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Gli ultimi poeti dell’alto Mugello

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Paolo Campidori.

Vi sembrerà strano, ma nella Romagna Toscana di cosiddetti “poeti” ce n’erano molti. Forse sarà stato il vino, bevanda nazionale, ma per quei tempi anche qualcosa in più. Il rischio che corre oggi l’uomo, quello di ingerire durante la giornata troppi cibi iper-calorici, allora non esisteva, semmai il contrario. Prima di tutto perché la cucina era “povera”, ma nel vero senso del termine. Quando a tavola, così almeno mi raccontavamo i miei, c’era una bella pulendina di farina gialla o di farina dolce, accompagnata da un ovino, da un  pezzetto di formaggio o di salciccia, si era già fatto un terno all’otto. Di hors-d’oeuvres (antipasti), dolcino finale, caffè e ammazza-caffé, allora non se ne parlava nemmeno. Non c’era bisogno nemmeno degli stuzzichini, poiché lo stomaco era già stuzzicato abbastanza dalla fame. Magari a tavola non mancava un bicchierozzo di vino, poiché quello si diceva faceva buon sangue e rinforzava le ossa. Ma un bicchierozzo di vino consumato anche nei vari momenti della giornata non guastava affatto, anche perché la vita nei campi e nelle campagne era faticosa, e poi si percorrevano lunghi tratti a piedi su e giù per quei monti. L’obesità allora non era un problema. Li vedevi questi contadini con delle facce talmente stirate che sembravano pancette attaccate alla trave del soffitto. Ma ritornando al vino, dobbiamo dire che era un fedele compagno anche durante il cammino. Allora non c’era, come oggi, l’auto sotto il sedere. C’era invece il carro trainato dai buoi che serviva da auto, da camioncino e il contadino se ne serviva tutti giorni per portare gli attrezzi necessari per lavorare i campi, per portare il fieno, il letame, oppure i tronchi d’albero per riscaldare la casa. Tutte le volte che il contadino lasciava con le bestie la casa per andare al lavoro nei campi, metteva nell’angolino del carro, un bel fiaschetto di quello buono, e …quando la fatica si faceva sentire, un buon bicchiere levava la stanchezza e metteva anche un po’ di allegria. Sappiamo che quando l’uomo è allegro, spesse volte canta oppure si mette a declamare versi, poesie o strambotti che dir si voglia.  Ma da qui a dire che tutti erano poeti c’è una bella differenza. L’estro della poesia, forse uno lo possiede fino dalla nascita; in altre parole si può dire che poeti si nasce. Ma non basta, per essere poeti, come lo erano da queste parti, bisogna essere anche un po’ burloni, ci vuole insomma il “fisique du role” (il fisico o la figura adatta a quel personaggio). Non può godere di una certa fama un poeta, anche bravo, dalla bella voce, ma che per esempio sia antipatico, oppure abbbia una faccia triste, di quelle da funerale, come per esempio l’aveva il nostro Sommo Poeta, a giudicare da come ce lo hanno tramandato i pittori dell’epoca. No, qui nella Romagna Toscana (e montanara) il poeta deve essere una persona estrosa, con il volto rubizzo dal buo vino, che sia insomma un po’ “mat” (matto), nel senso buono del termine, inoltre deve avere la capacità di verseggiare o cantare in versi già da subito, dopo il secondo o il terzo bicchiere di vino. E, si sa, il proverbio dice “in vino veritas” e, pertanto, la Musa poetica si libera dal poeta e non si sa dove andrà a parare. Ne consegue che il poeta, già dai primi bicchieri, dovrà esser capace di tirar su il morale della compagnia. E i versi, si sa, sono ironici, canzonatori, ma qualche volta sono anche tristi, per esempio quando ricordano la morte di un amico caro. Nei versi, si prendono in giro, si “maneggiano” come si dice in gergo balzarottino, questa o quella persona, questo o quel difetto fisico, oppure l’ignoranza madornale o l’aspetto trasandato di un villano. E da questa parte della Romagna Toscana tipi che corrispondono a questi requisiti ce ne sono molti. Li troviamo soprattutto il lunedì mattina al mercato di Firenzuola, rivestiti a festa e con il cappello a larga tesa, calcato bene sulla fronte. I tipi presi di mira da questi “poeti” erano quasi sempre gli stessi: Bargiulòn e Basuccòn, per esempio,  che passano una notte intera a cantare e a ripetersi sempre gli stessi versi. Bargiulòn dice a Basuccòn  (in dialetto naturalmente): “Sei uno zuccone”, e l’altro gli risponde: “Se io sono uno zuccone tu mi devi rispettare”. Immaginate questa scena e questi versi che si ripetono per una notte intera, con i due protagonisti che tracannano un bicchiere di vino dietro l’altro, tanto da non reggerlo più e da non riuscire a stare più attaccati alla sedia. Questi tuttavia sono “poeti” per modo di dire, sono solo degli ubriachi che fanno ridere le persone che hanno intorno, le quali, a turno, offrono loro dei calici di vino per prolungare la comica. Il “poeta” invece, quello che canta in rime, nei vari eventi popolari, religiosi o laici, è più evoluto, diciamo che è ispirato dalla Musa poetica e sa comporre, rispettando la metrica, terzine, quartine, ottave e via dicendo. In Toscana questo modo di cantare in versi è detto stornellare, qui invece, nella Romagna Toscana, si parla più di “Stramberie o strambotti”, “Zirudele”, ecc. Spesse volte il “poeta” si accompagna o si fa accompagnare da uno strumento  musicale: un organetto, una fisarmonica, una chitarra. Il poeta, il versificatore della Romagna Toscana ricopre un po’ il ruolo che avevano i “giullari” o i “trovatori”, veri e propri saltimbanchi, che si guadagnavano da vivere, allietanto con la loro poesia, il loro canto e la loro comicità le corti dei signori, che si trovavano nei castelli di tutta Europa. A questa forma giullaresca, tanto per fare un paio di esempi, appartengono Nedo di Pietramala e Donato Donatini di Palazzuolo, vissuto però quest’ultimo nella prima metà del 1900. Di Nedo abbiamo scelto una poesia non giullaresca, non comica, proprio per dimostrare che questi componimenti potevano essere allegri e tristi. Si intitola “Il poro Otello” (dove “poro” sta, naturalmente per povero):

Ripensando ora al poro Otello

ribattezzato chiamavan Restone

a Pietramala in questo paesello

lo credevan pastore col bastone.

Nutriva sì la pecora e l’agnello

e benvoluto da tante persone

ma il meglio ancor si doveva svelare

una famiglia ha lasciato esemplare.

Non più con noi a ridere e giocare

non più con noi a farci compagnia

morte improvvisa ce lo fe’ mancare

morte improvvisa ce lo portò via.

Nessun di noi lo può dimenticare

a Pietramala il bar e l’osteria

è veramente il fiore all’occhiello

gestito dalle figlie del fu Otello.

(Nedo Domenicali, 3 luglio 2002)

L’altro è Donato Donatini di Palazzuolo del quale parleremo in un prossimo articolo intitolato: “Le stramberie di Donato Donatini”, naturalmente sul Galletto.

Featured image, Colli fiorentini, cm. 14,5 x 18,4, Galleria d’Arte Moderna Firenze di Raffaello Sernesi (29 dicembre 1838-Bolzano 11 agosto 1866).

1 Comment on Gli ultimi poeti dell’alto Mugello

  1. … i Maggerini!!! ché ancor pe’ le campagne si và a cantare il Maggio in quel di Maremma come pure un tempo faceva il mi’ nonno 🙂
    Meraviglioso pezzo che colletica la nostalgia.

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