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Sulla mia passione per quel fenomeno-mediatico di Dan Brown

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

200px-DaVinciCodedi Michele Marsonet. A costo di passare per individuo ingenuo e rozzo, confesso di essere un lettore attento e appassionato dei romanzi di Dan Brown. Ho iniziato con Il codice da Vinci, poi sono andato a ritroso leggendo Angeli e demoni e La verità del ghiaccio, e ho acquistato Il simbolo perduto e Inferno quando sono usciti.

Naturalmente mi rendo conto che Brown non è un autore che passerà alla storia della letteratura, né mi sfugge il fatto che è diventato – libro dopo libro – un fenomeno mediatico. Mi chiedo, tuttavia, cosa ci sia di male nel ricavare dalla lettura un semplice divertimento. Questo è in sostanza il suo intento. Come ha confessato candidamente in una recente intervista, Brown vuole scrivere romanzi che possano essere letti in completo relax sulla spiaggia. Nulla di più, nulla di meno, e a mio avviso ci riesce.

Per quanto mi riguarda Robert Langdon, il docente di Harvard con perenne giacca di tweed e mocassini, è un personaggio che accompagna in modo piacevole i miei rari momenti di svago. Provo dispiacere quando perde l’orologio di Topolino che tiene sempre al polso e vado in ansia se la sua vita è in pericolo come spesso accade. Anche se so benissimo che tutto finirà bene. In caso contrario il nostro autore potrebbe ritrovarsi in imbarazzo come Arthur Conan Doyle, costretto a resuscitare Sherlock Holmes, dopo averlo liquidato, a causa della pressione dei lettori.

Alcuni colleghi che insegnano letteratura hanno tentato di convincermi che, così facendo, dimostro di essere una persona dozzinale. Uno, insomma, che si diverte leggendo romanzi di infimo livello (oppure “commerciali”, aggettivo che quando viene usato dai professori universitari assume subito una valenza minacciosa e terribile).

Non m’impressiono affatto e vado avanti, chiedendomi ora in quali avventure Langdon sarà impegnato la prossima volta. Perché è proprio lui, in fondo, a rendere passabilmente accettabile la trama. E’ un contrappeso di buon senso ai personaggi – loro sì, poco plausibili – che lo circondano, tipo il terribile Mal’akh de Il simbolo perduto o la Sienna Brooks di Inferno.

Prendo nota diligentemente delle incongruenze che via via i critici scoprono in ogni romanzo, delle ricostruzioni storiche a volte approssimative, degli effetti volutamente cinematografici che si ritrovano gettati a piene mani nelle pagine. Eppure Dan Brown almeno in un campo è maestro: catturare l’attenzione di chi legge. Mica roba da poco per uno scrittore di thriller.

E non è la prima volta che mi trovo costretto a difendere i miei gusti “dozzinali” in tema di letture. Se oso dire che, passando al fantasy, mi diverte più Terry Brooks del grande J.R.R. Tolkien, che può succedere? L’inevitabile, ovviamente. Essere accusato di mettere a confronto il mostro sacro con uno scrittore scialbo e, per di più (secondo alcuni), copione. Ma anche in questo caso la lettura de La spada di Shannara mi rilassa, quella de Il signore degli anelli no. Meglio dunque seguire il proprio istinto e lasciar perdere l’acrimonia dei critici letterari, soprattutto se sono anche professori all’università.

Che dire? La letteratura ha anche, almeno a mio avviso, un aspetto ludico. Joyce e Toltstoj per me vanno benissimo, purché assunti a piccole dosi. Poi arriva il momento – se si è normali – di passare a letture più leggere, soprattutto nei momenti di stanchezza. Salgari e Dumas conservano il loro ruolo, senza nulla togliere ai due grandi dianzi citati.

Lunga vita, dunque, a Dan Brown e al suo eroe Robert Langdon. E pure a Terry Brooks, al suo druido Allanon e all’intera stirpe di Shannara. Poco importa cosa pensano i critici. L’essenziale è scoprire, alla fine di una giornata faticosa, che qualcuno scrive col solo intento di divertire – e rilassare – il lettore di turno.

Featured image, The Da Vinci Code, cover.