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Elezioni 2013 (1): Il grande flop. E sul perché Peppone – Bersani dovrebbe dimettersi (oltre la sindrome riflessiva e i consigli di Miguel Gotor).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

the new y timesdi Rina Brundu. E poi, per come è andata, ti viene solo da rimpiangere che gli astenuti siano stati così tanti. Che così tanti Italiani non si siano recati alle urne e abbiano tolto il loro voto… a Grillo. Il sigillo su questa pasticciata campagna elettorale e il suo risultato caotico lo ha messo stamattina il The New York Times che sulla homepage digitale ha già archiviato la pratica ritenendola di secondaria importanza; di secondaria importanza rispetto alla questione della nozze gay dibattuta in America, rispetto alla drammatica situazione in Siria (come dar loro torto), ma finanche alla minaccia datata del colosso internautico Yahoo di licenziare tutti i dipendenti che non si recheranno in ufficio a svolgere il loro lavoro.

Eh già! In qualsiasi altro paese del mondo civile, infatti, il giorno dopo un’elezione così importante, il premier eletto si reca dalla regina o dal capo dello stato per essere consacrato tale. Oppure ne fa a meno delle visite cerimoniali perché a consacrarlo basta il giudizio popolare. Non in Italia naturalmente! In Italia, tanto più forti sono le batoste ricevute dagli elettori tanto più è necessaria una… riflessione. Una riflessione per decidere cosa fare e come… inciuciare. Che il riflettere non è in genere cosa cattiva, ma il problema è che, storicamente, i nostri momenti di riflessione non portano nulla di nuovo. O di buono.

Per esempio, una riflessione continuata, meditata, potrebbe portare il “vincitore” di queste elezioni, Pierluigi Bersani, a ritenere che in fondo è andata bene, che il nemico berluscuniano è stato sconfitto e che adesso si tratta solamente di venire a patti con il domatore del circo, quel Beppe Grillo, ex-comico da Genova, che ha snobbato fino all’ultimo momento. E che questa dovrebbe essere la strategia politica da seguire lo dava ad intendere ieri sera, durante la trasmissione di Bruno Vespa “Chi ha vinto le elezioni?”, un tal Miguel Gotor classificato da Wikipedia come storico, docente, saggista, laureato in Scienza della Formazione (?), ma che in realtà sarebbe uno dei consiglieri più vicini a Bersani. Se non altro adesso sappiamo che il segretario PD non è l’unica causa del suo stesso male, ma che sulle sue spalle porta anche il peso dell’illuminato cogitare altrui.

Ciò che meravigliava nel parlare di questo “consigliere” era la naiveté del suo tratto populistico che ricordava in tutto e per tutto le querelle Don Camillo – Peppone di guareschiana memoria, di un’altra Italia e di un altro tempo. Ciò che meravigliava era il suo far finta che l’uragano appena abbattutosi sulla casa-madre fosse una mera pioggerellina primaverile. Ciò che meravigliava era l’evidente mancanza di “consapevolezza politica” o la determinazione ad ignorare il grande flop di Peppone e dei suoi. Grande  flop che se la “riflessione” intrapresa dal leader PD dovesse partorire un qualche risultato, lo porterebbe ad individuare nella grande-farsa mediatica che sono state le Primarie la causa importante di questo epocale fallimento. Vedrebbe nella più totale incapacità di rinnovamento della leadership di sinistra (ma anche di una base oramai gerontocratizzata, nonché di un establishment culturale a supporto che sta alla dimensione digitale come il Neanderthal sta allo sbarco sulla luna – parlo dell’establishment che fa davvero il bello e il cattivo tempo, non di Gotor), il terreno fertile che ha determinato la fuga dal PD di un esercito di sostenitori oramai convinti supporters grilliani.

Per tutte queste ragioni archiviata la quasi-vittoria, un uomo comunque responsabile come Bersani dovrebbe dimettersi. Dato che non lo farà perché per quanto “responsabile” Bersani non è il Papa, l’unica speranza è che la risata che ci seppellirà sia procurata da comico vero: Grillo, per favore, niente inciucci!

Featured image, homepage del The New York Times di questa mattina.
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