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Grazia Deledda: ELIAS PORTOLU, apologia scritturale dell’alterità letteraria isolana.

220px-Grazia_Deledda_1926di Rina Brundu. Insieme a Cenere (1904), l’Elias Portolu** (1900) è uno di quei romanzi di Grazia Deledda che si fanno ricordare, nonostante gli anni trascorsi dalla prima lettura. Ed è, per quanto mi riguarda, una delle opere che giustificano in pieno i riconoscimenti letterari internazionali dati a questa grande donna sarda, con buona pace dei suoi molti detrattori. Nello scritto che segue non intendo avventurarmi in un’altra interpretazione delle tematiche o pseudotematiche che in questo particolare lavoro avrebbe affrontato l’autrice, più o meno coscientemente – di tali speculazioni è piena la Rete - né voglio perdermi in un’altra ricapitolazione della trama(1) che, per questo motivo, pubblico in calce.

L’intenzione è come sempre quella di tentare una breve analisi tecnico-scritturale dell’opera in questione, adottando una prospettiva fortemente critica che permetta di trarre una qualche macro-conclusione capace di sostenere la mia tesi di fondo, ovvero che l’Elias Portolu sia anche uno dei pochi romanzi-capolavoro della letteratura italiana. Il fattore “eccellenza” dentro un limitato contesto geografico è purtroppo da sottolinearsi e fa equivalenza con il brutale dire che l’Elias Portolu non è comunque un capolavoro della letteratura mondiale. L’ultimo statement non è uno statement logico, non è una consequentia-rerum e matter-of-fact rispetto ad un immaginifico limite autorale (sebbene pure questo sia un elemento da considerarsi, come dirò poi), ma è piuttosto uno statement-tecnico, per lo più determinato dalla mia convinzione che il meglio della sua potenzialità, la letteratura mondiale l’abbia prodotto solamente due decadi dopo la scrittura di quest’opera deleddiana; ovvero, che l’abbia prodotto non all’interno di un contesto veristico, decadentistico, pseudo-naturalistico, quanto piuttosto dentro le dinamiche moderniste di matrice culturale europea delineate e tracciate dall’arte insuperata dei vari Kafka, T.S. Eliot, Ezra Pound e pochi altri (non si può considerare il grandissimo Pirandello – non fosse altro per l’humus provinciale dentro cui si è manifestata la sua vena ispirata – un modernista-tout-court, e queste sciocchezze non bisognerebbe scriverle, neppure in Rete!).

Troppo presto quindi per la Deledda per profittare di tali benefici influssi? Non direi, questo perché l’arte deleddiana – come sovente accade mentre ci si confronta con le dinamiche asfittiche e spesso ingombranti del microcosmo-isola – quando raggiunge l’apice delle sue potenzialità – l’Elias Portolu docet! – sviluppa un tratto proprio, riconoscibilissimo. Un tratto unico determinato dalle peculiarità della sostanza socio-culturale che andava trattando, e condito dunque di quell’ingrediente esclusivo capace di giustificare e determinare in maniera formidabile le ambizioni letterarie dell’alterità isolana in questione: la sardità dell’autrice e la nostra. Da questo punto di vista si può anche dire – la perfezione dell’incipit che segue lo dimostra – che in romanzi come l’Elias Portolu, la produzione della Deledda sovrasta di tanto tutta la produzione letteraria italiana ad essa contemporanea, nonché ogni tentativo fatto nell’ultimo quarto di secolo, da parte di una nutrita schiera di autori sardi, di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità letteraria che pende sulle loro teste come una spada di Damocle. Nello specifico faccio riferimento a quel filone di matrice magico-realista che, secondo me, ha ottenuto i suoi migliori risultati con l’arte di Salvatore Niffoi.

Ma dicevo dell’incipit di Elios Portolu. Eccolo:

Giorni lieti si avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del Continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre fratelli Portolu. Si preparava una specie di festa: la casa era intonacata di fresco, il fino ed il pane pronti; pareva che Elias dovesse ritornare dagli studi, ed era con un certo orgoglio che i parenti, finita la sua disgrazia, lo aspettavano”.

Se la scrittura deleddiana è scevra da ogni tratto modernistico, di certo non manca di una stupefacente modernità. A dire il vero è soprattutto questo suo tratto “moderno” a dare, ancora oggi, all’arte della scrittrice nuorese quella supremazia di cui sopra. Di fatto in Elias Portolu le sono bastate cinque righe! Cinque righe per settare il tono del romanzo, per raccontare l’eroe e il background familiare e culturale di riferimento, per dare nota del tempo-dell’anno, per descrivere a meraviglia dati ritmi e credo ancestrali di un’intera civiltà, quella SARDA. Non solo: dentro quelle cinque righe il segmento “Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del Continente” racconta l’elemento esclusivo “sardità” a tutto tondo: scritturalmente, letterariamente e culturalmente, in maniera impeccabile!

Questa per me è arte! Ed è una conditio-sine-qua-non per continuare a leggere un libro. Ancora, muovendo dentro il testo, in quest’epoca di scrittura online, di scrittura mordi-e-fuggi, di scrittura solamente abbozzata per mancanza di voglia, di tempo, di idee; di scrittura che è fondamentalmente anti-scrittura rispetto ai canoni grammaticali basici (non che questo sia un male, dato che uno scrittore non è un grammatico e appena comincia ad esserlo bisognerebbe impedirgli di considerarsi tale!), sorprende la bellezza conservata intatta dell’impronta veristica insita nel raccontato. Sorprendono piacevolmente i ritratti di uomini e di donne abbozzati con pochi tocchi, con maestria, finanche con amore. Sorprende un livello scritturale  dove, paradossalmente, l’elemento modellante sardità si propone più netto e distinto grazie a questo sardo-italianizzato usato all-along dalla Deledda, piuttosto che nelle opere di letteratura contemporanea, quelle di Salvatore Niffoi comprese, dove l’autore ha preferito fare diretto ricorso al linguaggio autoctono degli eroi presentati.

Il tutto per dire che questa sardità-scritturale oggettivata in forma di metafore colorite e colorate, di descrizioni vivide, di paratesto socio-culturale a tratti noioso a tratti sublime, è in fondo l’elemento chiave che giustifica anche la grande qualità estetica che pervade tutto l’Elias Portolu e diversi altri romanzi di Grazia Deledda. Ed è l’elemento chiave che ne fa uno dei capolavori assoluti della letteratura italiana. Avendo discusso la mia tesi come proposta nell’incipit si potrebbe chiuderla qui, se non fosse che restano senza risposta le domande retoriche che implicitamente formulo in questo pezzo: per esempio, perché, nonostante le indubbie qualità e nonostante la sua indubbia modernità, quest’opera deleddiana manca del tratto eccelso di un capolavoro modernista? Perché la sua ambizione-letteraria è comunque circoscritta al background geografico nazionale? Date e considerate le peculiarità scritturali e culturali fin qui analizzate, la risposta non è naturalmente che l’Elias Portolu non è un capolavoro modernista perché è un capolavoro verista (seppure, sui-generis). A mio avviso, invece, il “limite” –  evidente, francamente – del romanzo è determinato da una serie di elementi nettamente individuabili.

Questi elementi sono, nell’ordine:

1)       Il tratto soffocante che sempre fa da infausto underlying-asset a qualunque scrittura provincialistica (in senso tecnico) che pensi di imporsi ad un dato livello solamente in virtù della magia e della qualità lirico-sublime che riesce comunque ad esprimere.

2)      Un main-theme – quale è quello dell’amore impedito, dell’amore ostacolato, dell’amore non corrisposto, dell’amore disperato, dell’amore romantico irrealizzato che diventa paravento per giustificare l’effettivo shipwrecking dell’anima – che ha dei limiti intrinseci (i.e. un tale main-theme, così verbosamente sviscerato, ci starebbe in un capolavoro kafkiano come i cavoli a merenda, tanto per usare un noto toscanismo).

3)      La Deledda, con tutto l’affetto, è un altro dei tanti autori che non sono Kafka. E questo mi pare pure pacifico.

Rina Brundu, in Dublin on the 29th of June 2013.

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1)       Il romanzo si evolve intorno alla figura di Elias, secondo dei tre fratelli Portolu, di Nuoro.

** Elias Portolu di Grazia Deledda, 1900. Chi lo desidera può scaricarne qui (cliccando sul titolo del romanzo), il pdf gratuito che ho trovato disponibile in Rete. Si tratta della versione pubblicata da Ilisso, Nuoro, 2005, con prefazione di Leandro Muoni.

Featured image, Grazia Deledda.