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Editoria cartacea: lo scandalo mafioso della presentazione del libro. E su Elena Ferrante, l’autrice che non ha mai rivelato la sua identità.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

di Rina Brundu. Ho sempre odiato le presentazioni dei libri: istintivamente e per motivi multipli. Come anima che vedeva nella scrittura una possibilità per raccontarsi, avvertivo che le stesse risultavano ridondanti. Diventavano una sorta di ipertesto frivolo e teso ad allontanare il “discorso” dal punto “importante” che l’autore aveva inteso fare. Detto altrimenti, ho sempre pensato che se uno scrittore non riesce ad esaurire il suo ragionamento dentro il testo, ha fallito e a nulla servono le argomentazioni pro e contro che i terzi riusciranno ad intavolare con lui/lei e/o per lui/lei. La scrittura, infatti, è discorso privato tra l’anima che la produce e le qualità estetiche (in senso lato) del testo che si oggettivano nero su bianco, le quali, per ovvie ragioni, non potranno mai sfiorare la perfezione del progetto originale. Quello solamente “pensato” per intenderci.

Nel tempo, e dopo avere partecipato (ahimé!) a diverse presentazioni, più o meno curate, il mio astio verso quelle è cresciuto in maniera esponenziale. Mi indispettivano gli ospiti incravattati ma assolutamente incapaci di affrontare le argomentazioni trattate nel lavoro oggetto della presentazione, spesso chiamati colà solamente in virtù del loro ruolo pubblico, quasi che l’autorità che rappresentavano potesse trasferirsi per osmosi sul testo considerato. Mi indispettivano i discorsi farlocchi, privati di qualsiasi elemento tecnico che denunciasse una qualche conoscenza dei fondamentali della critica testuale. Mi indispettava lo spirito inderogabilmente acritico, in virtù del quale se la pubblicazione in discussione non presentava un solo quid laudabile si optava astutamente per un veloce linking dialettico con i benefici che porta all’anima e ar-core l’impegno sentito contro la fame nel mondo. O contro le carestie. O contro le guerre, che le missioni di civiltà consigliabili fortunatamente (o sfortunatamente) non mancano mai in questo terra di dolore.

Prendendomi il tempo, e studiando con attenzione le dinamiche che innescavano quelle atipiche riunioni-di-condominio di fantozziana memoria, l’astio è infine diventato disgusto. Disgusto per l’industria pseudo-culturale, portata avanti con fondi editoriali pubblici, anche questi sommamente responsabili per lo sfascio finanziario ed economico corrente, a cui è senz’altro imputabile lo scadimento verso il basso del gusto letterario dei tempi. Disgusto per la celebrazione stile culto-del-leader di staliniana memoria, di autori mediocri, assolutamente incapaci di raccontare nulla di nuovo e dunque di insegnare. Disgusto per la mentalità mafiosa (toccata con mano, caso mai qualcuno avesse dei dubbi!), che tra una presentazione e l’altra (spesso festeggiata a suon di grandiosi buffet!), penetrava nelle cose di tematiche idealmente esistenti per dare sfogo alle necessità dello spirito e non a quelle del portafoglio.

Dunque l’autore dovrebbe sparire completamente dentro e dietro il testo? È questa la mia idea? No, non è proprio così. Per lo più credo che dipenda dalla sensibilità e dal percorso che quello stesso autore vuole intraprendere. Concordo per tanti aspetti con quanto sostiene Elena Ferrante l’autrice che non ha mai svelato la sua identità “”Contano i libri e non gli autori ecco perchè io rimango nell’ombra”.  Del resto la sua posizione non è nuova e la storia della letteratura mondiale racconta di numerosi autori che hanno scelto una ribalta di basso profilo: la cosa è logica, sensata, assennata considerando il mestiere in questione. Tuttavia un lungo meditare sulla faccenda mi ha portato a muovere da quelle posizioni radicali, questo perché ritengo che un autore, soprattutto uno che vorrebbe incidere in una società post-digitale difficile a viversi come è quella che testimoniamo, abbia il dovere di “metterci la faccia” dietro il suo scritto. Debba avere il coraggio delle sue idee e delle sue critiche al Sistema. O ai Sistemi. Il discorso naturalmente vale soprattutto per gli autori “impegnati” sul versante sociale ma non solo ed è teso a dimostrare che tra lo scrittore-velina e lo scrittore-fantasma c’è un oceano di possibilità molto serie e molto costruttive da riempire. C’è finanche la stessa “distanza ideale” che esisteva non troppo tempo fa tra una Emily Dickinson che aveva scelto le pareti della sua casa come orizzonte virtuale capace di esaltare le possibilità dell’io-che scriveva e un Oscar Wilde le cui vicende di vita non facevano mistero di mirare ad un’equazione con il target artistico dell’anima.

Di buono vi è che se i tempi cambiano spesso cambiano in meglio. Da questo punto di vista l’avvento dell’editoria digitale con le sue necessità economiche minime sarà, a mio avviso, un dono importante per gli autori del futuro. Darà infatti a questi ultimi, in mille modi e maniere, la possibilità di mostrare la brillantezza del loro spirito, la sua innata capacità, la bravura nel ragionamento di fondo, il suo imprint filosofico senza vederlo variato, trasformato, alterato, mutato quando non mutilato dal “gusto” dell’editore di turno. E dal suo interesse di portafoglio. Ad majora!

Featured image, Oscar Wilde intorno al 1894. Fonte Wikipedia.

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5 Comments on Editoria cartacea: lo scandalo mafioso della presentazione del libro. E su Elena Ferrante, l’autrice che non ha mai rivelato la sua identità.

  1. Grazie Salvo, è la seconda segnalazione che ricevo in proposito. Ora provvedo. Grazie

  2. Ho tolto le foto. Il mio testo Tana di Volpe edito da Flaccovio è stato venduto in tutta Italia. Mai ne ho ho fatto una presentazione. Mi sarei sentita ridicola. Ma quello era un semplice giallo e si può capire. In generale però tutte le presentazioni sono ridicole perché il messaggio è, o dovrebbe essere dentro il libro. Sto leggendo Popper e assicuro che non ha bisogno di presentazioni o di ridondanza per darmi da pensare. Il punto però riguardava anche il business disgustoso (che ho toccato con mano) che sosteneva il publish-writing e a cui l’editoria digitale porrà finalmente fine. Per questo ho apprezzato il lavoro fatto da Marco. Molto appropriato, seduto nel divano di casa sua ha raccontato il suo testo e cosa voleva fare. Ora la parola sarà ai suoi lettori e questi decideranno. Isn’t that fair?

  3. Ciao Gavino, so che anche tu stai avendo problemi con le pagine del sito. Sto investigando il problema per risolverlo al più presto. Credo sia collegato a Google e farò in modo che tolgano quegli annunci.

    Per quanto riguarda il tuo punto, nella mia esperienza sono pure le piccole case editrici che hanno fatto man bassa di soldi pubblici e posso dirlo da persona che quando ha avuto la sua attività editoriale per 5 anni non ha preso e mai richiesto un centesimo. Quella modalità ha determinato uno pseudo sottobosco “artistico” che oltre che disgustoso era anche volgare. Se c’è da ringraziare la crisi per un motivo credo sia per avere fatto sparire queste dinamiche perniciose per sempre. Si spera.

    Questo non vuol dire che dentro quelle dinamiche non ci fossero infinite persone oneste sia nel mondo dell’editoria che autorale che si sono districate al meglio in una tale giungla. Guai se così non fosse! Ma come sai del “buono” si parla raramente quello non fa notizia. Tuttavia parleremo anche di quello, lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo. Ciao

  4. Resto dell’idea che i soldi pubblici bisognerebbe non prenderli proprio!
    ciao

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