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Servizio Pubblico: dagli incazzamenti dell’operaio sardo al “Billionaire”. Caro Travaglio, ecco perché “ì vorrei” non seguirti più….

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. “Che sarà, che sarà, che sarà della mia vita chi lo sa, so far tutto o forse niente da domani si vedrà e sarà, sarà… quel che sarà” cantavano i Ricchi e Poveri in apertura dell’ultima puntata del santoriano Servizio Pubblico, titolato proprio come quel gruppo musicale italiano d’antan. Cantavano prima che Michele Santoro si lanciasse nel suo solito siparietto da amante ripudiato della “serva che non serve” (leggasi RAI), ma lontano dall’aver dimenticato le sue “grazie” e dall’avere ritrovato la pace dei sensi. Mediatici. Peccato perché queste sue esternazioni con incluse frecciate al veleno contro i colleghi (vedi menzione del rinnovo del contratto di Bruno Vespa), e i dirigenti del servizio pubblico (andati, presenti e quelli futuri che a sentire Santoro saranno nominati a breve), annacquano l’ispirazione nei discorsi.

Bellissima, per esempio, l’analisi della performance dei “magnifici 5 (???), durante lo scontro Primarie-PD. Ed in particolare la critica serrata contro i miti della nuova sinistra, da Papa Giovanni al Cardinale Martini, così come decantati dai vari Vendola, Bersani e compagnia candidante in quella criptica occasione. Bellissimo il suo paragone con il Berlinguer “intoccabile” che alla maniera dei veri leader aveva i suoi seguaci dietro, non davanti (nda: alle telecamere), come invece accade ai papabili alla futura guida del più grande partito a sinistra (o quasi) dei giorni nostri. A parziale scusante di costoro occorre pure dire che in tempi come questi tempi digitali, dissacranti, irriverenti, derisori per vezzo ed opportunità, anche Berlinguer avrebbe avuto le sue gatte da pelare ma non si deve dimenticare il fatto che un leader vero diventa tale proprio quando è capace di emergere nel suo contesto di riferimento, qualunque esso sia. Non importa quanto difficile. Anzi!

Ma, siparietto d’apertura a parte, a mio avviso il Servizio Pubblico santoriano ha perso molto della verve, dell’entusiasmo e della grinta che aveva l’anno scorso e che molto spesso ho “celebrato” su questo sito beccandomi anche il rimprovero di qualche frequentatore. Detto altrimenti, gli manca la piazza. In compenso, non mancano gli “amici”. Il problema è che un giornalista vero caro Santoro e caro Travaglio non dovrebbe avere amici. Conoscenti sì, persone con cui discutere civilmente e in maniera propositiva sì, ma, per citare Venditti (che onestamente preferisco ai Ricchi e Poveri), “amici MAI”. Invece l’amicizia con Antonio di Pietro – giusto per ricordarne una – era chiaramente evidente nella puntata di una settimana fa. Una puntata che pareva quasi organizzata per dare al leader dell’IDV la possibilità di “smentire” quanto evidenziato dal Report di Milena Gabanelli.

E sempre a proposito di giornalismo d’assalto e di donne giornaliste occorre anche aggiungere che se una rondine non fa primavera, quattro Costamagne non fanno una Gabanelli. L’intervista della Costamagna ad un Briatore – che nell’occasione ha suscitato una grande tenerezza – ha infatti riproposto tutte le “pecche” nel modo di proporsi e di proporre di questa giornalista. Ancora domande lunghissime, prolisse, dove la chiusura ha già mandato a quel paese l’incipit per manifesta incompatibilità e, ancora, mancanza di rispetto-mediatico per l’interpellato, il quale, ci piaccia o no, ha il diritto di rispondere. E ha anche il diritto di non essere interrotto ogni due secondi. Non ho mai avuto un “parere” rispetto al personaggio o al manager Briatore ma se dovessi giudicare da ciò che si è visto Giovedì sera direi che la partita l’ha vinta lui, nelle argomentazioni e nel modus di esporle. Come a dire che pure tutti i peccati capitali o veniali commessi al “Billionaire”, in strepitosa terra sarda, possono essere rimessi: grazie al giornalismo di questi tempi!

Che dire infine del mio amatissimo Marco Travaglio? Incolore è il minimo complimento che gli si possa fare. Il suo sermone contro la Fornero somigliava più al racconto velenoso di una comare invidiosa piuttosto che ad una analisi obiettiva dell’azione politica della ministra. Perché una analisi sia obiettiva infatti deve essere rapportata al contesto, ai “constraints” che quel contesto impone e deve dare preminenza alla macro-picture non al dettaglio che meglio si addice al giornalismo di provincia. Pessimo, a mio avviso, il suo intervento a difesa della maestrina Costamagna nel confronto con l’ex boss della Formula Uno. E non lo dico per gelosia. Naturalmente una giornata-no ci sta, tuttavia il problema resta che quest’anno il giornalista de Il Fatto non ha ancora ingranato e spesso si mostra alla stregua di un diamante la cui brillantezza si è paradossalmente opacizzata per consunzione. Caro Guido, pardon, caro Marco ecco quindi perché ì vorrei… non seguirti più. Then again… sempre citando Venditti è pur vero che: “Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi… ritornano”. Speremo bene.

Featured image Marco Travaglio durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico.

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4 Comments on Servizio Pubblico: dagli incazzamenti dell’operaio sardo al “Billionaire”. Caro Travaglio, ecco perché “ì vorrei” non seguirti più….

  1. Io non guardo mai questo genere di trasmissioni televisive, perché mi pare una perdita di tempo. Rimpiango le vecchie tribune politiche con due avversari ed un numero di domande cui entrambi i contendenti sono tenuti a rispondere. Non mi piace invece il genere talk-show, soprattutto se applicato alla politica. Se poi qualcuno ne fa un uso improprio… ma si sa i media oggi, anziché andare alla ricerca della verità, si arrampicano sugli specchi pur di far fare figuracce a chi politicamente sta dalla parte opposta. Ecco dunque i giornali, le radio e le tivù che, per servire degnamente e fedelmente chi dà loro lo stipendio, fanno di tutto. Persino insultare i colleghi! Questo non è giornalismo, è qualcos’altro.

  2. Concordo Fabrizio. L’unica cosa buona è che tanto si è detto tanto si è fatto tanto si è urlato tanto si è insultato che ormai la parolaccia è stata sdoganata. Il segno non ha più alcun significato!

  3. negli anni ’80, avevo l’abitudine di acquistare 2 quotidiani diversi ogni giorni, durante le tre settimane di vacanza al mare. Avevo tutto il tempo per leggere, ragionare su ciò che leggevo, meditare, ecc.. così scoprii le differenze tra le varie testate, e, leggendo unicamente ciò che ognuna di esse aveva da proporre (a prescindere dalle opinioni altrui) mi formai culturalmente. Oggi, viceversa c’è il rischio più che concreto, che la lettura dei quotidiani (alla cui vita contribuisco grazie ai contributi pubblici), porti all’appiattimento del lettore, che crede di leggere in certe testate una sorta di Bibbia. Se negli anni 80 ci mettevo un’ora a leggere 2 quotidiani, oggi preferisco dedicare il mio tempo alle parole crociate o al sudoku. Semmai leggo libri, ma i quotidiani… per non parlare della tivù!

  4. francu pilloni // 18 November 2012 at 19:37 //

    Ai talk-show io preferisco i vecchi film western, senza rimpiangere le vecchie tribune politiche che sono state quanto di più falso potesse mostrare la tv, spesso senza concedere alternative.
    I vecchi film però non li guarda nessuno e non vanno in onda che raramente; allora qualche volta mi arrendo anche a Ballarò e a Servizio Pubblico, che hanno una grande differenza: a Ballarò Crozza parla all’inizio, mentre da Santoro la satira è in fondo. Peccato, perché mi stufo sempre prima.
    Mia cara Rina, prendo atto del tuo disamore per il Marco nazionale, mi sorprendo però che, “asfaltando” la Costamagna, abbia dimenticato quell’altra, giovane e carina di cui mi sfugge il nome, che ha un futuro assicurato come giornalista d’assalto.
    L’avrai seguita nei servizi proposti, dove inseguiva il potente con domande intelligenti (chissà quanto avrà sudato per escogitarle!) che pareva una zanzara in una sera d’estate in riva allo stagno.
    Lo so che sto aggiungendo acqua al mare, sfondo porte aperte, macino acqua passata. Però a me Travaglio di tanto in tanto mi piace, specialmente quando ha l’ardire di parlare niente meno che contro Scalfari. So bene che è una tattica che il maestro di Repubblica ha usato a più riprese alla nascita del suo giornale, un giorno se la prendeva con Montanelli, il giorno dopo con Biagi o con chi gli faceva comodo per aumentare la sua audience. Anche Travaglio ha fame di vendite per il suo Fatto, ma ci vuole comunque fegato per andar contro la congrega di De Benedetti.
    Inoltre, anche a lui qualche volta la ciambella non riesce nella forma usitata di corona circolare, come la definiva la geometria euclidea.

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