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Toponimi della Sardegna settentrionale – Significato e origine

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

TOPONIMI final

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Massimo Pittau

professore emerito dell’Università di Sassari

Proprietà letteraria riservata

PREMESSA 

Nel 2011, per i tipi della Editrice Democratica Sarda (EDES) di Sassari, ho pubblicato un’ampia opera intitolata «I Toponimi della Sardegna – Significato e origine», nella quale ho presentato e analizzato i toponimi di 83 Comuni della “Sardegna Centrale”. Quest’opera ha richiesto una fatica improba da parte mia, dato che il numero dei toponimi da me studiati e spiegati raggiunge l’elevata somma di circa 20 mila (19.957). Ed ha pure richiesto un grave impegno per la Editrice, dato che il relativo volume ha raggiunto le 1104 pagine.

Questa mia presente opera «Toponimi della sardegna Settentrionale» si inquadra chiaramente nel mio progetto generale dello studio dell’intera toponimia della Sardegna, però dal I volume relativo alla Sardegna Centrale, questo relativo alla Sardegna Settentrionale si discosta alquanto; ed ho preso questa decisione sia per ridurre la mia fatica di studio e di scrittura, sia per ridurre al minimo l’impegno tipografico della Editrice.

Nella mia opera precedente io ho inserito tutti i toponimi che sono riuscito a trovare, innanzi tutto nelle carte dell’Istituto Geografico Militare (I.G.M.), poi in numerose tesi di laurea da me assegnate a miei allievi, infine in tutti i possibili repertori che sono riuscito a consultare.

In maniera particolare tengo a precisare che nella presente opera ho tralasciato quasi tutti i numerosi “toponimi trasparenti”, cioè quelli di cui il comune parlante di lingua sarda afferra immediatamente il significato, esempio Chercu, Funtana, Monte, Ortu, Riu, ecc., mentre ho registrato e studiato solamente i “toponimi opachi”, quelli cioè di cui il comune parlante non afferra il significato effettivo.

Come limite toponomastico della Sardegna Settentrionale ho deciso di adottare il suo confine come viene comunemente inteso in termini geografici, quelli che ne segnano il limite meridionale nella catena montuosa del Marghine e del Goceano. Praticamente l’area geografica da me coinvolta abbraccia sia la vecchia provincia di Sassari, sia quella nuova della Gallura o, per meglio dire, di Olbia-Tempio.

Però nella pratica talvolta avviene che lungo questa linea di confine alcuni toponimi del volume precedente relativo alla Sardegna Centrale risultino registrati e analizzati anche in questo nuovo.

Naturalmente l’aver escluso dalla mia trattazione i “toponimi trasparenti” e l’aver incluso solamente i “toponimi opachi” ha determinato un forte ridimensionale della somma dei toponimi trattati. Se nel primo volume il numero dei toponimi era di circa 20.00, in questo secondo volume risultano appena 690. Però ovviamente sono certo che mi siano sfuggiti altri toponimi che pure erano degni di essere citati e studiati.

A seguito di questo forte ridimensionamento del numero dei toponimi raccolti e studiati ho dovuto anche mutare l’esatto titolo di questa mia nuova opera: la prima si intitola e tratta «I toponimi della Sardegna Centrale», questa invece tratta solamente «Toponimi della Sardegna Settentrionale» (il semplice “articolo” differenzia parecchio i significati delle due opere).

La metodica

pittauTra le varie sezioni della linguistica quella più aleatoria o rischiosa e quindi quella più difficile ed incerta è indubbiamente l’onomastica, nei suoi due rami della antroponomastica e della toponomastica. Ciò è la diretta conseguenza del fatto che, mentre comunemente il glottologo o linguista storico lavora su due coordinate, quella fonetica e quella semantica, cioè da una parte sui suoni fonici che costituiscono il “significante” di un vocabolo e dall’altra sull’idea o concetto o sull’immagine che costituisce il suo “significato”, nell’onomastica invece egli spesso è costretto a lavorare sulla sola coordinata fonetica, cioè soltanto sui suoni fonici. Molti antroponimi e toponimi infatti col passare del tempo hanno perduto il loro “significato” originario, hanno cioè cessato di essere “trasparenti” nel loro significato rispetto alla coscienza dei parlanti e sono pertanto diventati “opachi”. Ricorrendo a un’immagine, si può affermare che, mentre per l’etimologia dei comuni appellativi la glottologia cammina con due gambe, quella fonetica e quella semantica, cioè con due serie di fatti e quindi di prove, per l’etimologia degli antroponimi e dei toponimi sovente essa cammina con una sola gamba, quella fonetica soltanto. Ed è proprio questo il motivo essenziale che rende spesso assai difficile e soprattutto molto incerta e aleatoria la ricerca etimologica del linguista intorno agli antroponimi ed ai toponimi.

A questa aleatorietà della onomastica e in particolare della toponomastica, già da me messa in luce e sottolineata in miei scritti precedenti, aggiungo oggi un’altra circostanza, la quale in effetti la mette in un piano di dubbio radicale: spesso noi linguisti abbiamo a disposizione differenti versioni di uno stesso toponimo, offerteci dalla tradizione scritta e dalla tradizione orale. Ovviamente tra queste differenti versioni di un toponimo noi linguisti siamo soliti optare per quella che si presenta come la più chiara o la più verosimile e soprattutto quella “comprensibile”. Questo è un fatto certo e questa è una esigenza razionale alla quale noi linguisti non possiamo non adeguarci: però dobbiamo pure avere la consapevolezza che in effetti esiste il pericolo che la nostra scelta venga indirizzata ad una versione del toponimo che è semplicemente il frutto di una “paretimologia”, ossia di una “etimologia popolare”. In effetti la versione esatta del toponimo potrebbe essere proprio una di quelle che noi invece abbiamo respinto e scartato. Ed è del tutto chiaro e certo che questa è una difficoltà od un pericolo della nostra analisi linguistica che non può essere mai e del tutto evitato.

Non bastando questo rischio, se ne aggiunge un altro per la nostra ricerca quando facciamo riferimento ad antroponimi e toponimi antichi, pervenutici attraverso la tradizione scritta: chi ci assicura che la trascrizione di un antico antroponimo o toponimo, soprattutto se è un hapax legomenon, cioè se risulta documentato una sola volta, sia realmente esatta e non sia anch’essa il frutto di una paretimologia fatta o recepita dall’autore della trascrizione? E se si tratta di antichi antroponimi e toponimi trascritti da vari amanuensi, chi ci assicura che un certo amanuense li abbia trascritti bene dall’amanuense precedente?

Infine è importante precisare che molto spesso si riesce ad afferrare bene l’esatto significato letterale di un certo toponimo, ma non se ne comprende esattamente la vera origine storica, dato che questa è ormai del tutto scomparsa, caduta totalmente dalla coscienza dei parlanti: Bantzicheddu ‘e Santa Tzigliana (Bitti) significa chiaramente «piccola culla di Santa Giuliana», ma questo toponimo a quale fatto leggendario o storico o di cronaca o geomorfico fa esatto riferimento? Mont’ ‘e s’appettitu (Bitti) «monte dell’appetito», Nodos de massaja (Bitti) «dossi di/della massaia»; Abbas de zoza (Bolotana) «acque del giovedì»; Ena ‘e sámbene (Bolotana) «zona umida del sangue»; Mura ‘e isprene (Bortigali) «catasta di pietre della milza»; Ischina ‘e su re (Dorgali) «schiena o crinale del re»; Putzu ‘e Judeos (Ghilarza) «pozzo dei Giudei»; Cuba-fusos (Nùoro) «Nascondi-fusi»; Funtana ‘e istruminzu (S. Lussurgiu) «fontana dell’aborto»; Pala ‘e frearzu (S. Lussurgiu) «costa di febbraio», Mont’ ‘e martu (Scano M.) «monte di marzo», ecc. ecc., quali mai eventi storici o fatti di cronaca oppure leggendari nascondono in sé questi toponimi?

Concludendo questo punto si può dunque affermare che la toponomastica è come un “campo minato”, nel quale finiscono col saltare per aria non solamente i soliti dilettanti, ma anche i linguisti di professione, perfino quelli più capaci, più esperti e più prudenti.

Noi linguisti dobbiamo pure riconoscerlo francamente: talvolta o forse spesso le nostre ricostruzioni etimologiche di toponimi non sono altro che altrettanti “romanzi”, in massima parte fantasiosi e solamente in parte sostanziati di fatti reali. Eppure ci piace scriverli questi “romanzi”, proprio per la loro effettiva natura di “romanzi” da noi inventati e narrati.

E probabilmente proprio per questo motivo si spiega la circostanza che, nonostante la “aleatorietà radicale” della toponomastica, nonostante il suo essere un “campo minato” perfino per i linguisti più capaci ed esperti, essa è di fatto il campo più comunemente frequentato dai dilettanti, nel quale essi si sbizzarriscono in modo incontrollato, con risultati che ovviamente sono soltanto “dilettanti o dilettevoli” appunto.

In Sardegna aveva cominciato il pur benemerito canonico Giovanni Spano a pubblicare il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1873), che è un’opera completamente fallita, del tutto priva di valore scientifico, per la quale Max Leopold Wagner aveva coniato il vocabolo feniciomania per condannare la mania del canonico di vedere dappertutto toponimi di origine fenicia.

Ma il suo esempio non è rimasto senza imitatori: soprattutto in questi ultimi anni sono comparsi fascicoli, libri e perfino libroni pubblicati con l’intento di intepretare il patrimonio toponimico, parziale o anche generale della Sardegna, ma si tratta di opere quasi totalmente prive di valore scientifico. Esse molto spesso non servono neppure sul semplice piano documentario, in quanto la trascrizione dei toponimi spesso viene travisata e rovinata proprio dalle supposte “etimologie” dei rispettivi autori. Di recente è stato pure pubblicato da un Autore arabo un intero volume che riporterebbe i numerosi toponimi sardi che sarebbero di origine araba…. Al contraRio, a mio fermo giudizio, in Sardegna non esiste nessun toponimo di origine araba, neppure Arbatax è arabo, come ho dimostrato a suo luogo e da tempo. In Sardegna esistono di certo alcuni toponimi di indiretta origine araba, ossia arrivati in Sardegna per il tramite della lingua catalana o di quella spagnola, ma, in quanto tali, non possono assolutamente essere considerati e chiamati “arabismi”.

*   *   *

Riguardo alle proposte di etimologia di toponimi che io presento in questo mio libro ed anche a quelle che ho presentato in miei scritti precedenti, ritengo opportuno fare un’altra breve, ma – almeno così mi sembra – importante premessa di carattere metodologico.

Nella lingua italiana – e credo anche in altre lingue di cultura – il verbo “dimostrare” significa «presentare argomentazioni a favore di una tesi, che costringono l’ascoltatore (o il lettore) a dare il suo assenso».

Il “dimostrare”, il “dimostrare costrittivo o cogente”, più caratteristico e più significativo è quello che effettua il matematico: l’ascoltatore o il lettore, se è sano di mente e se è in buona fede, è costretto a dare il suo assenso ad una tesi prospettata da un matematico, se le ragioni che la sostengono sono realmente fondate e regolarmente connesse fra loro a catena. Orbene, è del tutto certo che il “dimostrare alla maniera matematica”, cioè more geometrico, il “dimostrare cogente” non esiste per nulla nel modo di operare del linguista, sia che egli lavori secondo la prospettiva sincronica o contemporanea, sia che lavori secondo la prospettiva diacronica o storica.

Esiste il “dimostrare cogente” anche nel campo di quelle scienze della natura, che sono la fisica e la chimica: in queste è possibile il “dimostrare cogente” in virtù dell’«esperimento», quello che “ripete”, in condizioni artefatte ed inoltre volutamente significative, un certo fenomeno fisico o chimico tutte le volte che lo scienziato vuole ed inoltre lo ripete in condizioni ideali di semplicità per gli elementi studiati e di univocità per i risultati che egli vuole ottenere e conoscere. Senonché neppure questo “dimostrare cogente” della fisica e della chimica è possibile nel campo della linguistica, soprattutto di quella buttata nella direzione diacronica o storica. Il linguista storico o glottologo infatti non è assolutamente in grado di far “ripetere” o di richiamare un certo fenomeno linguistico che risulti documentato per il passato, né può pertanto sottoporlo ad “esperimento”. Il passato è passato per sempre e non può essere richiamato o ripetuto in alcun modo e da nessuno.

Se tutto questo è vero, noi linguisti ci dobbiamo convincere che nel campo della linguistica storica o glottologia non esiste affatto il “dimostrare cogente”, non esiste cioè la “dimostrazione” vera e propria.

Naturalmente nulla di allarmante e nulla di mortificante c’è nella constatazione che nel campo della linguistica storica il vero e proprio “dimostrare” non esiste; perché questa medesima situazione si determina anche nel campo della storia (da intendersi qui come “storiografia”) in generale ed in tutte le discipline storiche in particolare.

Ciò premesso, se il linguista storico non presenta mai “dimostrazioni cogenti”, che cosa fa quando prospetta etimologie, cioè “storie di vocaboli”, che pure egli ritiene essere fornite dei caratteri della scientificità? Io ritengo che egli prospetti tesi che non hanno mai il carattere e il valore della “certezza”, mentre hanno solamente il carattere e il valore della “probabilità” o della “verosimiglianza”, della maggiore o minore probabilità o verosimiglianza. In realtà dunque il glottologo non “dimostra” mai, mentre si limita a prospettare tesi che sono più o meno probabili o più o meno verosimili. (E da questo mio fermo convincimento deriva il fatto che in tutti i miei scritti di linguistica storica io faccio larghissimo uso dell’avverbio “probabilmente” e dell’altro “forse”).

Tutto questo implica in maniera necessaria che l’operare del glottologo sia caratterizzato da una sostanziale nota di “incertezza” o di “aleatorietà” generale, nella quale il fare obiezioni e il sollevare dei dubbi è una operazione molto e perfino troppo facile; e spesso le obiezioni possono essere anche molto numerose e pure molto consistenti.

Ovviamente non saranno queste considerazioni metodologiche – che sono certamente pessimistiche – a indurre i glottologi a non tentare più etimologie degli antroponimi e dei toponimi e neppure io personalmente ci rinunzio oggi né ci rinunzierò nel futuro. Tutti continueremo a prospettare etimologie di antroponimi e di toponimi, pur sapendo che a loro favore vale solamente la nota della maggiore o minore “probabibilità” o “verosimiglianza”.

A queste nostre etimologie più o meno probabili o verosimili, a mio giudizio, non si debbono tanto contrapporre difficoltà od obiezioni, quanto si debbono contrapporre altre etimologie, le quali abbiano la dote di essere più verosimili e più probabili di quelle rifiutate. Se una certa mia etimologia sembra poco verosimile ad un mio collega, ai fini stessi del progresso della nostra disciplina, prospetti lui una etimologia più verosimile della mia e sarò io il primo a rinunziare alla mia e ad accettare la sua.

Si deve infatti considerare che tutte le scienze, compresa la nostra, progrediscono non tanto con le “obiezioni”, quanto con le “proposte”, con le proposte anche aleatorie. Il progresso delle scienze – di tutte le scienze – è infatti possibile solamente a condizione che “si rischi”. E si ha l’obbligo di rischiare e non soltanto in linguistica storica, ma anche in una qualsiasi altra disciplina o scienza. Il progresso in tutte le scienze, di qualsiasi carattere e tipo – “esatte”, naturalistiche, filologiche, storiche, ecc. – è proprio il risultato del rischio che ha corso uno scienziato, anzi dei rischi che hanno corso in generale tutti gli scienziati precedenti. I loro errori, effetto del loro rischiare, in realtà sono dappertutto il prezzo che si paga al progresso delle scienze, di una qualsiasi delle scienze. E si noti che questo principio è entrato anche nella saggezza popolare, la quale insegna che «Chi non risica non rosica».

Gli scienziati che non rischiano mai nel loro sentenziare non sono propriamente “scienziati”, ma sono semplicemente “ripetitori” delle scoperte e delle tesi altrui. Io ho già avuto modo di scrivere che anche in linguistica «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata di un linguista – che alla fine potrebbe anche risultare errata – potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».

Per ovviare in una certa misura al carattere di “aleatorietà” e di “incertezza” radicale che sta al fondo della nostra disciplina, a me sembra che al linguista si imponga un preciso “dovere”, che si caratterizza anche come un suo preciso “interesse”: egli deve ritornare spesso sui suoi passi, cioè sulle sue tesi precedenti, al fine di riesaminarle e sottoporle a nuovi controlli, anche con la prospettiva di mutarle radicalmente. Nella mia ormai lunga attività di linguista, cultore prevalentemente di onomastica (antropo- e toponomastica) (mi ci dedico ormai da oltre 60 anni e ritengo di essere un primatista in questo campo!), io sono ritornato spesso nei miei passi ed ho finito col cambiare non poche mie etimologie di toponimi e di antroponimi.

A maggior ragione un linguista deve operare con questo metodo di “autocontrollo” e di “autocorrezione” delle sue tesi, nel caso che venga o sia venuta meno la dialettica da parte di colleghi (proprio come è capitato quasi totalmente nel campo della ricerca linguistica in Sardegna in questi ultimi decenni….).

*   *   *

Nella ricerca toponomastica, in linea generale, si deve affermare che il linguista ha il dovere e pure l’interesse a tentare di riportare un toponimo “non trasparente” od “opaco”, cioè di oscura formazione ed origine, in primo e principale modo al fattore botanico, ossia a quell’elemento predominante e anche relativamente fisso in un dato territorio, che sono le piante. E, in via specifica, cioè rispetto alla nostra Sardegna, una volta che il linguista abbia accertato che non pochi fitonimi o nomi di piante non sono di origine latina né bizantina, né toscana, né catalana, né spagnola né italiana e invece trovano riscontro e connessione – senza però derivarne – con fitonimi appartenenti al cosiddetto “sostrato mediterraneo”, prelatino e pregreco e quindi preindoeuropeo, egli può con tutta tranquillità ritenere e sostenere che quei fitonimi sardi sono pur’essi “mediterranei”.

Ciò implica una importante conseguenza: che tali fitonimi possano ritenersi appartenere alla lingua che in Sardegna parlavano i Presardiani, ossia gli scavatori delle domos de Janas, che erano precedenti e differenti dai Sardiani, costruttori, invece, delle “tombe di gigante”.

In virtù di un tale ragionamento, con notevole soddisfazione rendo noto che, con gli studi sulla toponimia della Sardegna, che mando avanti sin dai miei primi passi di cultore di linguistica sarda (finora ho raccolto e studiato circa 25 mila toponimi sardi) ritengo di aver conseguito un importante risultato: aver distinto, nel sostrato toponimico prelatino o preromano della Sardegna, sia un filone “sardiano” di matrice od origine indoeuropea (si vedano nel mio «Dizionario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico» i vocaboli attoa, bárdula, bardeju, bíttulu, bodda, bráinu, cacarru, crispesu, duri, élimu, fraría, ghélia, golléi, láccana, lattaredda, lembréchinu, logoddana, melamida, meulla, méurra, néppide, orroli, rúvulu, sòrgono, sorgonare, tevele, thúrgalu, thulungrone, tumu, úlumu, thoba, tzolla ed inoltre ta-, te-, ti-, tu-), sia un filone “presardiano” di matrice od origine mediterranea (si vedano numerosi fitonimi o nomi di piante).

In altri termini, nei relitti linguistici prelatini della Sardegna io distinguo da un lato un “sostrato sardiano indoeuropeo”, dall’altro un “presostrato presardiano mediterraneo”.

Nel quadro di questo stesso argomento preciso che anche nel presente studio io chiamo i Protosardi pure “Sardiani” e procedo in questo modo per due differenti motivi: I) perché intendo ricordare e sottolineare che i Protosardi provenivano dalla Lidia, subregione dell’Asia Minore, dalla cui capitale Sard(e)is è derivata la denominazione dei Sardi e della Sardegna [e infatti i Greci chiamavano Sardianói sia gli abitanti di Sard(e)is e dell’intera Lidia, sia gli abitanti della Sardegna]; II) perché questa denominazione mi consente di distinguere bene da una parte la «lingua sarda», che è di sicura matrice od origine latina, dall’altra la «lingua sardiana», che era appunto quella dei Protosardi/Sardiani.

Debbo infine segnalare che rispetto ai toponimi sardi che già dalla loro “struttura” dimostrano di essere preromani e prelatini, abbastanza di recente è stato effettuato un impegnato esperimento di “analisi strutturale”, con lo studio del susseguirsi delle vocali, delle consonanti e delle sillabe in siffatti toponimi. Il tentativo di effettuare questa “analisi strutturale” andava fatto ed è pur sempre meritorio averlo fatto; però i suoi risultati ultimi sono stati molto deludenti. Fra l’altro non è stata raggiunta ed indicata nessuna “connessione comparativa” con altre lingue e nessuna “derivazione etimologica”. E tutto ciò è avvenuto non certo per errore di analisi e di metodo, ma per il fatto che quei toponimi prelatini da un lato hanno subito una forte usura col passare del tempo, dall’altro hanno di certo subito l’influsso o l’impatto della “struttura fonetica” della lingua latina, dall’altro infine lo stesso toponimo prelatino risulta spesso avere forme differenti non soltanto in differenti località dell’Isola, ma anche nella medesima località.

Collaboratori, Consulenti e Informatori:

Anglona, Castelsardo, Nughedu San Nicolò, Perfugas Mauro Maxia; Anglona, Gallura Irene Fideli; Bisarcio, Castro, Ploaghe Antonietta Sini; Bolotana Italo Bussa; Bonorva, Ploaghe Virgilio Tetti; Bortigali Franco Ledda; Bosa Attilio Mastino, Gianni Fois; Bosa, Sorres, Torres Gesuina Amadori; Bottidda, Burgos, Esporlatu Elisabetta Piredda; Bulzi, Laerru, Martis Giancarlo Pes; Cargeghe, Muros, Ossi Maria Luisa Faedda; Castelsardo Caterina Tugulu; Codrongianos Paola Olmetto; Illorai Gianni Filia, Mario Puddu, Narciso Sanna; Lodè Pasqualina Carta, Pietrina Farris; Lula, Onanì Nicolina Pirrolu; Lula, Onanì Nicolina Pirrolu; Nule Francesco Bitti, Salvatore Masala; Olbia Raffaella Stelletti; Orune Giuseppina Asproni, Giovanna Goddi, Giuseppina Porcu; Ozieri Adriana Saba, Virgilio Tetti; Pattada Eleonora Corveddu; Ploaghe Antonio Satta; Pozzomaggiore Costantino Cuccuru, Sardegna Medioevale Massimo Cantara, Elia Mancini; Sennori, Sorso Pietrina Derudas; Siniscola Giovanni Podda; Tula Mariano Fois.

Sono tutti miei allievi ed amici, che io qui volentieri cito e grandemente ringrazio. In un modo particolare cito e ringrazio il mio allievo, amico e ormai collega Mauro Maxia per il grande aiuto che egli mi ha dato relativamente ai toponimi dell’Anglona, della cui storia anche linguistica egli è un conoscitore profondo; tanto è vero che è l’Autore di quel capolavoro che è l’opera I nomi di luogo dell’Anglona e della Bassa Valle del Coghinas, Ozieri 1994 (NLAC).

SCRITTURA E PRONUNZIA DEL SARDO

 

è, ò          vocali toniche aperte

é, ó          vocali toniche chiuse

j             semiconsonante come nell’ital. iena, massaio

b, d, g       in posizione intervocalica anche sintattica sempre

fricative (-bh-, -dh-, -gh-), come nell’ibero-romanzo

ca, co, cu    velare palatale sorda come nell’ital. cane, coda, cubo

ce, ci        affricata prepalatale sorda come nell’ital. cena, cibo

ga, go, gu    velare palatale sonora come nell’ital. gara, gola, gusto

ge, gi        affricata prepalatale sonora come nell’ital. gente, giro

che, chi      velare prepalatale sorda (ke, ki) come nell’ital. che, chi

ghe, ghi      velare prepalatale sonora come nell’ital. ghermire, ghiro; fricativa in posizione intervocalica anche sintattica

dd, nd        consonante cacuminale od invertita

h, hh         spirante intervocalica (-kh-), debole o forte

q             colpo di glottide o forte iato del dialetto barbaricino

s–            sibilante sorda od aspra in posizione iniziale come nell’ital. sano

s–           sibilante sonora o dolce in posizione intervocalica anche sintattica, come nell’ital. viso.

sce, sci      sibilante palatale sorda come nell’ital. scena, scimmia

th            fricativa interdentale sorda come nell’inglese thing

tz            zeta sorda od aspra (ts) come nell’ital. calza

z             zeta sonora o dolce (dz) come nell’ital. zero

x             sibilante mediopalatale sonora come nel franc. Jour

ABBREVIAZIONI

 

ant.     antico-a

antrp.   antroponimo

barb.    barbaricino

camp.    campidanese

catal.   catalano

centr.   centrale

cfr.     confronta

dial.    dialettale

eccl.    ecclesiastico

es.      esempio

etr.     etrusco

femm.    femminile

fig.     figura(to)

gallur.  gallurese

indeur.  indoeuropeo

ital.    italiano

lat.     lat.

log.     logudorese

masch.   maschile

mediev.  medioevale

merid.   meridionale

NU       Nuoro prov.

num.     numero

ogli.    ogliastrino

pag(g).  pagina/e

pers.    persona(le)

plur.    plurale

prov.    provincia

sass.    sassarese

sec.     secolo

sett.    settentrionale

sing.    singolare

sost.    sostantivo

spagn.   spagnolo

SS       Sassari prov.

suff.    suffisso

s. v.    sub voce

tosc.    toscano

vol(l).  volume/i

M.P.     Massimo Pittau

 

NOTA BENE

1) Tutti i vocaboli sardi (compresi i cognomi) che siano privi dell’accento grafico sono da pronunziarsi parossitoni o piani.

2) Chiamo “suffissoidi” le terminazioni áe, ái; èa, éi, èo, éu; ío, íu; òe, ói; úi perché in origine erano semplicemente vocali accentate od ossitone: á, é, í, ó, ú.

3) Le indicazioni fra parentesi (accento), (desinenza), (-ll- conservato), (ossitonia), (suffisso), (suffissoide), (alternanza delle vocali) (vocali iterate) indicano fenomeni fonetici che erano peculiari della lingua sardiana o protosarda.

4) L’asterisco * che precede o segue un vocabolo o una radice indica una forma linguistica supposta ma non attestata.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE CON RELATIVE SIGLE

 

AAS    Camarda I.- Valsecchi F., Alberi e arbusti spontanei della     Sardegna, Sassari 1985.

AEI    Devoto G., Avviamento alla etimologia italiana – Dizionario Etimologico, Firenze 1968².

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CSMS³  Il Condaghe di San Michele di Salvennor, edizione e commento linguistico, a cura di M. Maxia, Cagliari 2012, ediz. Condaghes.

CSNT    Condaghe di San Nicola di Trullas, a cura di Besta E.- Solmi A., Milano 1937, A. Giuffrè Editore.

CSNT²   Il condaghe di San Nicola di Trullas, a cura di P. Merci, Sassari 1992, C. Delfino Editore.

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CSPS    Condaghe di San Pietro di Silki, a cura di G. Bonazzi, Sassari- Cagliari 1900; II ediz. a cura di S. Diana, Sassari 1979; traduzione di I. Delogu, Sassari 1997.

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