PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

“Il pianista e il suo re” ed altri racconti di Maurizio Barbarisi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

VOCI NEL TEMPO

Il cellulare squillò una volta sola, tanto che quando dissi ‘pronto’ pensai non ci fosse nessuno all’altro capo del filo.

«Ciao» sentii invece mormorare all’apparecchio. E quel suono mi parve subito irreale tanto proveniva da un passato lontano.

«Ciao» risposi io trattenendo il fiato.

«Mi hai riconosciuto?»

«Come potrei dimenticare la tua voce? Come stai, Marta? Che piacere sentirti, dopo tanto tempo…»

«Sono ventidue anni fa… ventidue anni, oggi…»

«Non l’avrei proprio detto. E che cosa mi dici di te?»

«Dopo che ci siamo lasciati, anzi dopo che tu mi hai lasciato, intendi dire? Ho incontrato un uomo, qualche anno dopo, e ci siamo sposati: ho avuto anche una figlia… ma poi nulla è andato per il verso giusto.»

«Mi dispiace Marta, mi spiace davvero, anche per come sono andate le cose tra noi…, non abbiamo mai avuto un vero chiarimento per quello che è successo e ogni tanto ci penso ancora: avevi diritto a una spiegazione, mentre io…»

«No, no, lo so benissimo che non ti dispiace affatto, ma ora non ha più alcuna importanza, credimi; appartenevo a un ceto di bassa estrazione, se questo poteva voler significare qualcosa e tu invece provenivi da una famiglia agiata e avevi la tua bellissima carriera da fare; no, non potevi rimanere al paesello con una come me. Avrei stonato nei salotti bene, l’ho capito persino io senza fartene mai una vera colpa; perdonami piuttosto se ti ho chiamato; non volevo affatto recriminare, ma solo ricordare per un attimo i vecchi tempi e riprovare quella belle sensazioni che mi dava l’ascoltarti.»

«E te le do ancora?» chiesi pentendomi subito di aver fatto una simile domanda.

«Oh sì, eccome…»

Poi si udirono dei rumori di sottofondo. Marta, coprendo probabilmente il ricevitore con una mano, stava parlando con qualcuno.

«Mi stanno chiamando » disse riprendendo la conversazione. «Devo proprio andare. È stato bellissimo risentirti. Allora ciao.»

«Ciao, Marta.»

Un’ondata di ricordi mi saturò la memoria. Mi ritornarono alla mente il suo viso dolce, le lunghe passeggiate, l’amore acerbo ma intenso, le promesse non mantenute. Una malinconia sottile mi s’infilò sotto pelle come una malattia rapida e devastante. Ripresi il telefonino in mano e chiamai Berto. Lui era rimasto al paese, proprio come Marta. Chiamarlo non sarebbe servito a nulla, lo sapevo, ma mi avrebbe fatto sentire forse un po’ meglio. Ma più discorrevo con lui e più mi accorgevo di non aver il coraggio di parlare di lei. Feci un bel respiro e, troncando a metà il suo discorso, gli chiesi:

«Sai, mi è successa una cosa davvero strana. Mi ha appena telefonato Marta Ciolli, te la ricordi? Quella ragazza con cui mi dovevo sposare quando abitavo lì: una biondina di Collefili. Come sta veramente? L’ho sentita molto giù…»

«…»

«Berto!?! Ci sei ancora?»

«Stai scherzando vero?»

«No, perché?»

«Perché Marta è morta in un incidente stradale dieci anni fa.»

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UN VEICOLO LENTO

Il non aver trovato le chiavi di casa proprio mentre stava per uscire gli aveva fatto perdere minuti preziosi. Per andare a prendere la moglie alla stazione di Collefili, ci voleva mezz’ora e questo significava che avrebbe dovuto affrontare i trenta chilometri di curve a velocità sostenuta. Arturo si sentiva già nelle orecchie la moglie che, all’uscita dalla stazione, non trovandolo, lo avrebbe aspramente rimproverato.

Per fortuna la strada si rivelò sgombra e, complici una giornata di sole e l’ora appena postmeridiana, poté premere sull’acceleratore. Giunto al bivio per Bigialli, s’immise però davanti a lui un enorme SUV. Non solo la visibilità della strada fu all’improvviso del tutto coperta, ma il veicolo procedeva molto lento e le curve rendevano impossibile il sorpasso. Per fortuna si stava avvicinando l’abitato e sarebbero presto iniziate tante possibili strade che la macchina davanti a lui avrebbe potuto prendere. Ma il SUV, sempre procedendo come se il conducente si godesse il panorama, imboccava inesorabilmente ogni volta la sua stessa strada, e lo faceva con una metodicità e lentezza esasperanti. Superarlo in mezzo al traffico cittadino era impensabile, chiedergli strada pure: si impose allora di restare calmo. Giunse così all’ultima rotonda che avrebbe immesso in cinque differenti strade: una, la più trafficata, portava all’autostrada, due, anch’esse molto battute, verso le colline, le altre si perdevano nel paese. Le probabilità che il conducente scegliesse proprio corso Garibaldi, la strada cioè da cui si dipartiva quella per la stazione, erano assai remote. Sul viso di Arturo si accese quindi un sorriso non appena vide che il SUV, nell’affrontare la rotonda, aveva messo la freccia a sinistra. Come aveva ipotizzato, la macchina sarebbe andata nella direzione opposta, verso Capaglossa. Scalò la marcia, pronto a sgusciare di lato nell’attimo in cui avesse accennato la svolta. Ma il conducente del SUV ci dovette aver ripensato perché all’improvviso disinserì l’indicatore di direzione per poi proseguire per corso Garibaldi. Ad Arturo montò un nervoso che gli diede alla testa, tanto che mollò un cazzotto al volante. Il pugno gli rimbalzò a mezz’aria facendogli assumere una postura ridicola. Guardò l’orologio. La moglie doveva essere già arrivata in stazione e lo stava sicuramente aspettando sul piazzale. Cercò di farsene una ragione, in fondo era quasi arrivato: ancora cinquecento metri di corso Garibaldi e poi il SUV avrebbe proceduto sicuramente in direzione del mare o tutt’al più per l’Iper. Non era ipotizzabile che, grosso com’era, si potesse infilare per la scorciatoia stretta di via Calabassi. Arrivarono all’altezza del trivio e il SUV, contro ogni previsione, prese la scorciatoia. ‘Non è possibile!’ sbottò stizzito e a voce alta, Arturo: ‘allora ce l’ha proprio con me!’ Per due o tre volte il SUV rischiò di rimanere incastrato tra le macchine. Poi, fuori dalla stradina, come un predatore che si fosse liberato della boscaglia, s’immise prepotente sul piazzale dei treni. Lui, che seguiva a ruota, vide subito la moglie, appena sotto l’orologio, rigida e arrabbiata, le mani conserte. Era successo quel che temeva: era furibonda. Se almeno fosse riuscito a liberarsi di quel monumento su quattro ruote che aveva ancora tra i piedi, avrebbe potuto accelerare, per dimostrare, frenando, che almeno arrivava di corsa, ma quello era ancora lì, davanti a lui, flemmatico e imponente. Procedettero ancora in quel modo per alcuni interminabili metri. Poi il SUV si arrestò. Sua moglie si avvicinò a passo svelto salutando il conducente del SUV con un sorriso; vi salì. E la vettura sgommò via sotto i suoi occhi.

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IL PIANISTA E IL SUO RE

Quel giorno il pianista si sentiva davvero in ottima forma. Era in pace con il mondo, la giornata era tiepida, il cielo era blu. Avrebbe composto il concerto del secolo, ne era sicuro. Si tonificò così con una doccia energizzante, fece un’abbondante colazione, si tolse il pigiama e indossò il frac. Quindi si mise di buon grado seduto al pianoforte scrocchiandosi le dita della mani (ma anni dopo, nel narrare questa storia, qualcuno giurerà che si scrocchiò pure quelle dei piedi) chiuse gli occhi per ascoltare la propria anima e, colto da inebriante ispirazione, pose le mani sulla tastiera. Con grande meraviglia dovette constatare però che non si udì il minimo suono. L’uomo ripigiò i tasti con forza. Nulla. Provò a pestare sui pedali e a dare qualche manata sui fianchi del mobile. Niente. Cosa poteva mai essere successo al suo splendido e fido pianoforte? Si alzò dallo sgabello sollevando il coperchio come fosse il cofano di un motore in panne e in quel momento si udì una voce:

«Buongiorno, io sono il Re.»

«Oh, Maestà» fece serio il compositore un po’ sorpreso. «Che ci fa lei lì dentro?»

«Ma che Maestà e Maestà! Io sono il Re, la nota di Re.»

«Mi scusi.»

«Dunque: le parlo a nome anche delle altre note: abbiamo delle lamentele da avanzare. Va da sé che fino a quando non saranno esaudite faremo lo sciopero del silenzio.»

«Che guaio!» sbottò il pianista grattandosi il pizzetto. «Proprio oggi che mi sentivo ispirato. E quali sarebbero queste lamentele? Sentiamo!»

«È presto detto: il Mi è stufo di essere equivocato. Lui è un altruista per temperamento. Non sopporta più di dover dire in continuazione ‘mi, mi, mi…’ come un gretto egoista e vuole cambiare nome.»

«Ma guarda! E come vorrebbe chiamarsi?»

«Ti, che ‘suona’ molto più filantropico. Non trova?»

«Trovo, trovo» rispose il pianista divertito. «E poi?»

«E poi Sol è stanco di non avere amici. Perché mai deve essere sempre stare ‘sol’ senza che nessuno gli faccia mai compagnia? È per questo che vuole chiamarsi Stocontùtt

«Ma davvero?»

«Certo! Inoltre il Fa non ne può più di essere operoso, di fare, fare e fare, senza mai potersene stare un po’ tranquillo. Vuole insomma darsi all’ozio, contenuto, centellinato, con sobrietà, ma ozio. Anche lui desidera quindi cambiare il nome in Fagnént. Il Do inoltre non vuole dare più nulla per cui desidera che lo chiamino Metèngognicos. Il La infine vuole essere Qui e il Si vagheggia di dire finalmente No

«E lei?» domandò il pianista che si era messo comodo con il mento appoggiato a una mano. «Non ha richieste, lei che è il Re?»

«Certamente. Tutti mi prendono in giro con questa storia del Maestà o del Sire o con altre battute simili di pessimo gusto. Proprio come ha fatto lei…»

«Già, è vero. Mi spiace. Non sapevo.»

«E così vorrei chiamarmi più semplicemente Unocometànt

«Unocometànt? Ne è sicuro?»

«Sì, è nelle mie corde. Che c’è di strano?»

«Niente, niente. Quindi, ricapitolando:» fece il pianista sospirando «la scala delle note diverrebbe: Metèngognicos, Unocometànt, Ti, Fagnènt, Stocontùtt, Qui, No

«Esatto! Bello no?»

Il pianista scosse la testa e i lunghi capelli alla Beethoven:

«Guardi che non si può fare. Nessun musicista ci capirebbe più niente, sarebbe il caos. E poi non spetta a me cambiare il nome alle note…»

«Ah no? E con chi devo parlare, allora?»

«Non ne ho idea. Le note sono una convenzione internazionale da tutti accettata. Da sempre. Questa è la musica.»

«E dove posso trovarla questa signora Musica?»

«La musica è dappertutto. Qui come in Australia o in Lapponia e persino nelle foreste vergini dell’Amazzonia.»

«Insomma ha il suo bel da fare, mi par di capire, questa Signora.»

«Credo proprio di sì» fece il compositore allargando le braccia. «Però potreste scriverle una lettera, in musica ovviamente. Magari dolce, romantica e appassionata. Sicuramente su una signora farebbe colpo.»

«È un’idea!» fece entusiasta il Re. «Un’ottima idea.»

«Badate bene, però, che presa com’è dal lavoro, potrebbe anche non rispondervi subito. Voi però insistete.»

«Sì, grazie, mi ha dato proprio una splendida idea.»

«E per lo sciopero?» chiese un po’ preoccupato il pianista «Che si fa?»

«Vedrò di parlare con gli altri. E poi dobbiamo assolutamente scrivere quella lettera e se non la si scrive con le note, come fa a capirla la signora Musica?»

«Infatti, arrivederci allora.»

«Arrivederci.»

Il compositore chiuse pian pianino il coperchio del pianoforte. Attese qualche attimo e poi appoggiò delicatamente le dita sulla tastiera. E compose l’opera più bella di tutta la sua carriera.

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L’INDIRIZZO SBAGLIATO

Aveva un sorriso smagliante, Mario, ma anche un’espressione di finta mortificazione sul viso, quando Gianni gli andò ad aprire la porta.

«Non so come scusarmi, è incredibile che sia accaduto.»

«Ciao, Mario, ma che scuse e scuse… vieni accomodati.»

«Non voglio disturbarti e poi devo scappare subito: devo andare a prendere mia figlia. Dimmi solo dov’è, così me ne vado.»

Gianni ci rimase un po’ male per quella fretta. «L’ho fatto mettere in garage» disse piegando a destra della casa «Appena mi sono accorto che sul pacco c’era scritto il tuo nome, ma con il mio indirizzo, ho pensato subito a un errore. Ho detto al corriere che poteva lasciarlo ugualmente e che ti avrei cercato io, perché ti conoscevo. Così avevo una scusa per rivederti.» Gianni era sincero. Si fermò un attimo a guardare l’amico prima di alzare la basculante del garage. Poi aggiunse: «Come stai?»

«Benone.»

«Lo vedo» fece Gianni dando un’occhiata all’Hummer parcheggiato sul vialetto e la bella moglie di lui a bordo, che abbozzò un sorriso tirato accorgendosi di essere osservata. «Te la passi bene, eh? Ma cosa c’è di tanto pesante in quel pacco?»

«Una cassaforte, mia moglie ha l’ossessione dei ladri. Sai come son fatte le donne.»

Di lì a poco Gianni aiutava l’amico di un tempo a caricare il pacco. Si salutarono cordialmente, certi, chissà perché, che non si sarebbero più rivisti. Il SUV neropece era già in fondo alla strada che Mario non riuscì a trattenere una risata. Guardò la moglie, anche lei stava sogghignando.

Passarono un paio di mesi poi una scampanellata decisa fece sobbalzare Gianni dalla poltrona. Aveva schiuso di poco la porta che un calcio la spalancò del tutto. Cinque persone incappucciate dilagarono in casa prendendone immediatamente possesso. Il padre anziano di Gianni fece appena ad alzarsi dalla poltrona che uno degli incappucciati lo stese con un pugno violento alla fronte. Uno di loro puntò quindi il mitra in mezzo agli occhi di Gianni che non riusciva a capacitarsi:

«Sappiamo che hai una cassaforte. Dicci subito dov’è e nessuno si farà del male.»

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CI VOLEVA SOLO UN PIZZICO DI FOLLIA

B. si tirò a sedere sul letto in stato di apnea. Le piante dei piedi a sfiorare le ciabatte. Tossì un paio di volte.

«Cos’hai non stai bene?» fece lei preoccupata, ma con una nota calda nella voce.

«No, niente» rispose lui senza aprire gli occhi «rimettiti a dormire.»

«È uno dei tuoi soliti incubi?»

«Sì… solo un po’ più brutto del solito.»

A. si girò nel letto verso di lui. Si sentì un fruscio sensuale di lenzuola.

«Non ti ho chiesto poi se hai finito di leggere quel libro…» Le parole di lei adesso erano nitide, mentre lui le dava ancore le spalle.

«Che libro?»

«‘Follia’… di McGrath, il libro che ti avevo consigliato.»

«Ma cosa vai a pensare a quest’ora!» Il silenzio che ne seguì sembrò una pausa di riflessione, invece era un cielo sporco di nuvole di metallo. «No… ho solo smesso di leggerlo… sono arrivato a mala pena alla metà.»

«Perché? Non ti è piaciuto?»

B. cercò di deglutire senza riuscirci; quella conversazione stava diventando penosa.

«No, al contrario, mi piace tantissimo. Da quando abbiamo però deciso di non vederci più non sono riuscito ad andare avanti. Mi è impossibile non associarlo a te. Sto cercando di cancellare ogni cosa che mi ricordi i momenti che abbiamo passato insieme: il piccolo aquilone che voleva scapparci di mano, il cagnolino di peluche con il muso buffo, i baci rubati su quel sasso che pareva cresciuto all’improvviso dalla terra.»

«Tutto quanto?»

«Sì, tutto quanto. Non voglio soffrire, non me lo merito, soprattutto perché sono sempre stato sincero con te. Mi spiace solo che tu non abbia avuto il coraggio di essere felice con me; non si può pretendere di soffocare le emozioni solo perché credi di non essere in grado di poterle controllare. A volte nella vita ci vuole giusto un pizzico di follia, al di là di quello che il nostro raziocinio suggerisce essere giusto o sbagliato.»

«E allora?»

«E allora è assurda anche questa conversazione. Tu non puoi essere nel mio letto e non puoi essere qui a parlare con me, sei lontana, dio solo sa dove. Taci, quindi, e lasciami dormire.»

B. si abbandonò lentamente sul materasso tiepido. Si voltò a pancia in su nella stanza vuota e si addormentò profondamente.

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4 Comments on “Il pianista e il suo re” ed altri racconti di Maurizio Barbarisi

  1. Grazie Rina per l’ospitalità

  2. bei racconti,ben fatti emolto ben concepiti

  3. Ninetta // 21 October 2012 at 10:48 //

    complimenti per i racconti, mi sono piaciuti tutti..

  4. Mi hanno appassionato! Tutti brevissimi gialli, di grande impatto emozionale!! Complimenti!

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