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“Amici”: da Matteo Renzi, a Giovanni Allevi ad Antonello Venditti. Sul social and intellectual gap di una generazione. E su Pierangelo Bertoli, kerouachiano.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Canterò le mie canzoni per la strada
 
ed affronterò la vita a muso duro
 
un guerriero senza patria e senza spada
 
con un piede nel passato
 
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro
 
da “A muso duro” di Pierangelo BertoliPierangelo_Bertoli
 
di Rina Brundu. Straordinaria performance, ieri sera, ad Amici di Maria De Filippi del giovane pianista e direttore d’orchestra Giovanni Allevi. Alla maniera di Matteo Renzi prima e di Aldo Cazzullo poi, si è infatti esibito in una curiosa prolusione al programma; una introduzione tesa a presentare la sua storia di enfant prodige della musica classica contemporanea, come forse direbbe lui, e i suoi privati patemi per farsi accettare come tale dalla critica cattiva e dalla cattiva critica. A dirla tutta, più che di prolusione si è trattato di una vera e propria interpretazione, una parte recitata, insomma; meglio ancora, per citare Oscar Wilde, Allevi ha imitato le ragioni dell’artista più di quanto l’arte (la sua?) non imiti la vita. Occorre dargli atto però che la prova di ieri è riuscita: sdoganato Oscar Wilde nel salotto nazional-popolare italico per eccellenza, la prossima performance che attendiamo tutti con una certa curiosità sarà una sorta di metamorfosi kafkiana live e post-consigli per gli acquisti. Il processo non sarà possibile invece, per ovvie ragioni.

Ma l’intellectual commitment della serata non è finito lì. Bisogna scriverlo, vedere Antonello Venditti e Patty Pravo entrare in uno studio televisivo fa sempre un certo effetto. La differenza tra Antonello e Giovanni è che il primo il suo intellectual commitment pare ce l’abbia scritto a fuoco sulla pelle. Antonello è anti-wildiano, non ha necessità di imitare né l’arte né le grandi ragioni dell’artista perché l’arte è lui. La fa lui. Una caratteristica questa di tutti i grandi cantautori italiani, quelli che hanno segnato un’epoca e portato tra le rime delle loro poesie, che sono la nostra grande letteratura degli ultimi 50 anni, le importanti questioni sociali e intellettuali della loro epoca. Sotto questo punto di vista, tra i tanti, fanno ancora venire la pelle d’oca i versi del grandissimo Pierangelo Bertoli nella sua A muso duro (1979) “Canterò le mie canzoni per la strada ed affronterò la vita a muso duro, un guerriero senza patria e senza spada, con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Un manifesto d’intenti praticamente. Per una intera generazione. E dunque kerouachiano nella sua essenza. Un manifesto anche sorprendente per certi versi, dato che noi italici non siamo una nazione di eroi votati alla ribellione sciale o all’emancipazione intellettuale. Ma se la generazione dei Venditti e dei Bertoli quel sogno, legittimo, come sono legittime tutte le pulsioni-positive dei giovani, lo hanno in qualche maniera vissuto, le generazioni digitali non lo hanno mai neppure carezzato. Colpiva dunque, sempre ieri sera, in un consesso artistico pur imbottito di grande talento, l’impressionante social and intellectual divide che si indovinava tra i “ragazzi di Amici” e quei loro ospiti, quei loro padri nobili; un gap che, in automatico, li segregava in universi paralleli; un gap importante, un gap che alla maniera di un digital-divide sui generis, una-tantum – nell’epoca della politica-addomesticata alla necessità contingente, del politically-correct a tutti-i-costi, della disperazione socio-elettronica – invita, paradossalmente, a tenere lo sguardo dritto e aperto sul passato. Per imparare. Perché sembrerebbe ce ne sia bisogno: ora più che mai!

Featured image, Pierangelo Bertoli, fonte Wikipedia.

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11 Comments on “Amici”: da Matteo Renzi, a Giovanni Allevi ad Antonello Venditti. Sul social and intellectual gap di una generazione. E su Pierangelo Bertoli, kerouachiano.

  1. (F.Urzino – P.A.Bertoli)

    E adesso che farò, non so che dire
    e ho freddo come quando stavo solo
    ho sempre scritto i versi con la penna
    non ordini precisi di lavoro.
    Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
    e quelli che rubavano un salario
    i falsi che si fanno una carriera
    con certe prestazioni fuori orario
    Canterò le mie canzoni per la strada
    ed affronterò la vita a muso duro
    un guerriero senza patria e senza spada
    con un piede nel passato
    e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
    Ho speso quattro secoli di vita
    e ho fatto mille viaggi nei deserti
    perchè volevo dire ciò che penso
    volevo andare avanti ad occhi aperti
    adesso dovrei fare le canzoni
    con i dosaggi esatti degli esperti
    magari poi vestirmi come un fesso
    per fare il deficiente nei concerti.
    Canterò le mie canzoni per la strada
    ed affronterò la vita a muso duro
    un guerriero senza patria e senza spada
    con un piede nel passato
    e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
    Non so se sono stato mai poeta
    e non mi importa niente di saperlo
    riempirò i bicchieri del mio vino
    non so com’è però vi invito a berlo
    e le masturbazioni celebrali
    le lascio a chi è maturo al punto giusto
    le mie canzoni voglio raccontarle
    a chi sa masturbarsi per il gusto.
    Canterò le mie canzoni per la strada
    ed affronterò la vita a muso duro
    un guerriero senza patria e senza spada
    con un piede nel passato
    e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
    E non so se avrò gli amici a farmi il coro
    o se avrò soltanto volti sconosciuti
    canterò le mie canzoni a tutti loro
    e alla fine della strada
    potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

  2. Ciao Gavino lieta di leggerti. Concordo che la classica non bisogna toccarla ma, ti dirò, a me quel ragazzo piace. E il suo sogno ha una logica. Che poi si realizzi non è così importante. A volte serve anche essere capaci di sognare. La fiducia bisogna comunque darla sempre. Il nostro problema è infatti il non essere capaci di farlo, di concedere fiducia. Ma questo lo penso io e vale quel che vale. Cari saluti.

  3. bella canzone

  4. Elisabetta // 16 May 2013 at 11:47 //

    Cara Rina, quello di Allevi è stato un momento molto intenso, che ha creato una forte emozione e commozione nel pubblico, a giudicare dai numerosi commenti, anche su Facebook.
    Vorrei permettermi di esprimere la mia opinione sull’intervento di Gavino, quando dice che la Musica Classica non deve essere toccata perchè sacra. Ecco, qui non sono d’accordo. Il compositore quello deve fare! L’innovatore, colui che sta sulla frontiera, che raccoglie il peso di una tradizione e la sposta in avanti, secondo la sua visione, non quella di altri.
    Certo, è un movimento dissacrante, Allevi lo sa molto bene, ed è perfettamente cosciente dei rischi dell’essere un sognatore. Ma se non si lasciano in pace gli innovatori, liberi di creare e magari “bruciarsi le ali come Icaro”, il sapere non evolve.
    Veniamo al tuo intervento Rina.
    Secondo te, Allevi ha raccontato i suoi privati patemi per farsi accettare dalla critica.
    Questo non è affatto il senso del discorso. Il vero senso è in una frase conclusiva: “è nel buio della crisi che scocca la scintilla del cambiamento, e allora dobbiamo amarlo quel buio”.
    Allevi è andato oltre i suoi privati patemi, fino ad esaltare l’importanza del buio, concetto che Oscar Wilde affronta se non in maniera marginale.
    Se Giovanni fosse restato nella dimensione privata dell’artista scottato dalla critica, non avrebbe creato una tale empatica condivisione, invece il suo discorso è un inno alla libertà di essere se stessi, ed accettare il sognatore che è dentro ognuno di noi, indipendentemente dalla critica.
    In altre parole, Allevi non è andato a chiedere nulla, come superficialmente ci si sarebbe potuto aspettare, e forse proprio per questo ha toccato il cuore della gente.

  5. Ciao Elisabetta, grazie per il tuo intervento molto educato. Lascerò che Gavino risponda per se e io ti risponderò sul mio.

    E’ piuttosto il contrario direi: se il target di Allevi è fare felice Facebook allora va benissimo così. Personalmente non ritengo affatto che la prova fosse “intensa”, recitata piuttosto. Soprattutto, gli consiglierei altrimenti e gli consiglierei di seguire i consigli di quella critica che lo critica appunto. E giustamente. Perché solo dalla severa critica s’impara. Il discorso wildiano era sulla sua performance, una recitazione da art-pour-l’art, concetto essenziale della poetica wildiana, e qui accennato in senso ironico.

    ps Ma se proprio dobbiamo tirare in ballo quel grandissimo allora ricordiamo uno dei suoi tanti momenti ispirati: “We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars”. Lo faccia anche Allevi, visto che comunque ne ha la stoffa, e non gli manca quel tocco di salutare eccentricità; altrimenti, per carità, anche lamentarsi in un salotto nazional-popolare è una opzione… che però porta quel che porta: il plauso feisbukico. Il che é tutto dire!

    • Elisabetta // 16 May 2013 at 21:40 //

      Mah…non comprendo il motivo della vostra risposta piccata. Neanche questo “astio” nei confronti del popolo della rete, abbastanza fuori luogo e paradossale da parte di un blog.
      I ragazzi di Amici, qualche giorno dopo hanno addirittura rivisto il discorso di Allevi definendolo l’unico che è riuscito a lasciar loro qualcosa. Poi ognuno ci vede ciò che vuole… Ma non mi dite che siete gelosi del successo di Allevi in quanto capostipite di una scuola di pensiero!

  6. E ancora mi impressiona questo lavoro di Bertoli: Cristo, ogni volta che leggo queste parole!! Questa è arte!!! For the sake of the human soul, though!

  7. Cara Elisabetta, nessun astio e nessuna gelosia (de che? non so né suonare né cantare, meno che meno scrivere). Ma so che i grandi risultati si ottengono con l’impegno serio e con i grandi maestri. In ogni campo. E non ritengo che quel campo sia Facebook. Inoltre è paradossale che chi dovrebbe vivere di creatività ispirata stia nel luogo dell’omologazione verso il basso per eccellenza. Tutta la simpatia per Allevi che come ho già detto è molto simpatico, se vorrà far vedere altro sono sicura, data la sua giovane età, che potrà farlo. Nei giusti luoghi. All the best.

    ps Si è vero Facebook non mi piace. Va bene per i ragazzi ma non per altra categoria di persone. E non vi è nulla di paradossale. Sono vent’anni in Rete e non ho mai sentito il bisogno di andare su Facebook. Ho una pessima opinione degli autori che lo frequentano. L’ho già scritto più di una volta
    https://rinabrundu.com/2012/05/18/servizio-pubblico-sul-giornalismo-figlio-del-lato-oscuro-della-forza-di-santoro-travaglio-lerner-e-su-mark-zuckerberg/
    ciao

    • Elisabetta // 17 May 2013 at 08:41 //

      Ma figurati, io nemmeno ce l’ho un profilo FB. Solo che i social sono soltanto dei mezzi, dietro i quali ci sono persone. Se ti dovesse passare per la testa di andare a leggere i commenti del discorso di Allevi sul suo profilo FB ti accorgi che si tratta di riflessioni molto profonde fatte non da ragazzini, e gli elementi che più hanno toccato sono altri: della vicenda della “critica ingiusta” invece non si fa menzione.
      E’ la storia di una persona che è uscita dal suo buio, una persona che rivendica la libertà di sognare. Questo discorso ha infiammato la platea.
      Venditti, con tutto il rispetto per un cantautore che amo e che ci ha regalato delle canzoni immortali, non è una figura misteriosa, non si pone al cospetto di alcuna tradizione, non vive sulla sua pelle il problema dell’innovazione. Allevi si.

  8. Elisabetta // 17 May 2013 at 09:05 //

    Caro Gavino, grazie per la risposta, pacata e cordiale.
    Eccolo, il Concerto per Violino e Orchestra di Allevi:

    Lei giustamente dice “Ma i Beethoven, i Mozart, gli Schumann, i Liszt, la lista sarebbe lunghissima, non si possono r-innovare, la loro è Musica Altra, Classica appunto, eterna, da conservare intatta nei nostri cuori, guai a smussarne una sia pur “picciola” sonata!”

    Ascolti bene, con la mente e con il cuore quel concerto per violino (tutto possibilmente, non solo il primo movimento) e poi risponda a questa domanda: i Beethoven. i Mozart e gli Altri, sono stati smussati o in qualche modo scalfiti dal concerto di Allevi. Secondo me no.
    Eppure questo concerto rinnova una tradizione. Allevi ha un coraggio barbaro, in questo caso, perché “sfida gli dei”, si mette sullo stesso piano di Tchaikowsky e compone un concerto usando la stessa forma.
    O gli dei scendono dal piedistallo, o lui sale sul piedistallo, alternative non ce ne sono!

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