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Malinconia, ovvero le bufere dell’anima

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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di Riccardo Alberto Quattrini.

   “All’inizio tutte le cose erano insieme, poi venne la mente e le dispose in ordine.”

Anassagora.

Adagiare sul fondo del bicchiere alcune foglie di menta, aggiungere zucchero e qualche spruzzatina di soda poi, aiutandosi con un cucchiaio da cocktail lungo, sciogliere adagio lo zucchero avendo cura di schiacciare contemporaneamente le foglie di menta, in modo che possano rilasciare tutto il loro aroma. Mescolare l’intruglio con rhum e abbondante succo di limone. Questo drink, apprezzato da uno dei più grandi romanzieri americani, oltre a rendere famosa la Bodeguita del Medio Bar all’Avana, serviva ad attenuare i momenti tristi e sedare le angosce derivanti dalla sua depressione. Si chiamava Mojito, ed era la bevanda preferita da Ernest Hemingway durante il suo soggiorno cubano. Quel “mal di vivere”, mescolandosi col rhum, quasi per incanto esaltava le passioni e sollecitava il celebre scrittore a scrutare in quel vortice di pensieri e di paure da cui estrarre la sua capacità creativa.

“La malinconia è la gioia di sentirsi tristi” diceva Victor Hugo. Malinconia deriva dal greco mélas, mélanos che significa nero, e cholé bile, pertanto bile nera. Il termine fu usato per la prima volta da Ippocrate nel IV secolo a.C.. Egli applicò lo studio della melanconia a un importante teoria definita dottrina degli umori. Tale teoria, assai singolare e fantasiosa, si basava su quattro sostanze presenti nell’organismo umano secondo cui dipendeva lo stato di benessere. Questi fluidi, altrimenti detti umori, ovvero: sangue, bile, atrabile (o bile nera) e flegma (pitùita-muco). Ciascuna sostanza è responsabile di un particolare temperamento: sanguineus, cholericus, phlegmaticus, melancholicus. Malinconia, mestizia, inquietudine. Forse è soltanto uno dei tanti stereotipi privi di reale fondamento, eppure il nesso profondo del letterato introverso, solitario, emarginato da una società frenetica e indifferente alla bellezza, portavoce del disagio d’intere epoche.

La realtà è che l’uomo e la natura stessa sono bipolari, il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, l’infanzia e la vecchiaia – scrive lo psichiatra Athanasios Koukopoulos – trascorrono fra infinite variazioni dell’umore, fra grandi gioie ed esaltazioni, grandi dolori e abbattimenti. Ma solo alcune persone predisposte soffrono di depressione e di mania.”Quindi di umori bipolari è fatto l’uomo e se pensiamo che, negli anni bui dell’ultimo conflitto mondiale, tutta l’umanità era affidata nelle mani di cinque capi di Stato più o meno bipolari, ovvero affetti da sindrome maniaco-depressiva: Mussolini, Hitler, Churchill, Stalin e Franklin Delano Roosevelt e Lincoln. Ma la compagnia di tali maniaco-depressivi è lunga; si va dall’imperatore Adriano, a Napoleone e Robespierre. Ai poeti come Byron, Shelley, Whitman, Baudelaire, Tasso, Alfieri e il malinconico per eccellenza: Giacomo Leopardi. Scrittori come Balzac, Hemingway e Gogol. Poi musicisti come Rossini, Mahler e Ciaikovskij, non potevano certamente mancare pittori come Michelangelo, Caravaggio e Van Gogh. Tutti splenetici.

La malinconia o melanconia, nel linguaggio moderno la si usa per indicare indifferentemente cose alquanto diverse tra loro. Nella cultura medica viene indicata come segnale della depressione.

Da cosa deriva quello strano malessere che spesso ci accompagna nella quotidianità. Perché ciò che possediamo non ci rende più felici? Per quale ragione non abbiamo più nessun interesse per qualsiasi cosa? Gli antichi la descrivono come “afflizione dell’anima” affine alla tristezza, ma non così dolorosa, e anche se cupa e profonda porta con se una certa tenerezza e dolcezza. Inoltre, a differenza della tristezza, che sfiora la depressione e non induce alla riflessione, la malinconia si alimenta di un pensiero più intimo forse più a contatto con le “ragioni” del cuore.

Ma la grande tragedia di questo mal-de vivre è, il suicidio. Non si fa che cercare la via migliore per morire: corda, veleno per topi, monossido di carbonio, barbiturici. Questa perdita di ogni speranza, questa sofferenza del vivere, rendono l’idea della morte una liberazione, praticamente, l’unica via.

Scriveva Gustave Flaubert: “La gente si meraviglia che il suicida non consideri il dolore degli altri. Chi pensa questo ignora che, al contrario si crede di fare il bene degli altri.”
Van Gogh prima di morire, scrisse al fratello Theo: “Non soffrire, l’ho fatto perché é meglio per tutti.”

C’è però chi, di fronte a un animo in tumulto, riesce a vederne un lato positivo. Questa è Madre Teresa di Calcutta che dice: “La sofferenza non scomparirà mai del tutto dalla nostra vita. Non abbiate, quindi, paura. Se la sappiamo sfruttare diventa un grande veicolo d’amore.”

Sofferenza?

Che centra ci si chiederà. Stiamo parlando di malinconia e la intendiamo comunemente come una forma di delicata e intima mestizia, un languore, un aleggiante pensiero opprimente, accompagnato da sfiducia e avvilimento. Ma perché, tutto ciò, non comporta una sofferenza? Il termine “sofferenza” non indica forse, la nostra interiorità quando è dilaniata e dibattuta? E questi tormenti intimi, molto spesso, non avvengono per cause inspiegabili, incomprensibili, e giungono quando meno ce li aspettiamo? E dunque ne soffriamo.

Anche un fatto apparentemente banale, momentaneo, all’inizio ci può apparire tanto grave quanto irrisolvibile, basta ad affliggerci, a produrre in noi ansia, mancanza di tranquillità.

C’è un detto americano che interpreta perfettamente quella sofferenza e dice: “Preoccuparsi è come mettere le nubi di domani davanti al sole di oggi”.

Featured image, Anassagora e Pericle, Augustin-Louis Belle (1757 – 1841)

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info@ipaziabooks.com

5 Comments on Malinconia, ovvero le bufere dell’anima

  1. Fuor dal con-testo… volevo solo rimarcare la bellezza dell’aforisma introduttivo di Anassagora. La sua completezza e la sua “inscardinabilità”. Molto diverso dall’opinabilissimo detto americano in chiusura. Then again… de gustibus.

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  2. salvofigura // 10 October 2012 at 21:52 //

    A mio umilissimo avviso l’aforisma americano lo cambierei con “Le nuvole di oggi davanti al sole di domani” o al massimo, visto che la malinconia spesso ci fa sognare i “bei tempi andati”, quasi come la nostalgia:”lE NUVOLE DI IERI DAVANTO AL SOLE DI OGGI.” Ma forse è solo un problema di fuso orario. In America le nuvole di oggi arrivano a loro domani!
    Celiavo.
    Complimenti Riccardo, bellissimo articolo, bel riferimento alle teorie Ippocratiche(così dannose però durante le pestilenze eupropee) e al tuo background culturale.
    Salvo

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  3. salvofigura // 12 October 2012 at 09:07 //

    Angela, segna però anche le mie varianti. Non sempre le cose americane sono le migliori. Guarda Standard &Pools… hehehehe

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  4. Sto visitando Rosebud poco alla volta, tantissimi articoli di vario interesse, quindi me li assaporo con calma, quando il silenzio e la pace mi fanno compagnia. Di vero interesse questo argomento, ma contraddico Gavino…il dolore non dura per sempre…dura tre giorni. Lo dice anche il medico, quando gli racconto delle mie coliche assassine. “Durano tre giorni e quando il dolore arriva all’apice, poi degrada e sparisce”, Così i dolori della vita, le dipartite di parenti ed amici: all’inizio ci pare di non poter vivere senza la loro presenza, poi il tempo lenisce, resta il ricordo, ma il dolore sparisce (ho perfino creato la rima, senza volerlo). La malinconia è un male, e nel passato lo è stato molto, per molti artisti soprattutto, aiutati da quella bevanda che anticipava la marijuana o altre droghe leggere, che era l’assenzio. Allora si vestivano di malinconia, e melanconia..fino a lasciarsi struggere dalla stessa, che non dava scampo..durava fino alla loro morte. Era uno stile di vita..Bellissimo l’aforisma di Anassagora e belle anche le varianti di RAQ, in ogni caso, come diceva mia nonna (ho appena letto Spoon River 9 di Rina Brundu) mai fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Perché intristirsi per quello che accadrà? Se accadrà?….

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  5. Bella anche la frase di Madre Teresa! Grazie per questo articolo! Cari saluti.

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