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Servizio Pubblico – Il caso Ilva: da “L’avvelenata” di Guccini alla fenomenologia del “prenditore”. L’intervento di Corrado Clini e le storie tragiche delle donne di Taranto.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Straordinaria puntata di Servizio Pubblico dedicata all’emergenza Ilva di Taranto. Sullo sfondo le note sempre pungenti de L’avvelenata di Guccini e l’eco del primo aforisma less-than-politically-correct di Mario Monti: “Le questioni di leadership hanno un che di invicibilmente interessante, perché sono questioni agonistico-sportive, di competizioni, che si tratti di primarie, che si tratti di illazioni su chi guiderà qualcosa e quando, ma questa è la crosta”. Sì, perché quello che conta è il pus… il potere. Quello vero. Quello forte. Quello che quando non usato (trattato) al meglio, come il pus può continuare a scavare, ad infettare la ferita e a determinare il destino del corpo che la subisce. Può inquinare ed uccidere, esattamente come ha fatto l’Ilva della famiglia Riva nella Puglia vendoliana.

La storia è lunga. Drammatica su livelli multipli. Occorre fare un salto indietro nel tempo almeno fino ai primi anni ’90 quando Romano Prodi è Presidente dell’IRI e decide di liquidare l’Italsider. Si torna alla vecchia Ilva. Quella che nel 1995 passa al Gruppo Riva è però una società moderna, senza debiti, dotata di impianti tra i più efficienti al mondo, una società in grado di produrre profitti per 4.4 miliardi di euro netti. Profitti a quanto pare già accortamente veicolati verso i paradisi fiscali e mai utilizzati per una bonifica ambientale, per mettere a norma un impianto siderurgico dalla cui produzione dipende il destino industriale di una intera nazione.

La posizione di Guido Crosetto (in studio) è lapalissiana: questi non sono “imprenditori”, sono “prenditori”. E addio all’ambito titolo di “patriota” appuntato sul petto di Emilio Riva quando buttò 120 milioni di Euro nella berlusconica cordata CAI pensata per salvare l’insalvabile compagnia di bandiera italica. La litania rottamante di Matteo Renzi (anche lui in studio) è sempre la stessa in questi tempi di primarie infuocate: a Taranto la Politica ha fallito! (nda A Genova e nel Sulcis, no?). O meglio, ha fallito una intera generazione politica, quella che ha sempre considerato il futuro pattumiera del non-risolto nel presente. Renzi benedice il “sacrosanto” diritto dell’imprenditore a fare profitto, ma parla di diritto alla salute e al lavoro. E mentre Gramsci e Berlinguer si rivoltano nella tomba, poco distante da lui, Maurizio Landini, segretario generale della FIOM-CGIL, lo ascolta con una data benevolenza. È calmo Landini, pacato, trasmette serenità. A dirla tutta l’unico che azzarda un commento micidiale è un Aldo Busi insolitamente silente: “Ma che cazzo se ne fa un ottantenne (i.e. Emilio Riva) di 3.5 miliardi di Euro?”.

Effettivamente quei soldi servirebbero altrimenti. Servirebbero agli operai dell’Ilva prima di tutto. E alle loro famiglie. Servirebbero a quelli che tra loro hanno il coraggio di presentarsi in studio a raccontare storie “rivelanti” nella loro semplicità. A raccontare della connivenza giornalistico-mediatica con gli inciuci tra potere e “prenditoria”. A raccontare di conferenze stampa con almeno venti telecamere dove l’operaio pronuncerà parole che non avranno mai l’onore delle cronache, che moriranno laddove sono state pronunciate. Il tutto mentre il Servizio Pubblico italico è giornalmente impegnato a fare da grancassa alle urla isteriche lanciate nei salotti televisivi bene. A raccontare brandelli di vite, a raccontare del loro morboso attaccamento  alla “fabbrica” ad un tempo madre e matrigna: capace di dare vita e di procurare morte con la stessa facilità.

Volendo, con la facilità con cui, secondo Travaglio, Emilio Riva nel 2006 avrebbe staccato assegni a favore della campagna elettorale di Forza Italia e a favore dello stesso Bersani. Per un politico che parla di “autonomia della Politica”, accusa il giornalista de Il Fatto, promuovendo l’ultima crociata del suo giornale, anche se questi denari sono stati regolarmente registrati, il conflitto-d’interesse ideale resta: che il segretario del PD restituisca quei soldi al mittente! Insomma, tempi duri per i beneficiati ma specialmente per i benefattori. Ad esempio, che passi il messaggio che Corrado Clini, l’attuale ministro dell’ambiente del governo tecnico, sia un uomo dell’Ilva non piace in primo luogo proprio allo stesso ministro, il quale si precipita nello studio di Santoro: a smentire, a chiarire e pure a chiedere un bel bicchiere d’acqua. E si propone battagliero, cortese ma battagliero: offre una visione di un esecutivo tecnico decisionista e determinato a risolvere la questione Ilva: con o senza Riva (?)!

Una fortuna insperata, la presenza del ministro, per Massimiliano, un altro operaio tarantino che ha finalmente l’occasione di raccontare al governo che lo rappresenta il suo pensiero, di metaforizzare in maniera densa di significato la recente tromba d’aria che ha colpito la città pugliese, scalzando senza troppi complimenti Busi dal suo ruolo di intellettuale primus inter pares. Che ha finalmente la possibilità di parlare nel suo ruolo di cittadino di una città diseredata, morta ammazzata, intossicata, infetta, uccisa dall’ammianto dei cantieri navali prima e dalla diossina dell’Ilva poi. Sostanze cancreniche che in un tempo veloce, velocissimo, si sono portate via enne padri, enne fratelli di infinite donne di Taranto. Di infinite mogli di Taranto che come la moglie di Massimiliano non potranno avere figli; o che quando tanto fortunate da ritrovarsi ad allattare i pargoli sarà per regalare loro… veleno.

Taranto l’avvelenata. Proprio come cantava Guccini. Perché una città così ti fa vivere e ti fa morire. E il resto sono solo parole buttate nel vento e perse nel senso. Domande retoriche destinate a restare senza risposta e che mentre volteggiano nell’aria producono imbarazzo. Come quando, in chiusura, Matteo Renzi viene costretto a chiedersi: che cos’è la sinistra? Già, la sinistra! A giudicare dai risultati ottenuti nell’Italia post-gramsciana… la sinistra… la mano sinistra…. è quella che ha lavato la destra… la destra è quella che ha lavato la sinistra… e insieme si sono fregate l’asciugamano!

Featured image, screenshot dalla sesta puntata di Servizio Pubblico. Da sinistra, il ministro Corrado Clini, Michele Santoro, Maurizio Landini, Guido Crosetto, in alto l’operaio tarantino Massimiliano, Aldo Busi, Matteo Renzi.

3 Comments on Servizio Pubblico – Il caso Ilva: da “L’avvelenata” di Guccini alla fenomenologia del “prenditore”. L’intervento di Corrado Clini e le storie tragiche delle donne di Taranto.

  1. francu pilloni // 30 November 2012 at 15:24 //

    Hai ben ricreato l’atmosfera della trasmissione che ieri Santoro si è lasciato sapientemente sfuggire di mano, glissando su interventi risibili, oppure sulla consultazione che ha visto Vendola che fa fuori Bersani e Renzi nelle preferenze. Da ridere.
    Una precisazione: Prodi non “decise” di privatizzare l’Italsider, ma il Governo di allora. Prodi fu chiamato a presiedere l’iRI per attuare le privatizzazioni di banche , ecc.
    Così pare che sia stato.

  2. francu pilloni // 2 December 2012 at 19:27 //

    Gavino, ti sei perso molto perché i lavoratori dell’Ilva sono stati i protagonisti veri, tenaci e coraggiosi della puntata.

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