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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Una lettera.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

genn1Vi scrivo questa mia perché gli annunci tristi tra le pagine dimenticate dei giornali non li amo. E corone di fiori lugubri sistemati a bella posta non me la sento di mandarne. I fiori meglio raccoglierli selvatici proprio in quei campi di Sardegna che costeggiavate neppure un giorno fa. Che i rari boccioli della nostra isola non sono mai troppo sgargianti però si fanno guardare. Hanno sovente colori delicati confusi gentilmente con il mondo-intorno come se per atavica timidezza non lo volessero disturbare. Ma nelle giornate di sole più splendente sanno cambiare e per incanto diventare variopinte cascate odorose, tovaglie policrome e brillanti che vestono di radiosa eleganza anche i dirupi più rovinosi delle nostre malinconiche vallate tutte da respirare. Come quando, in primavera, si dischiudono i cardi, l’asfodelo, il corbezzolo, i fiori di campo e nelle stradine più riposte, isolate, appartate, i loro effluvi si mescolano con gli odori della terra, degli uomini, degli armenti, dei loro escrementi, di perle di rugiada che sembrano diamanti e tutto insieme diventa… profumo di noi.

La differenza è che ieri il sole non c’era. E nevicava fitto. Che, a ben guardare, anche la neve, soprattutto la neve, racconta di noi. Di noi formiche della montagna, intendo. Di quelle formiche che, per fortuna o per dispetto, nascono già marcate dalla sua ombra perenne e poi se la sentono addosso in ogni istante respirato. Che fuggire un tal abbraccio asfissiante non è concesso, non importa quanto distanti si possa viaggiare, non importa quanto lontano si voglia camminare. Ma se questo nostro vivere è un tutt’uno col morire, risultano pure assurdamente dolci, alla memoria, i ricordi di quelle ore passate, infinite giornate di bambini, trascorse con il naso a sfiorare i vetri sudati delle finestre e gli occhi attenti a catturare ogni indolente fiocco di manna gonfiata che, destinato a diventare tappeto, cadeva. Per miracolo. Dal cielo. Che a volte non pareva vero il nostro riuscire a calpestare un arazzo così elegante, luminoso, scintillante, in grado di falsare a meraviglia l’aspetto di quell’altro usato, datato, guardiano, perenne, perpetuo, e di illuderci che non fosse. Maligno.

Vi scrivo questa mia perché per quando tornerò la neve sarà squagliata. E saranno trascorse infinite notti e interminabili giornate. Non che nel frattempo mi riuscirà di dimenticare! E poi anche la strada la conosco bene: so dove dovrò andare! Che le visite al cimitero sulla collina sono diventate da tempo per noi viandanti migranti – figli a loro modo scordati, obliati – faccenda congeniale: senza non si può più fare! Sono visite che oggi come oggi hanno finanche una loro precisa… struttura. Vi sono, per esempio, occasioni in cui piombo all’improvviso tra quei sepolcri a loro modo vivaci per dei colloqui veloci con questa o quell’altra… formica. Che è stata. Altre volte mi piace intrattenermi in conversazioni lunghe – sostanziali – principi di ragionamenti che in certo modo desidererei più impegnati, valutati, studiati, discorsi che si nutrono per lo più dei miei punti di vista, opinioni ostinate, radicati convincimenti e di risposte che sono echi, fantasmi delle meditate obiezioni altrui che avrebbero potuto, dovuto essere. Il più delle volte però mi piace sedere sulle travi di cemento che, nella zona nuova, quella che ospita i loculi delle ultime formiche arrivate (andate?), diramano in più direzioni. E mi fermo a pensare. Ricordare. Mi ricordo di questa e di quella. Di questa e di quella.. formica che, non fa male chiarirlo, ha sempre avuto un suo bellissimo nome ed un suo regale cognome. Una sua storia. Una storia che in genere io conosco a memoria ma che, laddove il ricordo mi imbroglia, non riesco a non ingegnarmi a completare e ad abbellire di mio. Un poco come se dotandola di una carta d’identità più definita, di esperienze di vita ritenute mirabili, di una pseudo-letterarietà discutibile, volessi regalare, anche all’ultima tra le formiche che non avevano mai vissuto, scampoli di forzata eternità. Oltre l’ombra fastidiosa che da secoli l’aveva fatta sua. Annullata. Soggiogata. Impedita. Oltre il Tempo.

Vi scrivo questa mia perché voglio illudermi così di rimandare la nuova visita destinata. Che poi, seduta su quella trave centrale in cemento, sicuramente asfissiata, angustiata, di pioggia, o altrimenti assettata di sole, non avrei granchè da raccontare di cui non sappiate già: qui da noi il tempo non è troppo diverso da quello che vi ha portato via. E anche in Irlanda fra poco sarà Natale. C’erano milioni di luci stamattina nel centro della città: tutte di un unico colore. E c’era uno strano chiarore. Giochi d’alba e di tramonto che a queste latitudini in queste giornate corte spesso si confondono. Mi confondono. Sgomentano persino.

Ma vi scrivo questa mia soprattutto perché so che lo avreste voluto. Per tutto ciò che è stato e per ciò che non si è potuto. Fare. Che a ben guardare non mi avete mai fatto mancare… niente. D’importante. L’ultima volta, al telefono, si parlava di don Vinante. Con quella dolcezza strana, pacatezza gentile che non vi lasciava mai. Che in molti istanti di questa nostra vita di formiche marchiate, segnate, quella cortesia colpiva curiosa e riempiva silenzi, ore di anni e milioni di chilometri. Di distanza. Riempiva di tutto e di niente ma rafforzava il valore della vostra presenza. Sentita. Importante. Che come rari boccioli di fiori nati in quell’isola prediletta non indugiavate troppo sui colori sgargianti però vi facevate amare. Con gesti delicati, garbati, con il mondo intorno come se per atavica timidezza non vi andasse di disturbare.  A mio avviso era comunque troppo presto – dico – per andare. Avreste dovuto fermarvi, riflettere, pensare, riempire ancora a lungo della vostra essenza diversa queste nostre malinconiche vallate tutte da respirare. Come quando, in primavera, si dischiudono i cardi, l’asfodelo, il corbezzolo, i fiori di campo e nelle stradine più riposte, isolate, appartate, i loro effluvi si mescolano con gli odori della terra, degli uomini, degli armenti, dei loro escrementi, di perle di rugiada che sembrano diamanti e tutto insieme diventa… profumo di noi.

Rina Brundu. A M. S. e A. O. Con infinito amore. Grazie – 5/6 Dicembre 2012. In Dublino.

Featured image, anni ’70, macchina di M.S. sul Gennargentu. Autore don Pietro Vinante.

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12 Comments on Una lettera.

  1. Mandiamo, perché altro non possiamo fare, un abbraccio a Cecilia, Alberto, Giacinto. E famiglie.

  2. Ninetta // 7 December 2012 at 08:49 //

    Fantastica ed emozionante, nelle tue parole rivivo la mia terra.

  3. francu pilloni // 7 December 2012 at 10:06 //

    Terribile quello che scrivi, RB. Terribile nel senso che atterrisce la tua intuizione che la terra, la nostra terra in particolare, sarà come ieri è stata, fiorendo e rifiorendo, incurante del nostro passaggio. E allora, mi pare che tu ci abbia voluto suggerire, possiamo comportarci, come M. S. e A.O. hanno fatto e come i nostri avi ci hanno insegnato, in modo che si possa dire che “Sulla terra passavamo leggeri”, come ha ripetuto più volte Sergio Atzeni, anch’egli limitatosi a sfiorarla appena,

  4. daniela manca // 7 December 2012 at 10:55 //

    e comunque ci coglie sempre di sorpresa, e nonostante l’età e l’esperienza non siamo mai pronti… quando da bambina andavo in cimitero leggevo solo nomi sulle lapidi e vedevo volti in bianco e nero di personaggi sconosciuti, senza attinenza con la “realtà”. Ora vedo persone note, vicini di casa, amici, zii, parenti stretti; e poi compagni di scuola, e coetanei e via via ragazzi e ragazze più giovani di me. E dovrei sapere che è solo questione di tempo, e dovrei salutare quei volti conosciuti con un “A presto amici” ma è sempre tabù e la morte non è mai nominata apertamente men che meno vicino a un moribondo, e men che meno nei necrologi o annunci di condoglianze, sempre sostituita da un: ci ha lasciato, è venuta a mancare, si è spenta… come se così facesse meno male. Forse scriverne è un valido modo di condolersi.
    A dus connosci in su celu.

  5. Pietrina Lecca // 7 December 2012 at 10:59 //

    In queste occasioni non si sa mai cosa dire…Non esistono parole per alleviare il dolore dato dalla perdita di qualcuno che ami! Qualsiasi parola appare vuota di senso di fronte ad un dolore così grande! Vi abbraccio forte, forte e vi sono vicina con tanto affetto

  6. Caro Franco, non ti smentisci mai! Sì, le mie formiche che, in verità sono molto datate (le raccontavo già nel mio primo articolo venti anni fa, o più)…. Parlano di come alle pendici della montagna si passi (non si passava) sulla terra fondamentalmente leggeri come direbbe Atzeni. L’avverbio non è lì a caso… perché a volte… ci facciamo sentire, spesso in maniere e modi non opportuni. Ma le formiche che ho descritto ieri erano come fiori di campo di Sardegna, gentili e belle, garbate ed educate. Ed insegnavano tanto. A modo loro, ma insegnavano. Lo dico da persona che per atavica testardaggine sceglie con una data severità di metodo da dove imparare. E poi ci sarebbe altro da dire….. e non è poco. Un abbraccio. Anche a te Ninetta. Grazie.

  7. Sì, Daniela, ne parlavamo anche pochi mesi fa, ricordi? In quell’altra occasione.
    Nel mio caso il buono di essere sempre lontana è che non debbo mai dire addio, ma solo arrivederci. E poi si tratta sempre di infiniti viaggi su quel cimitero dove dormono sulla collina. Dove un giorno dormirò anche io e magari un altro verrà a sedersi sulle travi di cemento. A parlarmi. Baci.

  8. Le corone di fiori arricchiscono solo i fioristi, e durano lo spazio di pochi giorni. Ma una lettera così sofferta e tanto vera, rimane per sempre ed è segno tangibile di una vicinanza affettiva che non può essere sostituita da nessuna forma esteriore. Per chi crede, come dice Daniela, si penserà “a presto amici, parenti…” ma per chi non crede, fintanto che manteniamo in noi il ricordo delle persone amate, esse continueranno a vivere nei nostri cuori..e così è e sarà per te, Rina cara! Ti abbraccio

  9. Cara Pietrina, un abbraccio. Sono felice di trovarti qui. Meritavano. Baci.

  10. Abbracci anche a te grande Danila. Una femmina ci balede, direbbero in Sardegna!

  11. Dove se n’è andato Elmer
    che di febbre si lasciò morire
    Dov’è Herman bruciato in miniera.

    Dove sono Bert e Tom
    il primo ucciso in una rissa
    e l’altro che uscì già morto di galera.

    E cosa ne sarà di Charley
    che cadde mentre lavorava
    dal ponte volò e volò sulla strada.

    Dormono, dormono sulla collina
    dormono, dormono sulla collina.

    Non udiremo più le loro voci, le loro parole, non vedremo più i loro volti cari: essi dormono, dormono sulla collina…

    Grazie Fabrizio.

  12. Bella poesia, Angie! E poi non dire che non sei poetessa, ti ho battezzato come tale, e tale resti!

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