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I nuragici: un popolo “stranissimo”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

bronzetto1di Massimo Pittau. Ritengo che sia un fatto del tutto incontestabile: la raffigurazione che del popolo dei Nuragici hanno cominciato a dare alcuni archeologi una ottantina di anni fa, sia quella di un popolo molto “strano”, un popolo del tutto “particolare”, che agiva in maniera molto difforme da quella di tutti gli altri popoli, precedenti contemporanei e seguenti, un popolo che agiva in maniera “incomprensibile” e addirittura “irrazionale”. Si faccia attenzione ai seguenti modi di fare e di agire che gli accennati archeologi hanno attribuito ai Nuragici.

Secondo gli accennati archeologi i Nuragici avrebbero costruito in Sardegna, coi nuraghi, il numero quasi incredibile di 7 mila “fortezze”. Gli archeologi però trascuravano del tutto la circostanza che nella immensa maggioranza di ciascuna di quelle “fortezze” poteva rifugiarsi una guarnigione di un ventina di guerrieri appena, i quali però lasciavano fuori, in piena balia dei nemici assalitori, le mogli, i figli e i vecchi e inoltre i loro armenti di bovini e greggi di ovini. E lasciando la piena disposizione di questo bestiame ai nemici, questi avrebbero potuto sostenere molto a lungo l’assedio del nuraghe da loro assalito e circondato.

Ancora gli accennati archeologi “militaristi” trascuravano di considerare che, con la semplice accensione di un grande fuoco all’ingresso del nuraghe, gli assalitori o avrebbero facilmente imposto la resa ai difensori ovvero li avrebbero uccisi asfissiandoli. Oppure agli assalitori sarebbe stato molto facile otturare completamente l’ingresso del nuraghe con un lancio di sassi effettuato a distanza e in maniera e in quantità sufficienti, con materiale litico che dovunque in Sardegna è a facile disposizione di tutti. E in questa ipotesi i Nuragici rifugiatisi dentro il nuraghe, in realtà vi avrebbero trovato non il rifugio della loro difesa e salvezza, bensì la loro prigione, anzi la loro tomba finale.

Tutto ciò sarebbe avvenuto non soltanto rispetto alla immensa maggioranza dei nuraghi semplici, ma anche rispetto ai nuraghi complessi, sia pure con un certo prolungamento dei tempi per gli assalitori. Supposto infatti che, ad esempio, nelle supposte grandiose ”fortezze” o “castelli” del Nuraxi di Barumini, di Losa di Abbasanta e di Santu Antine di Torralba si fossero rifugiati 200 guerrieri nuragici, certamente l’assedio sarebbe durato per un tempo più lungo. Ma nel frattempo come avrebbero essi potuto difendere i loro vecchi, donne e bambini e il loro bestiame?

Ancora gli archeologi militaristi hanno trascurato di affrontare questo problema cruciale: i 7 mila nuraghi-fortezze in vista di quale difesa sarebbero stati costruiti? Forse in difesa dai nemici esterni, che venivano dal mare? Ma in questa ipotesi i nuraghi sarebbero stati costruiti in larga prevalenza sulle rive del mare. E invece è facilmente costatabile che i nuraghi sono molto più numerosi all’interno dell’Isola, mentre sono piuttosto rari nelle sue coste.

E allora non resta che optare per l’ipotesi che i nuraghi-fortezze fossero stati costruiti in vista delle guerricciole che le varie tribù nuragiche si facevano tra di loro. Ma anche in questa ipotesi e prospettiva la somma globale di 7 mila nuraghi-fortezze è pur sempre eccessiva e da un lato non sarebbe possibile intravedere le ragioni e le cause di quelle guerricciole fra le singole tribù, dall’altro è troppo costoso, anzi incomprensibile e irrazionale che l’intero popolo nuragico si fosse adattato allo stato di una continua “guerra di tutti contro tutti”, di un bellum omnium contra omnes.

Uno degli archeologi militaristi ha tentato di spiegare lo straordinario numero di “nuraghi-fortezze” costruiti dal popolo nuragico sostenendo che esso aveva «una sorta di vocazione “religiosa” per la guerra», un «bellicoso […] animus generale». Insomma – c’è da ritenere e commentare – i Nuragici facevano molto più spesso e molto più volentieri la guerra che non l’amore…

Senonché il modo in cui sono andati avanti gli avvenimenti nella storia della Sardegna purtroppo ha ampiamente dimostrato che quell’“animus bellandi” non esisteva affatto nei Nuragici e i loro 7 mila nuraghi non sono serviti proprio a nulla per impedire od ostacolare, come fortezze, prima l’arrivo e il dominio nell’Isola dei Cartaginesi e dopo quello dei Romani.

Si deve precisare che la “strana guerra” dei Nuragici, ipotizzata dagli autori militaristi, viene da questi descritta di solito in termini assai generici e inoltre in maniera più implicita che esplicita; ed è, questa, una circostanza che lascia intendere come anch’essi per lo meno “sentono” che qualcosa non va nella guerra che, secondo loro, veniva combattuta nei nuraghi e coi nuraghi. Quando però qualcuno di questi autori si lancia a descrivere la “guerra nuragica” in termini più precisi e, vorremmo dire, tecnici, allora non si può negare che trionfi incontrastato il ridicolo. In linea generale si deve affermare che la lunga serie di errori commessi da qualche archeologo-stratega consiste nella estrapolazione di tecniche militari moderne e modernissime su quelle che si possono verosimilmente ipotizzare per la civiltà e l’epoca dei Nuragici.

Non occorre molto acume né profonda conoscenza delle cose militari per notare quanto sia anacronistico – e pure umoristico – l’uso di parole e di espressioni tipiche dell’arte militare dei tempi moderni e contemporanei, che sono state riferite ai tempi della civiltà nuragica e con particolare riferimento al Nuraxi di Barumini:

«proiettili, proiettili di grosso calibro, missili, missili incendiari, munizioni, batterie, batterie d’assedio, batterie di fortini, tecnica della batteria, bocche d’arco, bocche di lancio, bocche da
tiro, cortine, cortine frontali, tiro incrociato delle feritoie, piazzola di tiro, centrale di comando delle operazioni di tiro, centrale di tiro e di comando»…

 Di fronte a questo sfoggio di aggiornata terminologia militare modernissima, verrà spontaneo al lettore di chiedere se i «proiettili» che adoperavano i Nuragici erano a testata nucleare oppure all’uranio impoverito…

La tesi della destinazione militare dei nuraghi mostra di tentennare fortemente e di cadere proprio in pieno ridicolo con la questione di quelli che vengono chiamati «nuraghi a corridoio» o «nuraghi a galleria». Questi, pur avendo in genere la forma esterna uguale a quella dei nuraghi normali, all’interno sono privi della classica cupola ad ogiva e il loro spazio interno è costituito da uno stretto corridoio, al lato del quale si aprono dei piccoli vani, l’uno e gli altri coperti in genere da lastroni di pietra orizzontali.

Gli archeologi militaristi attribuiscono a questi «nuraghi a corridoio» due differenti funzioni militari: da una parte avrebbero costituito un nascondiglio sicuro per i difensori che vi si fossero rifugiati, conoscendone a perfezione la pianta inusitata, dall’altra avrebbero costituito altrettante “trappole” per gli assalitori, i quali avrebbero potuto essere facilmente colpiti, nel buio o nella penombra generale, dai difensori appostati nei diversi vani. Ecco come sull’argomento si è espresso uno degli archeologi militaristi:

«Il nemico veniva attratto nella profondità di questi lunghi e lunghissimi corridoi, tenuti volutamente in uno stato di semioscurità, e, una volta addentratosi nel tranello di quegli angusti passaggi, veniva repentinamente assalito dai gruppi di armati annidati nelle garette dell’andito. L’incauto assalitore era preso in mezzo, aggredito di fianco e di spalle di garetta in garetta e veniva abbattuto a colpi di pugnale in una stretta colluttazione. Che se, poi, ad eliminare il pericolo dell’incursione nemica non fosse bastato il nerbo di uomini di guardia nel corridoio inferiore, accorrevano in soccorso, per le scale, i soldati di scolta appostati nel piano superiore o nel terrazzo e annientavano l’ultima disperata resistenza con lo sterminio totale».

E si tratta di un brano nel quale è da rimarcare il fatto che nei “nuraghi a corridoio” la difesa era tanto ben organizzata e ad effetto del tutto sicuro, che assomigliava a una moderna “catena di montaggio”, la quale ti prendeva l’incauto assalitore vivo e, dopo un più o meno lungo processo di manipolazione, te lo restituiva morto.

Ma l’archeologo-stratega imperterrito ha continuato:

«Riconosciamo per lo più in questo tipo di nuraghe una costruzione di carattere militare, nel quale le cellette e i corridoi servivano per attrarre il nemico ed abbatterlo nell’angustia e nella semioscurità dei vani. Sono una sorta di nuraghi-trappole o nuraghi-nascondigli nei quali l’offesa si affida all’agguato insidioso di piccole unità mobili abituate ai colpi di mano e alla lotta a corpo a corpo col nemico che attacca di sorpresa in rapide scorrerie».

Senonché, a  mettersi dal punto di vista dei difensori, è assurdo pensare che essi sarebbero andati a rifugiarsi e “nascondersi” dentro un edificio esposto in bella vista ai nemici, entro il quale la “trappola” sarebbe scattata a danno loro e non degli assalitori. E pure dal punto di vista degli assalitori è ancora assurdo pensare che essi si sarebbero avventurati entro i cunicoli bui o semibui dei «nuraghi a corridoio»; e, dato ma non concesso che potessero commettere questa imprudenza o ingenuità uno o due assalitori, sicuramente non l’avrebbero ripetuta tutti gli altri loro compagni. Anzi, nemmeno uno sarebbe entrato, dato che nel perenne stato di guerra in cui si sarebbero trovate le varie tribù, ciascuna di esse conosceva alla perfezione le armi di offesa e di difesa dell’avversario. E anche in questo caso gli assalitori non avrebbero mancato di accendere un grosso fuoco all’ingresso del nuraghe a corridoio, costringendo i difensori ad arrendersi oppure asfissiandoli e bruciandoli come altrettanti topi entro la trappola.

Si deve osservare un fatto assai curioso: pur appartenendo sia i difensori che gli assalitori alla medesima ed unica etnia nuragica, nella continua guerra ipotizzata dagli archeologi militaristi i difensori risultavano essere grandemente intelligenti, mentre gli assalitori risultavano essere grandemente cretini.

Una recente trovata degli archeologi militaristi relativa ai nuraghi è che essi sarebbero serviti per il “controllo del territorio”. Però, siccome la locuzione “controllo del territorio” implica necessariamente il concetto di “controllo permanente”, facciamo i calcoli di quello che sarebbe stato il numero dei guerrieri preposti a quel controllo in 7 mila nuraghi: dovendo pensare che in ogni nuraghe ci fosse una guarnigione minima di almeno 12 guerrieri, con un turno di due ore al giorno di guardia effettiva per ciascuno, moltiplicando 7.000 per 12, si arriva alla cifra di 84.000 guerrieri in “servizio permanente” impegnati giorno e notte al “controllo del territorio”. Ma considerato che le guarnigioni dei nuraghi più grandi e complessi di certo avrebbe superato il numero di 12 guerrieri, c’è da ritenere che l’esercito dei Nuragici impegnati nel “controllo permanente del territorio” avrebbe raggiunto e superato la cifra di 100.000 guerrieri! Che è una cifra enorme, quasi certamente superiore perfino al numero complessivo degli abitanti della Sardegna di allora, uomini e donne, vecchi e bambini! Un esercito di tale portata solamente i più potenti stati odierni, come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina possono avere sotto le armi in maniera continuativa, cioè in “servizio permanente”!

Più recente è la tesi secondo cui i nuraghi sarebbero state altrettante “case fortificate”. Senonché è un fatto che i nuraghi non potevano costituire una dimora permanente per i Nuragici, dato che dentro di essi non si può dimorare in maniera continuativa. Nella stragrande maggioranza dei nuraghi infatti mancano lo spazio e i vani per la comune vita di una famiglia, non vi si può tenere a lungo acceso il fuoco perché manca il tiraggio e tutto lo spazio si riempie in breve di fumo, ci si  trova in una permanente oscurità e, soprattutto nei mesi freddi, in mezzo al freddo e alla umidità. Ne è prova il fatto che nessuno dei nuraghi odierni che conservano ancora intatta la cupola originaria, dico nessuno risulta abitato dai pastori o dai contadini odierni. Costoro li usano solamente come ripostigli di attrezzi, come pagliai e come stalle temporanee per le bestie.

Oltre a ciò non si vede quale mai ragioni potessero esistere per preferire queste assai dispendiose e grandemente scomode abitazioni alle semplice ma funzionali capanne o pinnettas nelle quali hanno di certo vissuto a lungo i Nuragici, come hanno vissuto per secoli i pastori e i contadini sardi.

Non è pensabile che i nuraghi fossero “case fortificate”, in cui la difesa delle persone fosse assicurata del tutto, mentre erano anch’essi altrettante prigioni e tombe per gli inquilini in caso di invasione e di assedio da parte di nemici.

E non si può neppure concedere che i grandi nuraghi, quelli complessi, fossero altrettante dimore per i capitribù, altrettante “regge” per i loro regoli. Da parte di alcuni sensati studiosi è stato giustamente detto che quella dei Nuragici era una “società di uguali”, nella quale i dislivelli politici, sociali ed economici erano assai ridotti. Ragion per cui non si riuscirebbe a comprendere come e perché i sudditi si prestassero a costruire le imponenti e dispendiose “regge” per il loro capitribù, mentre essi si adattassero a vivere nelle modestissime pinnettas.

Neppure il ciclopico Nuraxi di Barumini, prima interpretato come una imponente “fortezza”, di recente interpretato come una “Reggia Nuragica”, riesce a far tornare i conti. Perfino nel Nuraxi di Barumini – che è una collina di grandi massi, ma che offre spazi interni ridottissimi – non esistono i vani per una famiglia regale e per la sua corte, servitù e guardia del corpo, non esiste la possibilità di tenere acceso a lungo il fuoco, si vive in mezzo alla più fitta oscurità e nella cattiva stagione nel freddo e nell’umidità.

Insisto: i sudditi, che vivevano nelle modestissime pinnettas circostanti non si sarebbero affatto prestati a costruire con mille sforzi e in tanti anni e decenni di lavoro un edificio così imponente per il loro capitribù. A sforzi e fatiche e tempi di questo genere i sudditi si sarebbero prestati molto volentieri soltanto in onore e per devozione alle divinità da loro venerate. In proposito è illuminante questo caso: la famosissima “Piazza dei Miracoli” di Pisa, caratterizzata dalla presenza di tre stupendi monumenti architettonici, Duomo Battistero e Torre, ha accanto a sé modestissimi resti delle abitazioni di quella che era la pur potente città medioevale. E d’altronde anche in Sardegna si assiste tuttora allo spettacolo di stupende chiese e chiesette di alcuni villaggi, circondate però da modestissime abitazioni per i comuni abitanti. In tutti i luoghi e in tutti i tempi gli uomini hanno sostenuto sforzi e fatiche e spese enormi per costruire i più grandiosi e più splendidi templi e santuari in onore delle loro varie divinità.

Il recente ritrovamento delle grandi statue di guerrieri nuragici di Monti Prama di Cabras ha dato l’occasione ad alcuni archeologi di continuare ad accrescere il numero delle “stranezze” e delle “irrazionalità” che sarebbero state proprie del popolo dei Nuragici.

Si è cominciato con l’affermare che quelle statue erano di “Guerrieri-pugilatori”, facendo con ciò intendere una cosa mai vista nella storia e presso nessun altro popolo: che i guerrieri nuragici facessero la guerra non con le armi, bensì coi “guantoni da pugili”. (In realtà nelle statue sono raffigurati non “guantoni da pugili”, bensì “guanti-else” per la protezione della mano destra che impugnava la spada e “guanti-bracciali” per la protezione del polso sinistro rispetto allo scoccare violento delle frecce tirate con l’arco).

Inoltre i “guerrieri-pugilatori”, oltre i guantoni da pugile, impugnavano uno scudo, col quale difendevano il loro capo dai colpi ricevuti dagli avversari. Dunque: tutti i pugili odierni danno pugni all’avversario col movimento orizzontale delle braccia tentando di colpirlo sul viso, mentre – nella interpretazione dei moderni esegeti – i guerrieri-pugilatori davano colpi sulla sommità del capo dell’avversario con un movimento verticale delle braccia, dall’alto al basso; e appunto per questo difendevano il loro capo con lo scudo… E in questa prospettiva è stata effettuata una ricostruzione della statua di un “guerriero-pugilatore” che costituisce un portento di “falso macroscopico e insieme ridevole”: con una apposita struttura metallica e con una striscia semicircolare di cemento è stato costruito appunto lo scudo convesso sistemato sul capo del guerriero-pugilatore, ma trascurando il fatto certo che non esiste alcun tipo di pietra che consentirebbe quell’oggetto curvo e sospeso, tanto meno la friabile roccia arenaria di cui sono fatte tutte le statue ritrovate… In effetti una tale ricostruzione sarebbe stata di gran lunga più credibile se si fosse detto che i guerrieri-pugilatori si mettevano lo scudo sulla testa per ripararsi dalla pioggia…

bronzetti 2Questi guerrieri-pugilatori poi non avevano scudi solidi e rigidi, come quelli adoperati da tutti i popoli, ma avevano scudi flessibili e pieghevoli e li agitavano e piegavano sulla testa come se fossero stati di feltro o di panno, con quali capacità difensive è facile immaginarsi. (In realtà il personaggio rappresentato da un bronzetto nuragico rinvenuto a Dorgali (NU), richiamato per confronto, agita sulla testa non uno scudo flessibile, bensì un panno bordato mostrando di coprirsi il capo per deferenza alla divinità oppure di portarlo in dono ad essa).

Lo ripeto, nessuno lo può contestare: secondo la raffigurazione che ne hanno dato alcuni archeologi, da 80 anni in qua fino al presente, i Nuragici erano un popolo caratterizzato da alcune “particolarità” tipiche, da “stranezze” uniche, da atti di comportamento “incomprensibili”, da alcune forti ed evidenti “irrazionalità”, che non si ritrovano in nessun altro popolo antico. Ma siccome queste “particolarità”, “stranezze”, “incomprensioni” ed “irrazionalità” erano del tutto antifunzionali e soprattutto assai scomode e pericolose, non resta altra soluzione che ritenere che quello dei Nuragici fosse un popolo di sottosviluppati mentali, un vero e proprio “popolo di imbecilli”.

Però per fortuna da questa disastrosa prospettiva storiografica noi Sardi odierni, legittimi eredi degli antichi Nuragici, ci possiamo liberare rovesciando del tutto i termini della questione e precisamente riversando le accennate valutazioni negative sui passati e recenti esegeti della civiltà nuragica!

Immagini a corredo, fonte Massimo Pittau.

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3 Comments on I nuragici: un popolo “stranissimo”.

  1. Caro professore, ho letto con interesse crescente il suo articolo, ricco di sensate osservazioni e condivisibili obiezioni, soprattutto sulla funzione dei nuraghi. Lei scrive che alcuni sensati studiosi hanno giustamente rilevato che quella dei Nuragici era una società di uguali, nella quale i dislivelli politici, sociali ed economici erano assai ridotti. In ciò sono d’accordo, e le segnalo che negli anni scorsi scrissi una serie di articoli su questo tema. Recentemente ho pubblicato sul mio ultimo libro (Sardegna l’isola dei nuraghi – Capone Editore – Novembre 2012) dedicato interamente ai nuraghi, uno studio relativo all’antropizzazione e successiva manipolazione dell’ambiente circostante, da parte di quelle genti che, individuata la risorsa idrica e i sentieri di accesso alla vallata o pianura da occupare, realizzavano una serie di edifici con varie funzioni, in totale collaborazione fra clan, condividendo ideologie, obiettivi e ruoli per realizzare il benessere comune. Una società pragmatica, intelligente, legata a divinità rappresentate aniconicamente, certamente in possesso di buone conoscenze sull’idraulica, sulla manipolazione e sovrapposizione di grandi pietre, e sulle attività legate a pesca, agricoltura e allevamento.

    Per quanto riguarda i personaggi in pietra e bronzo, erroneamente denominati pugilatori, realizzati dai nuragici intorno al Primo Ferro, lei afferma che nelle statue sono raffigurati non “guantoni da pugili”, bensì “guanti-else” per la protezione della mano destra che impugnava la spada. Vorrei che osservasse con cura il pugno chiuso di questi guerrieri, così da tentare un’interpretazione delle guglie presenti intorno alla mano. L’utilizzo di queste armi è efficace perché concentra nella punta della guglia l’energia che si sprigiona nell’esecuzione del colpo. Una sorta di pugnale cortissimo in grado di perforare con facilità ciò che aggrediva. Per quanto riguarda il materiale degli scudi, da lei interpretati come panni con i quali coprirsi il capo per deferenza alla divinità, le segnalo che la mia visione su quegli oggetti tiene in considerazione uno studio effettuato su un materiale, il lino, che presenta una serie di qualità interessanti: è leggero, facilmente lavorabile, conosciuto all’epoca e sovrapponibile in strati con l’utilizzo di resina per l’incollaggio. Una corazza, o uno scudo, realizzato appunto con la sovrapposizione di circa 20 strati di lino sagomati e incollati, presenta ottime doti di resistenza alla perforazione dalle frecce, non può essere tagliato da una spada e, soprattutto, costituisce un perfetto “ombrello protettivo” in caso di oggetti che giungono dall’alto (ad esempio una raffica di pietre o frecce lanciate da un gruppo di nemici).
    E’ interessante la sua proposta di oggetto donato alla divinità, una sorta di tappeto o tagliere in sughero, come quelli che ancora oggi costituiscono apprezzati elementi d’artigianato sardo. E’ una visione romantica, affascinante e difficile da confutare. Ma tale rimane, poiché mal si abbina abbinata al pugno armato di maglio con guglie, caratteristica che cozza contro la religiosità del gesto.

  2. Gentile Pierliuigi inserisco qui di seguito, con ritardo causa la chiusura del sito in queste due settimane, la risposta del prof Pittau. saluti.

    _________
    Egregio Amico,
    1) Nei guerrieri di Monti Prama la mano è in generale indicata con rigonfiamenti per la evidente ragione che la friabilità della roccia arenaria impediva o almeno sconsigliava la indicazione delle dita. Ebbene, i rigonfiamenti talvolta potrebbero indicare dei guanti, ma su questi non c’è alcun segno che indichi che fossero guarniti di punte di metallo. Ed allora, perché continuare a ritenere e descrivere i Nuragici come un “popolo stranissimo” affermando che i suoi guerrieri combattevano coi “guantoni guarniti di punte”, cioè in un modo che non abbiamo mai saputo che combattesse nessun altro popolo antico?
    Un “guantone guarnito di punte” non sarebbe stato una vera arma. Invece le armi che i guerrieri di tutti i tempi – fino a quelli recenti in cui sono entrate in uso le “armi da fuoco” – erano queste: a) Bastoni più o meno lunghi, che appuntiti finirono col diventare o corte spade o lunghe lance, di legno oppure di metallo; b) Bastoni con testate di nodi naturali (clave) oppure di sassi strettamente legati alla cima oppure di asce infilate sulla cima.
    Io ricordo di aver visto – con notevole disagio spirituale – nel museo del Castello di Trento anche grosse clave di legno che avevano sulla cima un rigonfiamento di metallo guarnito di lunghe punte: lo adoperavano gli Austriaci nella I guerra mondiale, per dare il colpo di grazia finale ai nostri poveri soldati che giacevano per terra tramortiti dai gas asfissianti… Ma ovviamente escludo che agissero in codesto modo anche i guerrieri di Monti Prama.

    2) Sempre nella supposizione che i Nuragici fossero un “popolo stranissimo” si può continuare a pensare che i loro guerrieri usassero “scudi flessibili e pieghevoli”, adoperati anche come “ombrelli protettivi” per difendersi dai sassi scaraventati loro addosso dai nemici…

    3) Come si può accettare la “baggianata”, messa in giro dal solito archeologo, che il bronzetto di Gonone (Dorgali) che ha sulla testa un oggetto pieghevole ed “orlato” – e dunque non un recipiente rustico di sughero – sia un “pugilatore”… Molto meglio aveva visto Doro Levi (Mélanges Charles Picard, Rome-Paris 1949, pgg. 456 sgg., figg. 1-4), quando aveva parlato di un «cuoiaio», che ha le mani difese da guantoni per il suo lavoro e la protuberanza di uno di questi indica un trincetto.

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