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Perla di Labuan: in morte della ragazza stuprata a Nuova Delhi. E ancora sul femminismo e sul femminicidio. Ma Dio – se esiste – è donna!

di Rina Brundu. Infine è morta. Infine è morta nonostante il suo desiderio di “voler vivere”. Di voler vivere comunque. Personalmente, sono contenta che sia… andata. Non riesco, infatti, ad immaginare il resto della sua vita violata, violentata, stuprata, oltraggiata, offesa, profanata, sconsacrata dai sei animali (senza offesa alcuna per gli amici a quattro zampe, che non a caso preferisco chiamare “altri esseri”!), che ha avuto la sfortuna di incontrare sulla sua strada una quindicina di giorni fa.

Una “Perla di Labuan” di salgariana memoria per certi versi diversa: una “Perla di Labuan” che ha dovuto soffrire sulla pelle il lato-oscuro di quell’affascinante e ad un tempo terribile sub-continente indiano dove non passa giorno nel quale una donna non venga violentata e amazzata. Temo anche che, colà, le elucubrazioni semantiche occidentali trovino il tempo che trovano e il termine “femminicidio” sia ben lontano dall’avere una sua perfetta visibilità. Del resto sarebbe finanche difficile comprenderne la significazione in un contesto umano dominato dalla cultura-di-casta prima e dal maschilismo poi. In un Paese dove una mucca vale molto più di un Essere-raziocinante di sesso femminile. In un Paese in cui le donne vengono bruciate, sfregiate con l’acido da fratelli, amici o mariti gelosi. In un Paese dove giovanissime senza dote (???) scompaiono dalla mattina alla sera senza che se ne senta parlare più. In un Paese dove spose-bambine vengono consegnate nelle mani di vecchi spietati disposti a tutto pur di soddisfare i loro istinti brutali.

Mi sento in difficoltà nello scrivere queste righe. Mi sento in difficoltà perché non ho un vocabolario sufficiente ad esprimere tutto il mio sdegno e ad un tempo mi pare che un tal vocabolario non esista sotto il sole. Mi sento impotente. Mi torna però in mente quel detto che più o meno diceva “Quando non si possono cambiare cento teste occorre cominciare a cambiarne una”. Come a dire che parlarne serve. Del resto, rispetto all’argomento in questione, noi italici non abitiamo un Paese troppo diverso dalla patria della nostra “Perla di Labuan”. Basti pensare al recente “scandalo” procurato dall’infausto volantino di don Corsi, nel quale volantino lo stesso sacerdote accusava le donne di “provocare”, insomma di essere le artefici del loro stesso triste destino.

Nell’occasione, lo confesso, non me la sono sentita di scrivere nulla. Diro di più, non me la sono sentita di prendermela contro don Corsi. Sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa. Di fatto il pensiero di quel parroco è da vedersi, secondo me, soprattutto come importantissimo smoking-gun. Vale a dire come prova-convincente-inconfuntabile di quanto il pensiero di questo uomo-di-Chiesa (ma che sia uomo di Chiesa è fattore secondario, non ho mai pensato che diventando uomo-di-Chiesa un uomo-qualunque diventi in automatico essere dotato di spirito etico superiore!), sia pensiero comune non solo tra una buona fetta della popolazione italica di sesso maschile ma finanche tra quella di sesso femminile. Ho testimoniato di persona sia quando scendevo per lavoro nella Milano-da-bere, sia quando di recente ho abitato in Sardegna per una decina di mesi, il gap profondo che esiste a livello di substrato culturale con la concezione della donna presente a queste latitudini. L’ho testimoniato online, e tutti noi possiamo testimoniarlo ogni giorno semplicemente leggendo le statistiche 2012 dei “risultati” prodotti da un tale pernicioso background (in)civile.

Mi rendo conto che il mio pensiero “difetta” in questa occasione, ma resto dell’avviso che contro un simile malcostume le prediche e i movimenti “moralizzatori” aiutano fino ad un certo punto. Le donne, infatti, devono essere messe in grado di difendersi in tutti i modi e in tutte le maniere specialmente da una legislazione ferma e che non faccia sconti. Di nessun tipo. E da una formazione-scolastica che aiuti le bambine, fin da piccolissime, a prendere coscienza della loro “essenza”, delle loro “possibilità”, della “bellezza” e della dignità del loro corpo. Soprattutto, che le aiuti a liberarsi, una volta per tutte, dalle schifiltosissime catene imposte da una atavica cultura schiava di falsi pudori, spesso conditi in salsa religiosa, di miti e di riti maschilisti imposti e modellati a loro immagine e somiglianza.

Il tutto nella perfetta convinzione che se, di recente, in Germania il ministro per la Famiglia del governo tedesco, Kristina Schroeder, si è potuta concedere il lusso di argomentare che Dio dovrebbe essere “grammaticalmente” neutro, da noi, in Italia, il grave status delle cose impone che declini al femminili. Per quanto mi riguarda faccio fatica a confrontarmi con l’idea dell’esistenza stessa di un tal Spirito-Saggio ma qualora esistesse non ho davvero dubbi: Dio è donna!