoria. Così, già il 28 maggio Thiers poté dichiarare che “Il suolo è disseminato di loro cadaveri. Tale spettacolo spaventoso servirà di lezione “. In tutto, le vittime di quella “settimana di sangue” furono circa 30 mila, anche se fonti dell’epoca si fermano a 20 mila.

Ma che cosa restò di quell’esperimento soffocato nel sangue? Nel 1873 fu rimessa in piedi la Colonna Vendome e cominciò l’edificazione della Basilica del Sacro Cuore, nata per “espiare” i crimini dei comunardi: donne e uomini che secondo papa Pio IX (1792-1878) erano “sfuggiti all’inferno”, ma il cui tentativo sarà il faro delle rivoluzioni socialiste e comuniste del Novecento, prima fra tutte quella russa del 1917.

Secondo Lenin, la Comune di Parigi, pur non avendo dato vita alla “dittatura del proletariato” che lui auspicava, aveva mostrato al mondo “la forza della guerra civile”. Il rivoluzionario russo scrisse infatti che “la Comune e la bandiera rossa” furono “un pericolo mortale per il vecchio mondo fondato sullo sfruttamento”. Il filosofo tedesco Karl Marx indicò l’impero zarista come il luogo dove il comunismo si sarebbe potuto realizzare più facilmente. In una lettera alla rivoluzionaria Vera Zasulic affermò che in Russia, quasi immune dalla Rivoluzione industriale, c’erano teoricamente, le condizioni per passare a piè pari la fase del capitalismo, passando direttamente al comunismo fondato sulle antiche comunità rurali.

Featured image, Presa della Bastiglia (Jean-Pierre Houël, 1789).

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