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Ritratti d’Irlanda (1): Araners.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Nel 1993 Aran (1) era ancora specchio della sua storia. Un ciglio di terra frantumato su freddo Atlantico per fortuna e per vendetta da un Dio ispirato ma per sua natura inflessibile. Che la storia di Aran era scolpita a fuoco vivo su ciascuna delle pietre (milioni) che la facevano essere e che i turisti si infilavano in tasca con la noncuranza del ladro gentiluomo incapace di fuggire il loro fascino e di staccarsene. Che da Aran si dominava il mondo. O l’illusione di farlo era molto, molto forte, come in nessun altro luogo che avessi mai visto prima. E come quando dal millenario forte di Dun Angus si guardava sull’Atlantico e ci si fermava a pensare. A pensare il tutto e il nulla che a volte si confondono e si scoprono uguali. Che gli Araners parlavano di rado ed erano per lo più gelosi di quel diverso universo. Nei loro occhi diffidenti riflettevano storie complicate vissute sulla pelle e ricordi congelati che erano memoria di una somma di migliaia di vite. Perdute. Ricordi di donne di nero vestite che quando non impegnate a raccogliere alghe da stendere con biblica pazienza su grigiastri lastroni calcarei, sui quali coltivare la speranza di un orto di patate che non sarebbe mai stato, si affrettavano sul picco più alto a scrutare ansiose il mare in tempesta dove si decidevano i destini di mariti, figli, fratelli impegnati a rubare cibo ad un Nettuno mai troppo accomodante. Che la faticosa pesca agli squali e alle altre creature abitanti le acque al largo, per lor malizia determinate a tenersi a ragguardevole distanza dalle scogliere povere, era fonte di vita, di morte, di molteplici racconti da narrarsi la sera al pub o nelle fredde cucine annerite di fumo e spogliate di tutto. Perché anche per fare leggenda occorre almeno una misera tela sulla quali intessere e adornare fantasia ma Aran era povera finanche di quella. Ricordi di uomini che nascevano destinati a soffrire, a sentirsi tra le ossa quel dannatissimo gelo intenso, la furia del vento, i raggi beffardi di un sole sporadico, i fischi insolenti di uccelli dispettosi, tutti istanti pensati a bella posta per calpestare dignità. Ricordi di bambini e bambine diventati vecchi dall’oggi al domani, vittime dei loro sogni strani e di rimpianti. Infiniti. Che l’America era chimera ma non vi era quasi mai altra maniera per non perdere la speranza. Che da Aran erano emigrati a migliaia e le case abbandonate, persi i loro tetti di paglia, erano diventate, nel tempo, pareti scheletriche private dei loro stessi fantasmi. Che persino gli spettri ad Aran avevano condotto vita dura e quelli che erano rimasti lo avevano fatto perché costretti. Perché non gli era mai stata offerta possibilità di scelta. Un’altra forma di sventura come quando l’inferno ti si presenta attraente, solcato da nuvole iridate, ricamato di prati verdissimi, arato con alberi vissuti e impreziosito di fiorellini delicati. E rari. Momenti di un paradiso caduto che non vorresti lasciare mai ma che viverli è vietato per costituzione. O maledizione. Che, nel suo antichissimo tribolare, storie maledette ad Aran ne erano state raccontate davvero tante: storie d’amore contrastato e di scontata solitudine, storie di passioni mai sopite e di vendette assai violente, storie celtiche e pagane, storie barbare e profane,  storie di santi cristiani e di martiri della Fede, storie feroci di vichinghi supponenti, di conquistatori bastardi, di assassini brutali, di ladri colti con le mani nel sacco e di traditori della fiducia di Sua Maestà che alle sue sacre galere australiane avevano sempre preferito la fuga; finanche l’inferno-inferno che era Aran. E avevano sempre preferito la morte sovente agguantata in un solo momento, istante-tormento, lanciandosi dai suoi spuntoni più sporgenti, che così facendo si evitava di sfracellarsi sulle rocce e le onde diventavano tomba. Che fra 300 milioni di anni Aran non ci sarà comunque più, il mare l’avrà inghiottita, sedotta, corrotta, granello a granello e andarsene prima potrebbe essere sembrata, ai suoi figli, figliocci, figliastri, amanti e detrattori, nativi e ammiratori di sempre opzione sensata davanti al supplizio, vano artifizio, di dover vivere un giorno… senza.

 Note:

(1)      Con il generico nome di Aran si identificano tutte le isolette al largo della costa di Galway (Irlanda occidentale) e in particolare le tre maggiori, nell’ordine: Inishmore, Inishmaan e Inisheer.

___________________

Come una farfalla…

Che non fa che volare

Incapace di fermare

Il moto del vento

Incapace

Di frenare

Lo scorrere del tempo

Incapace di godere

I suoi stessi colori

Incapace di lenire

I suoi mille dolori

Come una farfalla

Che vorrebbe dormire

Lasciarsi andare e poi

dolcemente morire.

RB 03-11-2012

Featured image map of the Aran Islands, source Wikipedia.

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3 Comments on Ritratti d’Irlanda (1): Araners.

  1. … storia di un amore che è mille amori, in un tempo che è ogni tempo, essenza dell’umano tormento che non tollera facili cliché…

  2. Ciao Francesca, cheer up! Riporto dal tuo sito http://www.francescamontomoli.com
    una tua bella poesia. Grazie.

    Alba lacustre

    Cerchi d’acqua

    Si dipartono muti

    In controluce.

    (fm)
    ott 19, 2012

  3. Ciao Gavino non credo che la poesia di Francesca abbia nulla a che vedere con Aran.
    L’ho presa io dal suo sito causa una notizia che mi ha fatto avere e volevo mandarle un abbraccio. Ideale. A modo mio, al solito. Per info. ciao

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